Il mio blog preferito

venerdì 25 maggio 2018

Il ritratto di Elsa Greer - Agatha Christie

                            ( secondo me ci sono spoiler a carrettate, ma fate un po' voi)

Non sono mai stata una grande appassionata di Karel Thole e delle sue copertine, ma in questo caso ha fatto un lavoro assolutamente perfetto: il ritratto di Elsa Greer era senza dubbio così, con i tratti di un cartellone pubblicitario, i colori violenti di una splendida giornata estiva e un fondo di crudeltà che costituisce l'essenza stessa della storia.  Nessuna edizione internazionale vanta una copertina perfetta come quella degli Oscar Mondadori degli anni 80.  

Il romanzo è del 1942, ma si occupa di una storia avvenuta diversi anni prima: è insomma un "cold case", un caso ormai freddo, sul quale Poirot si ritrova ad indagare su richiesta. In  teoria si tratta pure di un caso felicemente risolto, su cui nessuno nutre o ha nutrito dubbi... scopriremo poi che qualche dubbio qualcuno l'aveva, ma era troppo giovane per essere preso in considerazione.
Rientra anche nella categoria dei "romanzi con filastrocca" (nel caso specifico quella dei cinque porcellini, donde il titolo originale Five Little Pigsma piú specificamente nel ramo dove la filastrocca se la canta il detective mentre esegue le indagini. Inoltre abbiamo anche il Triangolo Mendace, in uno dei suoi esempi più riusciti: tutti se ne lasciano deviare tranne l'adolescente di casa, che sta attraversando in pieno quella felice fase in cui gli adulti sono solo incidenti di percorso, tutto sommato non del tutto inutili perché ti forniscono di cibo, bevande e generi vari di conforto, ma che li ignora bellamente, persa com'è dietro alle sue fantasticherie e alla melodia dei versi di Shakespeare; tuttavia con la coda dell'occhio ha compreso perfettamente i caratteri dei protagonisti e i rapporti che li legano. Per inciso, è anche l'unica che ritiene che Poirot faccia bene a indagare. Non ha capito il meccanismo del delitto, naturalmente: se lo avesse capito avrebbe certo parlato; ma all'epoca tutta la faccenda le cascò addosso senza preavviso e venne portata via prima del processo. In seguito fece una bellissima carriera, di quelle tutt'altro che convenzionali per una donna. Lei e la sua governante sono i miei personaggi preferiti perché sono persone molto interessate alla vita  e alle cose e sanno guardare al mondo con occhi attenti - una dote che certo non abbonda negli altri protagonisti - e  il fatto che la governante alla fine sia rimasta povera non la rende una fallita, né lei si sente tale, molto giustamente.

Altro elemento piuttosto particolare di questo romanzo è il veleno usato: la coniina - in apparenza non esattamente un veleno notissimo tra le grandi masse, fin quando il lettore si accorge che si tratta... nientemeno che della famosa cicuta, quella con cui Atene uccise Socrate; questo ne fa un veleno letterariamente molto noto, ma tutt'altro che facile da reperire: occorre prima di tutto avere sottomano una adeguata dose di piante di cicuta e poi conoscere bene la tecnica per estrarre l'alcaloide dalle piante in questione. 
Ma ecco intervenire provvidenzialmente il buon vicino di casa, amante delle erbe e degli estratti vegetali, che in un momento decisamente carico di tensione emotiva non trova di meglio da fare che portare la compagnia a vedere il suo orticello e il suo laboratorio soffermandosi particolarmente su... la sezione degli estratti di fiori? Le erbe per curare il mal di gola? No, proprio la coniina, di cui ha cura di mostrare una bella boccetta di estratto per poi leggere loro il brano del Fedone che descrive la morte di Socrate e gli effetti del veleno. E va detto che con un vicino provvisto di maggior buon senso  probabilmente tutta la vicenda si sarebbe chiusa con un po' di litigi e qualche cuore spezzato invece che con la tragedia che poi arrivò e che coinvolse tutti i protagonisti.
Affascinante anche il ritratto del protagonista, il pittore specializzato nell'infilarsi in situazioni complicatissime ma a cui di fatto sta a cuore solo e soltanto la sua arte e tutto il resto vada pure al diavolo.

I cold case mi piacciono in modo particolare, soprattutto quelli di Agatha Christie: scarseggiano gli interrogatori del tipo "dov'era lei alle 15.35 e per raggiungere il ponte della nave ha preso la scaletta di destra o quella di sinistra, ma soprattutto che marca di sigarette fuma di solito?" mentre abbonda il gioco degli specchi: la stessa vicenda narrata in retrospettiva a distanza di tanti anni, dove la verità è custodita in piccoli frammenti di ricordo difficilmente quantificabili a prima vista. In aggiunta, la vicenda è particolarmente affascinante, come del resto la soluzione e la conclusione finale, abbastanza diversa dai consueti finali di un romanzo giallo.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma, in una gloriosa mattina quasi estiva che promette decisamente bene.

giovedì 24 maggio 2018

Il futuro della scuola: quale ipotesi per angosciarci meglio?


Ai bei tempi della mia radiosa giovinezza, quando ero una precaria dalla posizione molto ballerina in graduatoria, tutto quel che mi interessava era sopravvivere fino all'inizio del successivo anno scolastico, migliorare un po' per volta la posizione di cui sopra e guadagnarmi onestamente il pane impartendo un decoroso insegnamento ai miei alunni. Poi, si sa, gli anni passano, la posizione in graduatoria si stabilizzano e si comincia a lavorare con prospettive più stabili e su arcate di tempo più lunghe - insomma, si diventa più ansiosi e pure un tantino paranoici.
Intorno a me fioccano lugubri previsioni sul futuro della scuola a seguito delle  ultime elezioni politiche. Non ci faccio troppo caso perché, sin dal secondo o terzo giorno di scuola come docente, ho sempre sentito fioccare intorno a me lugubri previsioni sul futuro della scuola pur non avendone mai vista realizzare una - in base alla buona e vecchia regola secondo cui il colpo arriva sempre dalla parte che non ti aspetti e insomma le lugubri previsioni oltre a farci pensar male avevano il difetto (o meglio il gran pregio) di non azzeccarci mai, laddove numerose insidie di gran calibro ci hanno assai infelicitato la vita senza preavviso alcuno (la sostituzione dei giudizi con i voti da un giorno all'altro e  senza uno straccio di istruzioni, per dirne una). D'altra parte ogni governo di stampo Fortemente Innovativo negli ultimi decenni ha sentito come un imprescindibile dovere quello di fare grandiosi interventi scolastici (sempre migliorativi, si capisce) onde lasciare un forte segno nella scuola - e in effetti, il segno è stato lasciato, talvolta anche in modo imprevedibile, lasciando in più di un caso gli insegnanti a smoccolare facendo abbondante uso di termini del tutto inadeguati al contesto scolastico.
Così ho deciso di improvvisarmi veggente in attesa della comparsa di quella sorta di ircocervo che promette di essere il governo prossimo venturo, e di azzardare qualche lugubre profezia. Se non ora, quando?

E azzarderò dunque qualche modesta previsione:
1) è purtroppo  assai improbabile che detto governo decida di dar seguito all'eccellente progetto della ex presidente Boldrini per diffondere nelle varie scuole del regno tra gli alunni la conoscenza  dei meccanismi e delle  pratiche che regolano il funzionamento delle bufale telematiche, né che incoraggi le nuove generazioni ad una rigorosa e accurata analisi delle fonti per qualsivoglia notizia, dal momento che gran parte delle bufale (e in particolar modo quelle che riguardavano appunto la presidente Boldrini) che hanno rigogliosamente fiorito in rete provengono appunto dal sottobosco legato a queste due formazioni politiche né dette formazioni politiche hanno mai mosso la punta di un solo dito per regolare o temperare in qualche modo cotale bizzarra attività produttiva dei loro simpatizzanti. 

2) Ancor più improbabile mi sembra la possibilità che il futuro governo promuova un controllo qualitativo dei contenuti dei libri di storia, cercando di eliminare almeno le più vistose incrostazioni accumulate e amorevolmente conservate nel corso dei decenni su piramidi feudali nel IX secolo, evocazioni delle brioche da parte di Maria Antonietta o togliendo un po' di polvere al nostro Risorgimento, perché se da una parte il Movimento Cinque Stelle sembra a malapena consapevole che c'è stata una storia, anche in tempi non recentissimi, e che l'umanità non si è formata per germinazione spontanea una trentina di anni fa, la Lega da sempre sulla storia passata ha mostrato di avere opinioni decisamente personali e molto, molto creative, che spaziano dai Celti e arrivano all'anno scorso (per tacere di una versione decisamente personale del Risorgimento in questione).

3) Difficilente detto governo si preoccuperà di incentivare gli indirizzi di studio scientifici (anche se potrebbe forse promuovere un atteggiamento più rispettoso verso i culti sciamanici e animisti), e in particolar modo non si preoccuperà di diminuire il distacco che separa le giovani leve italiane dai giovinetti di altri paesi  nella matematica: entrambi i movimenti infatti han dato mostra sin dall'inizio della campagna elettorale di un supremo sprezzo per argomenti quali le somme e le sottrazioni, il calcolo di entrate e uscite, le previsioni di spesa e altri argomentucci secondari. 

Forte di queste tre ragionevoli certezze nonché fiduciosa oltre che timorosa che questioni contabili di varia natura tengano assai occupato il Consiglio dei Ministri prossimo venturo per un bel po' di mesi, aspetto quel che deve venire con scarso ottimismo ma armata di grande pazienza.
In God We Trust.

*o forse dovrei dire di ricciocorno schiattoso? Chissà...

venerdì 18 maggio 2018

C'è un cadavere in biblioteca! - Agatha Christie

(potrebbe contenere spoiler, anche se a me sembra di no)

E finalmente arriva la mia adorata Miss Marple. Il personaggio nasce alla fine degli anni 20 per una raccolta di racconti, poi approda nel 1930 al romanzo con La morte nel villaggio, ambientato a St. Mary Mead, e torna in scena solo dodici anni dopo, nel 1942, ormai in piena seconda guerra mondiale (ma del gran conflitto arrivano poche e vaghissime eco).

Miss Marple si presenta sin dall'inizio come una investigatrice decisamente anomala, e molto più complicata per l'autrice da gestire di Poirot: questi infatti è una vecchia gloria dell'investigazione, e può lavorare in prima persona. Miss Marple è una candida vecchietta e tanto per cominciare deve avere una spalla della polizia su cui contare perché non può fare interrogatori o chiedere "Lei dov'era tra le cinque e le sette del 15 Giugno?". Nel suo caso quindi il giochino dell'investigatore furbo e del funzionario di polizia idiota non può funzionare: non le serve un Lestrade che metta in evidenza la sua accortezza, ma un Craddock che la apprezzi come merita ed esegua coscienziosamente i compiti a casa che lei gli assegna regolarmente. Miss Marple non può esigere o ordinare, è una figlia dell'età vittoriana e deve manovrare gli uomini perché facciano quel che serve a lei, invece di farlo direttamente. Tuttavia, in qualità di candida vecchietta, riesce a insinuarsi dove la polizia non potrebbe mai, a interrogare senza averne l'aria, a raccogliere informazioni che nessuno penserebbe mai di dare alla polizia e a ricomporre zone del quadro che qualsiasi metodo ufficiale di investigazione lascerebbe in ombra. Vederla all'opera è sempre molto interessante.

St. Mary Mead è un tipico villaggetto dove tutti si conoscono e dove la vita è scandita da ritmi ormai consolidati. Lì, in una bella villa dall'aria molto vittoriana, abitano il colonnello Bantry, ormai in pensione, e la sua signora, grande amante del giardinaggio e intima amica di Miss Marple.
Nalla villa c'è anche una biblioteca, naturalmente: una bella e comoda biblioteca un po' logora per l'uso, foderata di legno e decorata con improbabili stampe di scene di caccia, che sembra uscita pari pari da un romanzo di Trollope. E lì, una mattina, la servitù entrata per mettere in ordine prima di svegliare i padroni (perché in quegli anni c'era ancora un sacco di servitù) trova... un cadavere. E non basta, è il cadavere di una giovane donna alla moda, platinata, vestita da ballo. Strangolata. E il colonnello Bantry non ha la benché minima idea di chi sia costei.
L'evento è decisamente da rubricare nella categoria degli "insoliti": la servitù dà di matto, la polizia si mostra interessatissima a dettagli quali l'identità della vittima e i suoi rapporti col colonnello. La signora Bantry invece è una donna pratica e fin dall'inizio si preoccupa del punto principale: occorre chiarire al più presto chi ha ucciso quella poveretta, e soprattutto scagionare il suo amato consorte dall'accusa (mai pronunciata ad alta voce da nessuno, ma non per questo meno condivisa dalla collettività del paese) di avere illeciti traffici con bionde forestiere, accusa che rischierebbe di portarlo al più nero ostracismo da parte della comunità tutta e di cui, col candor dell'innocenza, all'inizio il poveretto nemmeno si accorge. A tal scopo la polizia non ha ancora terminato il primo giro di interrogatori che già Miss Marple è stata chiamata in soccorso a risolvere il caso. E invero il caso uscirà presto dai ristretti orizzonti di St. Mary Mead per approdare su lidi più festaioli e sdipanarlo richiederà un certo impegno - tuttavia il colonnello Bantry riuscirà a conservarsi una reputazione immacolata e anche a fraternizzare con elementi "nuovi" del villaggio cui inizialmente era stato piuttosto ostile.
Di questo romanzo mi piacquero molto le conversazioni tra Miss Marple e la signora Bantry, in particolare la prima, dove Miss Marple osserva che la giovane vittima aveva una certa propensione per il "lusso a buon mercato". Per una figlia degli anni 60 come me era facilissimo da capire - e anzi sotto questo aspetto la poverina, con il suo broccatello da  quattro soldi, aveva tutta la mia comprensione e anche la mia solidarietà: dal lusso a buon mercato eravamo, di fatto, circondati in quegli anni.
Ma negli anni 40, quando il libro era stato tradotto, mi domando quanto il lettore italiano medio avesse capito la categoria sociale e culturale in cui quella definizione infilava la giovane vittima, perché da noi  il lusso a buon mercato all'epoca non esisteva, e arrivò soltanto dopo la guerra - vuoi perché prima il grosso della popolazione combatteva faticosamente con le scarpe di coniglio e la cicoria al posto del caffé, vuoi perché da noi eravamo ancora fermi alle categorie della ricchezza non ostentata (come quella dei Bantry), della miseria più che visibile e dell'ostentazione del benessere, poco o tanto che fosse, reale ma messo bene in evidenza, da parte della piccola e media borghesia: di lusso a buon mercato proprio non c'era traccia, ancora.
Il romanzo rientra nella categoria "il diavolo si nasconde nei dettagli" e presenta una soluzione assai arzigogolata, di quelle su cui la Christie si è costruita la reputazione.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone letture a tutti in questa giornata luminosa che, dopo tante piogge, promette singolarmente bene.

giovedì 17 maggio 2018

Prove INVALSI: non solo corna - Il Fuoco Amico

Mentre arrancavo nel mio letto di spossatezza all'ospedale, a St. Mary Mead alunni e colleghi erano di nuovo alle prese con le Perfide Prove Invalsi di Inglese, che nella sua cornutissima bontà l'Istituto Invalsi ci aveva infine consentito di ripetere, quando dopo lunghe e complesse vicissitudini la Dirigenza era infine riuscita a mettercisi in contatto.
A tal scopo la Dirigenza di cui sopra aveva elaborato un calendario delirante al preciso scopo di incomodare il maggior numero di classi per il massimo tempo possibile: alle prime due ore cinque alunni di 3B, poi alla terza e quarta quattro alunni di 3A e via dicendo, in modo da consentire al maggior numero di insegnanti possibile di lavorare con la classe incompleta, dove non poteva spiegare né fare verifiche (che a Maggio in una Terza innervosisce non poco il docente).
Tutto procede comunque piuttosto liscio fino all'ultima tranche dell'ultima Terza dell'ultimo giorno, quando improvvisamente... i computer si spengono.
La prof. Spini, in perfetta versione Tigre Ircana, esce dal laboratorio di informatica e trova i tecnici del Comune che lavorano paciosi intorno alla centralina del collegamento in rete.
"Che costa state facendo?!?!".
"E s'era a installare la fib...".
"E CHI VI HA DETTO DI INSTALLARLA ORA?!?!!".
"Le custodi, ci hanno fatto passare e...".
La prof. Spini accusa dolorosamente il colpo: alla scuola media di St. Mary Mead la prima regola non scritta è che alle due custodi (da tempo ormai sulla via della canonizzazione in vita) è dovuto ogni riguardo e ogni omaggio, sempre e comunque, vista l'incredibile quantità di miracoli che ogni giorno riescono a produrre e la strabordante quantità di cose che si sobbarcano e che non sono previste dal mansionario. Con un sorriso a 42 denti in perfetto stile Lucy Van Pelt mormora un vago "Ah, allora va bene" e sguscia via.
In seguito sono state le stesse custodi ad andare a scusarsi "Ci dispiace, ci eravamo completamente dimenticate dell'Invalsi...".
"Oh, ma non importa, figurarsi, può succedere a tutti di dimenticarsi qualcosa!" sono state prontamente rassicurate. Tuttavia, il gran prodigio di qualcuno che in quella scuola sia riuscito a dimenticarsi per un po' delle onnipresenti Prove Invalsi ha lasciato tutti noi ricolmi di reverente stupore. Ma si sa, ogni tanto anche Omero si appisola.
(No, a quanto ne so i mariti delle custodi in questione hanno rispettato i patti coniugali senza macchiarsi di infedeltà. Per quanto ne so, certo).

venerdì 11 maggio 2018

La parola alla difesa - Agatha Christie

(può contenere spoiler o no, a seconda di come mi gira; di fatto, credo anzi che ne contenga parecchi)
Il vero protagonista di questo affascinante giallo è un piatto di tartine alla pasta di pesce, e ha avuto una parte di un certo rilievo nella mia esistenza alimentare e soprattutto conviviale.
Tartine alla pasta di pesce... all'epoca non c'era molto da noi (sto parlando del 1980) a parte la pasta di acciughe. Un piatto di tartine con uno strato di burro e sopra la pasta di acciughe... per carità, non erano male, ma il mio concetto di tartina era ben più lussuoso. Ci pensai su ed elaborai tre impasti: la base era burro e tonno, con capperi tritati oppure con olive verdi tritate - tonno in scatola, di quello sott'olio, niente impasti preconfezionati. Oppure burro e salmone in scatola, con aggiunta di uova di lompo nere (il buon vecchio succedaneo del caviale): Ne derivano tre impasti di un rosa-marroncino un po' brunito, o un po' verdeggiante, che spalmati su pane di tipo Novecento (un pane che non si trova con grande facilità, e non è rimpiazzabile dal consueto sfilatino o dalla frusta perché ha una consistenza diversa. Pane da tartine, insomma, anche se poi l'insieme è più che mangiabile su qualsiasi pane) producono delle tartine deliziose e anche piuttosto sostanziosa: non un vero antipasto, ma perfette per uno spuntino; e per anni organizzai a scadenze regolari dei tartina-party assai graditi agli invitati e ancora oggi su richiesta le preparo volentieri quando me le chiedono per una merenda o una cena, anche se col tempo ho preferito una versione light dove il burro può essere rimpiazzato da formaggio caprino.

La protagonista Eleanor prepara queste tartine in una bella giornata di sole. Ha il cuore spezzato perché il suo amatissimo fidanzato si è innamorato all'improvviso, e per giunta lei sta smantellando la casa dell'amata zia defunta - proprio quella casa dove lei e il fidanzato sono cresciuti, giocando insieme sin da bambini. Gestisce questo cuore spezzato con molta dignità e nessuno intorno a lei si rende conto che il mondo le è crollato addosso; ma ha un cuore ardente, e i suoi sentimenti ribollono.
Lo sfondo è in parte autobiografico, anche se sembra che nessuno se ne sia accorto: per un certo periodo Agatha Christie si dedicò a smantellare la casa della defunta madre, compito molto doloroso e che la esaurì assai sul piano psicologico, come racconta nella sua autobiografia. Nel frattempo suo marito, che aveva una certa allergia a tutto quello che riguardava morte e malattia si sentì abbandonato e cercò conforto altrove, con quella finezza d'animo che lo caratterizzava da sempre. Impossibile che Agatha non se ne fosse accorta, almeno a livello subliminale, e una parte di quell'esaurimento di cui parla le derivò senza dubbio dall'annoiata indifferenza che il consorte le dedicò in quell'occasione: "Ma io avevo perso una delle tre persone che amavo di più al mondo, e mi sentivo ferita" spiega sobriamente nella sua autobiografia. Ben presto perse anche la seconda di queste tre persone, perché Archibald Christie decise che il loro matrimonio era finito e divorziò. Lo stato d'animo di Eleanor mentre ordina e distribuisce gli effetti personali della sua cara zia è quindi probabilmente molto simile a quello da lei vissuto in quelle dure settimane, anche se ben presto la vicenda della protagonista prende tutt'altra piega, soprattutto dopo che, preparato un intero vassoio di tartine, le viene in mente che può dividerlo con altre due persone che sono lì a fare un lavoro molto simile nella casa del portiere. Lo spuntino amichevole a tre finisce ha però un esito del tutto imprevisto ed Elinor si ritrova accusata di omicidio e sotto processo, un processo che affronta in un modo ambiguo che compromette molto la sua posizione.

Qualcuno però, qualcuno che ha seguito da lontano tutta la vicenda ma che ne comprende molto bene carattere e temperamento, è fermamente convinto della sua innocenza e decide di aiutarla chiamando in soccorso Hercule Poirot sottoponendogli il caso che all'apparenza sembra disperato. Si tratta di un medico, di nome Peter Lord che si è innamorato di lei a prima vista. La cosa ha dei precedenti letterari: non tanto l'amore a prima vista, che soprattutto nei romanzi è comune come il pane, quanto all'insieme di circostanze che comprende una bella signora seduta al banco degli accusati pur essendo innocente; perché è proprio in queste circostanze che Lord Peter Wimsey conosce e scagiona la sua futura moglie Harriet Vane dall'accusa di omicidio (dopo essersene innamorato a prima vista) in un romanzo pubblicato da Dorothy Sayers nel 1930 e pubblicato poi in Italia col titolo di Veleno mortale.

La parola alla difesa è stato pubblicato nel 1940 ed è sempre stato tra i miei preferiti. Fa parte del filone "il diavolo si nasconde nei dettagli" e insegna al lettore che le lettere maiuscole sono importanti e che non è vero che non c'è rosa senza spine. Infatti Poirot, che svolge qualche indagine un po' distratta, aiutato dal non sempre efficientissimo Peter Lord (sotto questo aspetto Lord Peter si dimostra invero ben più capace, per buona sorte di Harriet) dispiega un mirabile pezzo di bravura evocando pochi ma ben scelti testimoni che in pochi minuti smantellano tutte le prove, indiziarie o meno, a carico di Eleanor e lascia che la soluzione del caso si mostri da sola, in tutta la sua luminosa evidenza, strappando la ragazza al suo dedalo di sensi di colpa e riportandola nella luce. Ho sempre trovato bellissima la frase con cui Poirot chiude il romanzo dicendo a Peter Lord "Non siete capace di accettare i fatti così come sono? Ha amato Roderick Welman. E con questo? Con voi, potrà essere felice." Credo fermamente che questa frase racchiuda la storia del secondo matrimonio di Agatha Christie con l'archeologo Max Mallowan, da lei sposato nel 1930: oh sì, certo, l'amore struggente e doloroso; ma in amore, a volte, si può semplicemente essere felici.
Il titolo originale è Sad Cypress, e pare che venga da un verso del Sogno di una notte di mezza estate. Non sono riuscita comunque a trovarlo né mai, in verità, ho capito cosa diavolo c'entrino i cipressi con tutta la storia. Forse la 'povna o qualche altra persona più esperta di me in letteratura inglese potrà spiegarlo - nel qual caso mi farà un gran favore.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti felici letture e una vivace salute che permetta di godersele appieno.

giovedì 10 maggio 2018

Nuova gita nelle Case di Guarigione (...solo per qualche analisi, signora...)


Dopo l'operazione e la lunga convalescenza tornai a scuola ricolma di entusiasmo e rutilante di iniziative, anche se un po' arrancando. La fine dell'anno andò piuttosto bene, l'estate si rivelò meno vivace del previsto e all'arrivo dell'autunno tutto diventò molto faticoso. Troppo. Siam d'accordo (almeno tra noi insegnanti) che questo è un lavoro che di fatica ne richiede tanta, ma infine non stiamo né a tagliare tavole di marmo né a colare l'acciaio; io di fondo (e anche di cima) ho un fisico piuttosto forte, anche se sono pigra e adoro rimandare tutto, e quando c'è da fare qualcosa da fare normalmente lo faccio, condizioni avverse o meno. Come mai ero diventata una miserabile frittella lamentosa sempre stanca e sempre stressata che non aveva più energia nemmeno per andare al cinema?
Strascina che ti strascina, virus dopo virus, una mattina mi sono svegliata con i piedi doloranti e similissimi nella forma e nella compattezza a due meloni di scarsa maturazione. Difficile anche camminarci, e per giunta mi sentivo molto, molto suonata. 
Soltanto la sera, una volta constatato che i meloni non accennavano minimamente a sgonfiarsi e che se possibile ero ancor piú rintronata del mattino, mi è venuto il sospetto che forse, un po' di febbre... 
In effetti avevo più di 38, così ho esortato il medico a venirmi a vedere. Con mia grande sorpresa la risposta è stata un quieto "Va bene". È seguita una visita piuttosto accurata, una chiacchierata su svariate tematiche e infine l'ingiunzione di   ricoverarmi per qualche giorno all'ospedale per analisi, ché se mi fossi ricoverata sarebbe stato tutto molto più rapido che fare le analisi da casa una per una, specie in questi giorni di ponti e festività varie. 
Come sempre ho gniaulato un po' all'idea di fare l'ennesima assenza, ma l'idea di accelerare i tempi mi allettava* e insomma ho accettato e, una volta preparato uno zainetto ben fornito di letture leggere (ovvero tipiche letture "da ospedale", dove il livello di concentrazione che puoi raggiungere non sarà mai altissimo ma un intreccio avvincente può essere di grande aiuto e conforto) ma che comprendeva anche due libri di un certo spessore più altri generi di prima necessità, mi sono diretta verso l'ospedale debitamente armata di pazienza&rassegnazione per i miei quattro-cinque giorni di analisi intra-festività.
Che si sono trasformati un un esilio di venti giorni.

Se qualche lettore si aspettasse adesso una tirata contro l'inefficienza e le lungaggini del Servizio Nazionale Italiano sappia che non la troverà qui: non sono stati venti giorni in cui il personale medico e paramedico si laccava le unghie mentre io imploravo che, per pietà, si decidessero infine a farmi un qualche tipo di analisi, no, essi non lo sono stati. L'ospedale di Santa Maria Annunziata di Ponte a Niccheri è considerato (a buon diritto, mi sembra) una eccellenza della Sanità della Toscana e in quei venti giorni non ha lesinato sforzi, impegno ed energia per venire a capo del mio grave ma anche complesso caso bucandomi come un colabrodo, prelevandomi immani quantità di sangue per le più varie analisi, rifilandomi infinite flebo, cospargendomi ovunque di chili e chili di gel per le più varie ecografie, imbottendomi di disgustosi beveroni per seguire cosa succedeva nelle mie budella eccetera eccetera. Mi hanno rimesso in piedi, sgonfiato le caviglie, risistemato una serie di valori... e infine rimandato a casa per una ulteriore convalescenza in attesa di conoscere i risultati di tutte le infinite analisi che mi avevano fatto e di formulare infine una diagnosi ben precisa.
Così adesso sono praticamente in vacanza, con l'obbligo di aver cura di me come fossi un fiore di serra e di non fare niente che possa stancarmi, circondata dai più cari affetti, diventati per l'occasione molto ansiosi. Tutto molto bello e gratificante per il mio ego e anche per il mio povero fisico stremato. 

Ma, lo ammetto, un po' mi girano e vorrei tanto tornare a scuola.
Nel frattempo leggo, faccio cose, vedo gente e mi interesso pure di fotografia.
E un pochino mi sfavo, se proprio devo essere sincera.

*un verbo molto adatto, considerando le circostanze - perché appunto assai a letto sono stata

mercoledì 9 maggio 2018

E tu dov'eri, quando hanno rapito Aldo Moro?


Aldo Moro fu rapito il 16 Marzo 1978 dalle Brigate Rosse e rilasciato da cadavere il 9 Maggio. All'epoca avevo diciassette anni e frequentavo la prima liceo (classico).
Per quanto ricordo, nella mia vita Aldo Moro c'è sempre stato, come Andreotti e Fanfani. Ricordo una vita senza Pannella, senza Craxi e senza Scalfaro (che già c'era, naturalmente, ma non era personaggio di gran spicco) ma non senza Aldo Moro. Niente di strano, perché da quando c'era la repubblica aveva sempre ricoperto cariche di rilievo. Non mi stava granché simpatico, ma nemmeno lo detestavo. C'era, e lo sopportavo con paziente rassegnazione.
Le Brigate Rosse invece erano molto più recenti, anzi erano entrate nella vita di tutti i giorni di noi comuni mortali solo nel 1974, quando rapirono il giudice Sossi (poi rilasciato). Scrivevano dei comunicati fluviali noiosissimi e un tantino deliranti dei quali non sono mai riuscita ad andare oltre la terza riga e mi davano l'impressione di essere dei pazzi incautamente lasciati in libertà. Probabilmente non era una impressione priva di fondamento.
Il giorno del suo rapimento Moro con la sua scorta (cinque uomini che per l'occasione furono tutti assassinati) stava andando ad assistere alla presentazione di un qualche governo Andreotti. Nel frattempo la 1E stava svolgendo con grande impegno e determinazione un tema.
Entrò un custode, si avvicinò al prof. Blasio e gli disse qualcosa a bassissima voce. I due scambiarono qualche parola, poi il custode uscì ratto ratto. Seguimmo il tutto con scarsissimo interesse: la nostra attenzione era concentrata tutta sul tema. 
Il prof. Blasio ci guardò un instante, poi a voce bassa e chiara disse "Le Brigate Rosse hanno rapito Aldo Moro".
Ventisette paia di occhi assai indifferenti si alzarono dai fogli protocolli, più per cortesia che per altro. In ognuna di quelle paia di occhi era scritto a chiare lettere "E chi se ne frega?".
Il prof Blasio rimase chiaramente spiazzato davanti al nostro gelatinoso e  plateale disinteresse.
"Mi sembrava giusto che lo sapeste" mormorò in tono di scusa, poi si chetò e riprese a leggere il giornale, mentre noi ci rituffavamo nei nostri temi con ardore. 
Ebbene sì, professore, non era poi così fuor di luogo informare tempestivamente una classe del fatto che uno dei massimi esponenti della politica italiana era stato rapito da un gruppo di terroristi, e no, non lo si poteva definire un morboso tentativo di forzare i ragazzi verso un esasperato interesse verso la politica. Lei si comportò nel modo più opportuno. Ma per noi, tutti noi, in quel momento era molto più importante il tema.

Così facemmo il tema, lo consegnammo, prendemmo atto che il giorno dopo o due giorni dopo ci sarebbe stata l'assemblea straordinaria dedicata al rapimento di Aldo Moro (il cui senso mi sfuggiva completamente, ma perché negarsi una assemblea saltando qualche ora di lezione? Poteva essere una buona occasione per attaccare discorso con X o con Y, scopo della vita di tutti quanti). 
In noi non c'era stupore, paura o sconcerto: le Brigate Rosse avevano sequestrato Aldo Moro, ebbene sì. Era pur giunto il momento che cominciassero a sequestrare politici, e allora perché non Aldo Moro? Tutto avveniva nel corso naturale delle cose, perché eravamo negli anni di piombo. E no, non era colpa dei comunisti, e nemmeno dei fascisti, e gridare in corteo "Fascisti, carogne, tornate nelle fogne" contro le Brigate rosse era una stupidaggine, né piú né meno. Ma di stupidaggini nei cortei in quegli anni se ne dicevano tante - né l'abitudine si è persa al giorno d'oggi, anche se ci sono meno cortei.  

Per quel che ricordo il sequestro Moro non incise molto nella vita e nei discorsi della gente comune, e perfino nella mia piuttosto politicizzata famiglia se ne parlava assai poco, salvo all'ora dei notiziari. 
Per quel che ricordo nemmeno per un minuto ho seriamente pensato che Moro sarebbe uscito vivo da quella storia, né mai me ne è fregato qualcosa che ci riuscisse. Di una cosa però ero assolutamente convinta: lo Stato doveva trattare e cercare di farlo rilasciare, a costo di "ammettere l'esistenza delle Brigate Rosse": primo perché Moro di mestiere faceva il politico e non l'aspirante martire e aveva tutto il diritto di uscir vivo da quella storia, secondo perché ad ogni modo le Brigate Rosse esistevano, piacesse o no, e per favore la smettessero fra tutti di prendersi in giro. Ricordo che  apprezzai molto la mirabile franchezza con cui Paolo VI avviò il suo appello: Mi rivolgo a voi, fratelli delle Brigate Rosse, pur sicura com'ero che non sarebbe servito a niente.
Chi era favorevole alle trattative, possibilmente affiancate a robuste indagini tese a fare gran sfracello dei rapitori una volta messo in sicurezza l'ostaggio, a parte Murasaki e la sua famiglia?
Quasi nessuno tra politici e giornalisti, che fra tutti stavano facendo della vicenda un vero affare di stato (quale in effetti era), loro sì, parlandone moltissimo.
Quasi nessuno: Craxi, Pannella e i radicali, Sciascia, autore di un celebre motto "Né con questo stato, né con le Brigate Rosse", che gli procurò il biasimo quasi universale in qualità di Immondo Traditore della Patria ma che rendeva perfettamente il punto di vista di chi, come me, non nutriva molta simpatia per uno stato autoritario, arbitrario e molto probabilmente implicato in una parte delle stragi di quegli anni, ma ne nutriva poca anche per chi straparlava di popolo al potere un un linguaggio astruso e noiosissimo ma pieno di una retorica insopportabile.

Di tutto questo per strada non si parlava mai, nemmeno con casuali accenni: il rapimento Moro non scosse le nostre coscienze né turbò la quiete del viver nostro: erano gli anni di piombo.
Qualche tempo dopo, commentando l'importanza del 16 Marzo 1978 nell'umano calendario, la nostra politicizzatissima compagna di classe (che anche lei aveva continuato imperterrita a fare il tema) commentò svagata "sì, successero un  casino di cose, quel giorno: mi misi con Andrea, rapirono Moro...".
Non c'è dubbio che, tra i due, per lei l'avvenimento più importante sia stato essersi messa con Andrea, col quale ha poi fatto due figli all'interno di un matrimonio che mi risulta essere stato felice. Ma, garantisco, anche il resto della classe diede assai maggior peso all'avvio di questo legame che al rapimento di uno dei più importanti uomini politici del paese.

Nel corso degli anni ho maturato tre convinzioni sul rapimento Moro, non una delle quali supportata dalla benché minima prova concreta:
1) Moro fu rapito perché era favorevole all'ingresso del PCI nei governi italiani.
2) E i mandanti furono gli USA, che hanno sempre nutrito un irragionevolissimo terrore verso il PCI, senza mai accorgersi che era di fatto un partito borghese e moderatamente conservatore che avrebbe costituito un utile contrappunto alla DC.
3) Cossiga, allora ministro degli interni, seguì all'epoca le istruzioni ricevute, convinto di fare la cosa migliore per l'Italia e con grande sacrificio personale; ma  poi se ne pentì amaramente e il rimorso di aver abbandonato il suo amico lo ha tormentato per tutta la vita.
Col corollario aggiuntivo che, a ben guardare, la DC fu ben lieta di cogliere la palla al balzo e liberarsi da quel rompiscatole moralizzatore - qui però non si tratta di ipotesi, ma di banale constatazione. 

giovedì 19 aprile 2018

Della sempre più ramificata cornutaggine dei funzionari INVALSI e delle loro brillanti pensate (post lievissimamente polemico)


Orsù, da dove inizierò dunque a lodare la grandezza e l'incommensurabilità delle lunghe    corna dei funzionari Invalsi, che ogni anno si industriano e si ingegnano a mostrarsi  sempre più per quel che realmente sono, ovvero dei grandissimi cornuti?

La cosa sta diventando difficile, perché ogni anno sfoggio per loro mirabolanti descrizioni, che però si mostrano regolarmente inadeguate e insufficienti già l'anno successivo. Lo splendore, la lunghezza, la bellezza e l'estensione delle loro corna sono ormai note a chiunque frequenti questo blog (e anche, spero, al vicinato dei suddetti funzionari, che mi auguro di cuore abbia parte attiva nel far di loro quei grandissimi cornuti che sono); eppure la mia eloquenza sta esaurendo i suoi poveri mezzi espressivi, mentre la loro cornutaggine riesce ogni anno a toccare nuove e più sublimi vette - probabilmente il motto araldico di costoro è Quondam non ascendebam? - e insomma devo ammettere che sì vasto tema richiederebbe ben altra capacità retorica di quella di cui la natura e i miei modesti studi sono riusciti a dotarmi.

Ma basta con i preamboli e veniamo infine in medias res: quest'anno all'Istituto Invalsi, mentre erano intenti a decorare le loro lunghe e ramose corna con rami di agrifoglio e pungitopo e nastri argentati, i cornutissimi funzionari hanno stabilito che le prove Invalsi per la terza media, ormai non più vincolate all'esame di stato, dovessero venire fatte al computer, in rete.

L'idea, ci tengo a precisare, non è del tutto priva di lati positivi, primo tra tutti quello di sollevare l'insegnante della scuola dal fardello della correzione... nonché dalla tentazione di intervenire per correggere; insomma, dovrebbe ridurre di non poco il cheating e liberarci di un impiccio. Questo aspetto è senz'altro positivo - o meglio, lo sarebbe se non trascurasse alcuni piccoli ma non completamente insignificanti dettagli: per esempio che la situazione informatica di molte scuole non è del tutto ottimale (sì, insomma, spesso fa schifo al cesso): per quanto il mondo sia pieno di fibre ottiche, bande larghe e connessioni satellitari, molte scuole continuano ad arrangiarsi con una tradizionale connessione a criceti che un giorno va maluccio e l'altra pure, probabilmente perché nessuni si preoccupa di fornire granaglie di adeguata qualità a queste simpatiche quanto utili bestiole. E non tutte le scuole, ahimé, dispongono di attrezzature informatiche di primissima qualità. Insomma, visto dall'esterno il passo sembrava decisamente prematuro e ricordava vagamente quei genitori che cercano libri su Platone per bambini di tre anni  (pare che esistano davvero).

Sotto questo aspetto comunque alle medie di St. Mary Mead non siamo più messi così male: negli ultimi anni un insieme di lotterie, Comitati dei Genitori onnipresenti peggio del prezzemolo, raccolte punti di vari supermercati e progetti nazionali ed europei ha operato un netto miglioramento dell'insieme, e ormai da quasi un mese ogni classe è dotata di una LIM funzionante, supportata da un computer altrettanto funzionante - ma soprattutto la scuola ha inaugurato un Grandioso Laboratorio Informatico (che ha cominciato a perdere quasi subito pezzi, come capita spesso in questi casi). E no, non abbiamo ancora l'aula video ma questi son dettagli.

Così, posti innanzi al duro cimento, i due addetti all'informatica han tenuto consulto.
Quanti alunni ha la Terza più numerosa?
Ventitré.
Ce le abbiamo, ventitré postazioni informatiche di attendibile funzionamento nel Laboratorio?
Col cavolo.
Ma POTREMMO avercele, staccando computer alle classi e alle varie postazioni sparse?
Forse. È possibile. Potremmo. Potrebbimo.
E la rete è in grado di reggere ventitré collegamenti in contemporanea più quelli delle classi?
Mmmhh, tutto può essere, ma sarebbe meglio non rischiare. 
E la finestra di apertura delle credenziali (ovvero i giorni in cui dall'INVALSI si degnano di faci accedere al loro cazzo di prove come se fosse chissà qual grande degnazione, ci lascia un margine in caso di problemi tecnici?
Poco.
E dunque cosa conviene fare?
Staccare la rete a tutta la scuola, Laboratorio escluso, e chiedere a chi è credente di pregare con gran fervore.

E così è stato: con infinito impazzamento collettivo e gran rutilare di sostituzioni è stato alfine preparato un calendario dove ogni giorno le tre terze affrontavano una data prova Invalsi e in quei giorni tutta la scuola è stata severamente diffidata dall'usare qualsivoglia strumento informatico, e in quei giorni tutta la scuola ha trattenuto il respiro e chi era credente ha pregato.
Naturalmente un paio di computer del laboratorio hanno dato forfait all'ultimo momento     (ma erano stati preparati dei rimpiazzi di emergenza) e la linea ha tenuto (mentre a Crifosso, dove tutti sono tanto ganzi, il collegamento proprio quel giorno ha deciso di prendersi un po' di meritato riposo rendendo impossibile ogni lavoro Invalsico) e le prove di Italiano sono scivolate via senza colpo ferire.
Tutto è scivolato via abbastanza bene anche il secondo giorno, con le prove di Matematica.
E tutto è andato male il Terzo Giorno, quello delle temutissime prove di Inglese, che le classi dovevano affrontare in due diverse metà e in due separate prove: Lettura e Ascolto, la seconda delle quali creata, immagino, al solo ed esclusivo scopo di facilitare l'impazzamento collettivo: perché quando mai, agli esami, era stata chiesta una prova di ascolto? Ed era davvero così indispensabile chiederla proprio quest'anno, non parendo ai nostri Cornuti prediletti di aver messo sufficiente carne a rosolare sulla griglia delle sventurate scuole? 
Lettura in verità è scivolata senza colpo ferire, e la parte della Terza che mi era stata affidata sembrava assai placida e racconfortata. Ma, arrivati all'Ascolto, una volta infilate le cuffie, sono sorti due problemi di non scarsa entità:
1) Il suono arrivava a volume molto basso, e spesso sovrapposto a una seconda voce
2) La domanda si chiudeva da sola, quando le pareva, senza che l'alunno avesse segnalato di aver completato la risposta.
Il n. 2  se non altro ci ha dispensato da qualsivoglia questione sul supplemento di tempo da concedere ai DSA: perché anche loro, come tutti, hanno avuto il piacere di eseguire in circa venticinque minuti una prova per cui ne erano previsti quarantacinque (sessanta per i DSA). 
È stato dunque un gruppo di ragazzi assai contrariato, innervosito e irritato quel che ho ricondotto in classe al "termine" della prova, e gli altri gruppi che si sono avvicendati durante la mattinata non hanno avuto maggior fortuna.
A questo punto si è scoperto che raggiungere il cornutissimo Istituto Invalsi per segnalargli "Houston, abbiamo avuto un problema" era praticamente impossibile: non era stato infatti previsto un sistema di contatto diretto in caso di problemi - molto giustamente, vien da pensare, perché è chiaro che se fai le cose à la cazze du chien, c'è pure il rischio che te lo intasino, il contatto, obbligandoti con ciò a sottrarre tempo prezioso ad attività più importanti, come per esempio lucidarsi adeguatamente i lunghi palchi di corna con l'olio di mandorla o di camelia. 

Nonostante tutto però gli indefessi sforzi della nostra Preside, non disgiunti dalle insistenze dei due addetti informatici, sono infine riusciti a raggiungere l'Istituto Invalsi, dove nel giro di una sola settimana ci hanno garantito una nuova finestra (al momento in corso) dove gli sventurati alunni, a gruppi di quattro e di cinque (caso mai nin si fosse già perso tempo a sufficienza con questo cazzo di prove) potranno, nel giro di circa cinque giorni, svolgere nuovamente la loro prova di Ascolto, si spera con miglior frutto.


E dunque, volendo tirare le somme di questo primo, cornutissimo esperimento, mi sento senz'altro in diritto di affermare che detto esperimento presenta senz'altro un buon margine di miglioramento e che forse, tra un cornetto e l'altro, all'Istituto Invalsi avrebbero fatto bene a ricordare la celebre risposta che si narra Lazzaro, richiesto da Gesù di alzarsi e camminare, abbia dato:
"Oh biondino, una cosa per volta e 'per favore'!"
Perché, forse, svegliarsi una mattina e stabilire d'ufficio che dall'oggi al domani siamo diventati una nazione ben informatizzata e mirabilmente collegata con la Grande Rete è cosa che solo dei grandissimi cornuti possono fare.

Dedico dunque ai funzionari Invalsi - che, come mi sembra di avere più volte ribadito, sono tutti senza eccezione alcuna dei grandissimi cornuti, questa splendida aria dal Falstaff dove il tema delle corna è sviluppato con adeguata grandiosità:

venerdì 13 aprile 2018

Poirot sul Nilo - Agatha Christie

N.B. Può contenere spoiler. O no, a seconda di come capita. 

Con questo post inauguro una serie di recensioni dei miei romanzi preferiti di Agatha Christie - non necessariamente i migliori, o i più famosi, o quelli universalmente considerati i migliori, ma semplicemente quelli cui mi sento più legata e che rileggo piú volentieri; perché io la Christie la rileggo sempre molto volentieri, ogni volta con la piacevole sensazione di passare una serata con dei vecchi e cari amici: e in fondo il suo mondo è casa mia da quando ero ancora una ragazzina che frequentava le scuole medie.

Il primo di questi romanzi prediletti è Poirot sul Nilo (Death on Nile, nel titolo originale), pubblicato nel 1937. All'epoca Agatha Christie era già molto famosa, aveva scritto diversi dei suoi romanzi più famosi e si era già felicemente risposata con un archeologo.
Il romanzo si inserisce nel ramo archeologico della sua produzione (durante un viaggio in Egitto una escursione turistica sul Nilo viene funestata prima da un omicidio, poi in rapida sequenza da un secondo e da un terzo, finché Poirot non trova il modo di sbrogliare la matassa); templi e monumenti vari recitano molto dignitosamente la loro parte, pur contribuendo solo con un po' di atmosfera all'insieme.
Siamo anche nel filone "gruppo di passeggeri casualmente riuniti su un determinato mezzo di trasporto, ma non uno solo di loro è esattamente quel che sembra". Beh, un paio a dire il vero lo sono, ma fsnno quasi soltanto da riempitivo.
Abbiamo anche un classico caso di Triangolo Mendace, ovvero un triangolo ingannatore perché si tende a guardarlo dal lato sbagliato.
Infine il romanzo rientra anche nella categoria dei Romanzi Tagliati e Censurati: perché per molti, moltissimi anni i lettori italiani lo hanno letto in versione sforbiciata: per qualche deplorevole motivo la Mondadori si era messa in testa che i romanzi di Agatha Christie erano troppo lunghi e ne ha tagliato circa un quinto per farlo rientrare in un determinato numero di pagine, di solito togliendo soprattutto un po' di colore locale - una pessima idea in questo tipo di libri, perché il diabolo, ovvero la soluzione, tende assai a nascondersi nei dettagli, ovvero nel colore locale. 
Quanto alla censura... siamo ai tempi del fascismo e i suicidi erano ritenuti altamente sconvenienti. Così, fino all'arrivo della versione filmata il suicidio finale venne ignorato dai lettori italiani e ricordo il commento sdegnato di un recensore del film che lamentava appunto quel suicidio aggiunto arbitrariamente dagli sceneggiatori - che, poverelli, si erano limitati a rispettare la storia originale. Finalmente qualcuno ebbe però l'idea di ritradurre il tutto e il suicidio risultò doverosamente filologico, anche se leggermente alterato nei tempi e nel luogo per esigenze cinematografiche. Nel frattempo comunque eravamo arrivati al 1978.

Il romanzo ha un avvio piuttosto tranquillo, e le vicende sentimentali della bellissima e ricchissima ereditiera americana occupano quasi metà del libro prima che entri in scena il primo cadavere (anche se c'è già stato, poche pagine prima, un colpo di pistola a dato solo parzialmente a buon fine). A quel punto l'azione si blocca e partono le indagini, sulla nave immobile in attesa dell'arrivo delle autorità. Poirot e il suo assistente del momento, il colonnello Race (in realtà un Alto Funzionario dei Servizi Segreti a caccia di un pericolosissimo organizzatore di complotti internazionali) riescono comunque a risolvere tutto nel giro di una giornata; la nave può quindi ben presto ripartire, anche se il gruppo di vacanzieri risulterà a quel punto piuttosto sfoltito da varie circostanze. Quelli che sono sopravvissuti e non sono coinvolti in accuse di complotti internazionali, truffa, appropriazione indebita o omicidio plurimo si ritroveranno comunque con una nuova vita davanti, ricca di nuove opportunità - e naturalmente Poirot e il colonnello Race potranno continuare il loro lavoro.

Il film del 1978 vanta un lussuosissimo cast ed è il mio preferito tratto  da un romanzo della Christie. Peter Ustinov è e rimane il mio Poirot preferito di tutti i tempi, anche se mi hanno spiegato che non si tratta di un Poirot particolarmente fedele - ma questo ai miei occhi è un pregio, perché il personaggio di Poirot non mi ha mai entusiasmato, e dunque meno è filologico e più mi piace.

Tutti recitano molto bene, in particolare i paesaggi e il Nilo, e la versione è quasi perfettamente fedele, anche se la bionda americana diventa bruna e la bruna e ardente Jacqueline è una Mia Farrow assai bionda. Quanto al bel Simon, era assolutamente perfetto.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti buone letture sotto i ciliegi e gli albicocchi in fiore.

lunedì 9 aprile 2018

Lunedì film - La marcia su Roma

Come si arriva al fascismo? Qual è la strada che porta un popolo pacioso di brava gente verso le squadracce e l'olio di ricino nel giro di quattro anni dalla fine di una guerra vittoriosa dove sì, l'Italia uscì con le ossa rotte ma anche gli altri paesi europei tanto bene non stavano messi, eppure fascisti non diventarono?
Son questioni complicate da spiegare in pochi giorni a una classe di quattordicenni che, per ovvi motivi, un grande background storiografico non ce l'hanno e non possono averlo. Inoltre è facilissimo scivolare nella retorica e nella propaganda - senza contare che anche i migliori e più accurati manuali delle medie più di tante pagine non possono dedicare all'argomento e che in questo periodo il fascismo sembra pure tornato di moda e viene spesso rievocato attribuendogli aspetti e meriti che avrebbero alquanto sorpreso i suoi stessi fondatori.
Per diversi anni il problema sembrava piuttosto datato, e mi sono limitata a raccontare che il fascismo era arrivato, amen, per poi passare ad avvenimenti ben più fascinosi agli occhi degli studenti. Negli ultimi anni però ho cercato di approfondire un po' l'argomento. 
Una buona scorciatoia può essere offerta da questo film che è una brillante commedia all'italiana che, come tutte le commedie all'italiana, contiene una sua bella fetta di humor nero e qualche risvolto altamente drammatico.
La marcia su Roma è un film del 1962, quando le acque sembravano abbastanza calme e il fascismo sembrava una questione legata al passato. Forse. Chissà. 
Regia di Dino Risi, sceneggiatura di gran lusso cui collaborarono tra gli altri Scarpelli e Scola, buon ritmo, ricostruzione storica accurata, niente tagli manichei tra buoni e cattivi anzi una garbata descrizione di come, appunto, si diventava "cattivi": del resto, si sa, gli italiani sono brava gente.
Abbiamo quindi un reduce di guerra assai spiantato e - letteralmente - con le scarpe bucate, che rimedia malamente la giornata scocciando gli ufficiali in congedo e esibendo una falsa medaglia al merito per raccattare elemosine e un contadino assai affezionato alla terra ma che, come tanti all'epoca, di terra non ne ha, e campa più o meno alle spalle della sorella incinta e del marito che non sono affatto entusiasti di averlo tra i piedi. Siamo ancora agli inizi degli inizi e il fascismo si configura ancora come un movimento democratico a fondo socialista che presenta un programma che promette un po' di tutto, dal mare in Lombardia alla leggendaria terra ai contadini. Una buona spaghettata e un piatto di stufato bastano a conquistare i favori del reduce spiantato, la promessa della terra  attira assai l'aspirante contadino (che sarebbe in realtà un democristiano in nuce).
Le prime elezioni però non vanno molto bene e la politica del fascismo cambia, nemmeno troppo lentamente: dai comizi deserti alle Case del Popolo bruciate (di solito senza gente dentro. Di solito) la strada non è molto lunga e passa dal sabotaggio degli scioperi per approdare ai pestaggi e all'olio di ricino in una sequenza ritenuta giustamente memorabile. Si sa, le strade si percorrono facendo un passo per volta ma sono sempre i primi i più lunghi da fare, quando si è preso il ritmo si continua facilmente e ci si abitua facilmente a considerare la violenza un modo come un altro per portare avanti il discorso.

Si arriva così alle adunate che convergono verso Roma, con tanto di blocchi stradali prima ordinati dal potere centrale e poi sciolti per ordine del re - e proprio durante il viaggio a Roma i due protagonisti vengono colti da dubbi crescenti, particolarmente davanti all'uso troppo disinvolto non già del manganello ma della pistola fatto da uno dei capi delle squadracce - e proprio prima di entrare a Roma pianteranno le camicie nere e assisteranno alla marcia in abiti borghesi e una certa, crescente perplessità.
Il film si chiude con un pezzo di filmato storico dove Vittorio Emanuele III assiste all'adunata dal suo balcone e si consulta con l'ammiraglio di Revel per poi decidere che i fascisti sembrano gente seria, proviamoli per qualche mese (il filmato è storico, il doppiaggio aggiunto è uno dei molti tocchi di genio degli sceneggiatori).



Il film non è molto lungo (94 minuti) non ha tempi morti e si snoda con molta chiarezza. Un paio di pause possono rivelarsi necessarie per spiegare ai ragazzi che il fascismo degli inizi aveva effettivamente un programma piuttosto multiforme, ma soprattutto il funzionamento della sequenza sullo sciopero sabotato - un meccanismo per loro abbastanza sconosciuto - e, naturalmente, ogni volta che qualcuno dichiara di non aver capito qualcosa nella trama, perché quello che nel 1962 era conosciutissimo ai più per dei quattordicenni può essere piuttosto misterioso. Nel complesso però se ne esce piuttosto bene e la storia si segue senza molta difficoltà.

sabato 31 marzo 2018

Buon Pesce di Pasqua a tutti!


Quest'anno Pasqua cade proprio il Primo Aprile, giorno riservato per tradizione agli scherzi, ai giochi e alle sorprese.
E invero quest'anno qualche sorpresa qua e là ce la sta riservando.
Inoltre a Pasqua si mangiano le uova di cioccolato, dove c'è la sorpresa.
E per tradizione si mangia anche molto pesce, specie nei giorni di vigilia - anche per ricordare colui che nella sua passione si degnò di diventare per noi un pesce arrosto - e che i pesci li moltiplicava, oltre a garantire pesche abbondanti e frequentare pescatori.
Pasqua inoltre è una festa di primavera, e quale pesce non festeggia la primavera? (cioè, no, qui forse mi sono fatta un po' prendere la mano dal sincretismo a tutti i costi...).
D'accordo, non tutti i pesci vanno in giro sulla terraferma portando nelle pinne cestini di fiori e chiacchierando allegramente; la stagione comunque si presta alle passeggiate e i fiori non mancano, perfino in città.
Auguri a tutti, e possano le sorprese e gli scherzi del destino trovarci preparati e disponibili a coglierne le varie opportunità.

venerdì 30 marzo 2018

Lady Anna - Anthony Trollope


Prometto che dopo questo post per un po' con Trollope mi darò una calmata, anche se in questo periodo non sto leggendo praticamente altro ed è diventato una specie di droga per me. Questo però ci tengo a segnalarlo, perché Trollope lo riteneva il suo romanzo migliore. I suoi lettori non condivisero tanto entusiasmo e pare che nel complesso il plauso non sia stato poi così universale, almeno così assicura l'introduzione. In compenso tutti hanno sempre fatto gran conto di Orley Farm, di cui ha già parlato la povna tempo fa - e che è un romanzo davvero degno di ogni stima. Io però di tendenza sono d'accordo con Trollope e ammetto che Lady Anna mi ha preso in modo particolare, forse per una certa tendenza alla sintesi, forse per la presentazione di una situazione e di un personaggio abbastanza insoliti per l'universo gentry che popola abitualmente i suoi romanzi; o forse addirittura due personaggi insoliti, che guarda caso sono pure la coppia da portare all'altare. Ma andiamo per ordine.

Anna, che forse è lady e forse no (il dubbio non verrà mai definitivamente sciolto, solo dato per ragionevolmente risolto; e qui si potrebbe aprire una interessante parentesi su come veniva vista l'Italia dell'epoca attraverso i romanzi vittoriani, ovvero una specie di terra selvaggia popolata di stranissimi individui regolati da leggi antropologicamente assai misteriose) è figlia di una povera ragazza che ha fatto un matrimonio sbagliato: prima di tutto perché sposarsi un grandissimo stronzo* non è mai una buona scelta coniugale, e in secondo luogo perché, a un anno di distanza da una cerimonia nuziale condotta con tutte le apparenze della legalità e a matrimonio ormai ampiamente consumato, la poverina viene informata dallo stronzo in questione che lui in Italia aveva una moglie vivente e che dunque il loro matrimonio di fatto non esiste...ma senza presentarle prove o documenti.
Se l'educazione inglese dell'Ottocento non fosse stata così rigorosa un paio di doverose pugnalate tirate bene o una bella schioppettata avrebbero prontamente sistemato la   questione. La forse-moglie si ritrova invece a combattere a colpi di carta bollata nel difficile tentativo di dimostrare che lei non è una concubina e la loro figlia, la forse-lady Anna, non è una bastarda; non è un bel vivere, anche perché la faccenda si trascina per più di vent'anni. Nel frattempo le due forse-lady sopravvivono a spese di un rispettabile sarto, che si è preso a cuore il loro triste caso per amor di giustizia... e che ha un figlio, di poco maggiore di Anna.

Passano appunto più di vent'anni e arriviamo alla parte narrata nel romanzo, dove Anna si ritrova a dover scegliere tra sposare un conte bello e simpatico e d'ogni grazia adorno (un matrimonio che appianerebbe ogni problema per tutti, compreso il conte che è un po' squattrinato ma non per questo incline a prendersi quel che non gli spetta di diritto) e il rozzo figlio del sarto con cui ha scambiato una promessa d'amore forzata da circostanze esterne - per lo meno, è così che vedono la cosa nel bel mondo. Quanto al figlio del sarto (che non si considera particolarmente rozzo, pensa un po' la stranezza di certa gente), costui trova invero molto sconsolante la possibilità che l'ingenua Anna si lasci traviare dal falso scintillío di un mondo di parassiti in cui non riscontra alcuna reale superiorità morale.
Il tema dei due rivali per amore si arricchisce dunque di una sfumatura politica: entrambi gli uomini considerano contronatura oltre che sconveniente sul piano morale la possibilità che Anna scelga il rivale. Non si tratta dunque di un contrasto tra gentiluomini, bensì della stomachevole circostanza di vedersi sottrarre la donna amata da uno scarafaggio, fermo restando che la donna amata ha il diritto di scegliersi anche lo scarafaggio (ma in quel disgraziato caso si dimostrerà del tutto indegna della preferenza che le è stata accordata).
Secondo l'autore della postfazione il romanzo non ebbe il successo di cui l'autore lo trovava meritevole perché l'argomento risultò indigesto al pubblico (e sono d'accordo), e anche perché Trollope rifiuta di prendere decisamente posizione per una delle due posizioni politiche possibili, ovvero quella socialista e quella conservatrice - e qui sono decisamente meno d'accordo, perché mi sembra che Trollope la posizione la prenda eccome, ma nel  solito modo discreto e felpato, facendo parlare soprattutto la storia, le circostanze e i personaggi ma senza mai andare apertamente contro le convenzioni sociali. 
Resta il fatto che, prenda o non prenda posizione, di sicuro descrive molto bene una questione sociale che in quegli anni stava diventando di grande attualità, e lo fa attraverso la scelta sentimentale di una fanciulla che, molto femminilmente e secondo le convenzioni dell'epoca, si lascia guidare dal cuore e dal suo senso di giustizia, senza alcuna presa di posizione politica.
Romanzo gradevole, scorrevole, interessante, ben costruito, ma lascia anche parecchio da pensare. L'azione è più compatta del solito, le disgressioni scarseggiano e le seghe mentali sono ridotte veramente ai minimi termini. Addirittura, si chiude con un solo matrimonio - sia pur festeggiato in una certa atmosfera di riconciliazione.
Consigliato per tutte le stagioni e in tutti gli stati d'animo.

*senza offesa per gli stronzi, è solo un modo di dire che in questo caso presenta però il difetto di essere piuttosto inadeguato.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro Buona Pasqua e molto cioccolato  a tutti.