Il mio blog preferito

sabato 23 settembre 2017

Sulla precaria autostima di taluni adolescenti

Come l'anno scorso, anche quest'anno ho avviato una lunghissima serie di prove d'ingresso che chiamo prove d'ingresso solo in cuor mio.
Per verificare la cosiddetta capacità espositiva (=come parlano in italiano?) li ho messi a descrivere una serie di quadri da me scelti, per lo più surrealisti, come questo*

ma, mentre li sceglievo dalle varie cartelline ho scovato una foto, presumibilmente piuttosto ritoccata, di un gattino che guardando il suo riflesso vede una bella tigre siberiana assai maestosa, e ho deciso di rifilarlo a Cinderella, che secondo me non è sufficientemente convinta delle sue potenzialità.
Quando arriva il suo turno chiedo "Avete già fatto i pronomi riflessivi in inglese?".
"" "No" "Forse". "Comunque sappiamo cosa vuol dire" taglia corto Merlino.
Cinderella comincia a descrivere: "Siamo in una stanza, probabilmente nel pomeriggio, e un gattino si guarda riflesso in una pozza d'acqua vedendosi un po' più grande di quel che è".
Sommesso brusìo.
"Un po' più grande?" chiedo soavemente "Sicura?".
"Sì, si vede come un gatto grande...".
Altro brusìo "Sicura che quello è un gatto?".
"No, forse sembra più grande di un gatto...".
Dopo lunghe trattative infine Cinderella ammette che si tratta di un felino più grosso, e dopo qualche insistenza spunta fuori la parola tigre.
Al momento di tradurre il piccolo motto, che in teoria i ragazzi dovrebbero conoscere anche al di là delle loro eventuali conoscenze di inglese, dalle loro bocche esce di tutto, a cominciare dal verbo believe che vuol dire le cose più strane. Infine Merlino si decide a fornire la traduzione esatta.
"Come mai secondo te l'ho intitolato Autostima felina?".
Anche lì, solo dopo lunghe ed estenuanti trattative Cinderella si decide ad ammettere che la foto esorta lo spettatore a coltivare grandi aspettative n ei propri confronti.
Cinderella torna a posto con un voto non tanto alto, e io rimango a riflettere in cuor mio. Non solo lei, ma l'intera classe è andata in tilt alla semplice prospettiva di vedersi grandi e maestosi, pronti ad affrontare la vita con fiducia, e le tre semplici parolette in una lingua che frequentano ormai da molti anni han mandato in crisi quasi tutti.
D'altra parte sono ormai più di due anni che sostengo che l'intera classe ha problemi di autostima ed evita e aggira con ogni cura qualsiasi ostacolo, evidentemente convinta di non essere all'altezza (compreso Merlino, anche se in modo un po' meno appariscente degli altri).
Che ci abbia visto giusto?
Di sicuro, nemmeno l'insicurissima classe di Hogsmeade era così carente, sul piano della fiducia in sé stessi - e in terza si svegliarono assai, sotto quell'aspetto. Ma qui sembra che ci sia parecchio lavoro da fare, e francamente non so come farlo. Eppure mi sembra indispensabile mandarli alle superiori con una maggiore disponibilità a mordere la vita.

(Naturalmente ero convinta di avere scelto una foto molto semplice per Cinderella, e anzi mi sentivo un po' in colpa perché la sua era più facile, ai miei occhi, di molte delle altre).

*almeno, CREDO sia surrealista

lunedì 18 settembre 2017

Il Vero Insegnante non teme il Ridicolo (anzi se lo va a cercare col lanternino): il mistero di Timbuctù

Timbuktu, nobile e antica città dell'Indocina (?)
Stamani c'era il taglio del nastro con la Prima Geografica, ovvero una classe che avrà il piacere (o dovrei piuttosto dire il divertimento) di avermi come insegnante di Geografia.
Seduta di assaggio, mi presento, chiedo i loro nomi, prometto che ci metterò un secolo ad impararli - insomma, le solite formalità.
Poi passo a raccontargli che Geografia è una materia enorme, dove è quasi impossibile non trovare qualcosa che ci piaccia, ma che è una materia che più avanti gli servirà.
"Non tanto per sapere dove sono i posti. Per esempio, se volete andare a Timbuktu non importa che sappiate dov'è: basta andare in un agenzia turistica e vi daranno il biglietto. A quel punto quel che importa è che dov'è Timbuktu lo sappia il pilota dell'aereo, e vi garantisco che lo sa".
Tutti ne convengono, divertiti. Poi arriva la domanda inevitabile:
"Ma dov'è Timbuktu?".
"Oh, da qualche parte nell'Estremo Oriente" rispondo svagata "Indocina, Vietnam, quella roba là".
Chi è vicino al planisfero la cerca e, ovviamente, non la trova.
"Il punto preciso non lo so" pausa "In effetti non capisco perché ho citato proprio Timbuktu e non Calcutta, che so perfettamente dove si trova". Il Sostegno ride pazzamente, e ne ha ben donde "Comunque, come vi dicevo, non è un problema trovarla: ecco qua". Accendo il computer,  accendo la LIM. Scopro che la LIM non è collegata e la collego. Nel frattempo il computer si è messo a fare i capricci. Voglio ripristinare il sistema? Voglio che il sistema si autoripari? Voglio RIAVVIARE il sistema?
Dico di sì a tutto, ma il sistema non si riavvia e la LIM continua a restare bianca. Magnifico, penso, niente LIM e un libro che fa schifo per fare geografia. Ci sarà da ridere.
Comunque prometto di portare una slide che indichi con esattezza dov'è Timbuktu, la prossima volta. E comincio a straparlare di interazione dell'uomo con l'ambiente e tutto questo genere di cose. Insomma, faccio la prima lezione.
Nel pomeriggio, mentre leggiucchio piacevolmente a letto, mi viene in mente di cercare Timbuktu. Apro il tablet...
...e scopro che Timbuktu, ben lungi dall'essere nell'Indocina, se ne sta pacifica da svariati secoli in AFRICA, in pieno deserto, nell'attuale Mali.
Una nuova perla si aggiunge così alla mia collana: dopo avere messo in tempi ormai lontani il Nepal in Africa, adesso ho anche spostato in Indocina una delle capitali storiche dei califfati arabi.
Sul serio: non potevo limitarmi a citare Calcutta?

sabato 16 settembre 2017

In famiglia - Hector Malot

Hector Malot è il padre di uno dei più famosi orfanelli della letteratura ottocentesca, ovvero Remi, protagonista del libro Senza famiglia. Meno conosciuto in Italia invece è In famiglia (pubblicato in Francia nel 1893) che pure ha anche lui alle spalle un cartone animato giapponese della fine degli anni '70, trasmesso in Italia a partire dal 1980. Però il cartone di Remi era della Tokyo Movie Shinsha e venne trasmesso su Rai1, mentre la storia di Peline finì sui circuiti privati ed era fatto dalla Nippon, con un disegno meno accattivante, almeno ad occhi occidentali, ed ebbe il dubbio privilegio di un doppiaggio decisamente avventuroso, dove la protagonista ebbe la voce di ben quattro diverse doppiatrici, due delle quali si alternavano anche nelle stesse puntate.
All'epoca comunque io scansavo le storie di orfanelli e preferivo astronavi e robot che combattevano intrepidamente contro gli invasori. Insomma, di Peline ricordo poco più della sigla, che aveva comunque la caratteristica, davvero insolita in una sigla italiana di cartone animato giapponese, di corrispondere fedelmente al contenuto. 
Ho sempre scansato come la peste il romanzo di Remi, ma avevo invece incrociato con una certa soddisfazione la storia di Perrine (poi traslitterata in Peline dai giapponesi in base al loro particolarissimo rapporto con la erre) per averla incontrata alle elementari in una edizione ridotta; mi era piaciuta soprattutto la parte dove si era scelta una capanna come casa, organizzandosi una vita à la Robinson, organizzandosi con grande abilità tanto da invitare a cena la sua amica e offrirle un pasto completo, dalla zuppa al dolce. Avevo anche molto riflettuto sul fatto che a undici anni c'era chi già lavorava in fabbrica, un tempo (imparai in seguito che c'era anche chi aveva avuto il mirabile privilegio di lavorarci a sette o otto anni, e con orari decisamente improponibili).
Ho cercato diverse volte il libro per comprarlo, o almeno rileggerlo, ma le biblioteche offrivano solo vecchie edizioni di dubbia completezza. Quest'anno però Salani l'ha rimandato in libreria, corredato con una bella prefazione di Bianca Pitzorno, e mi sono precipitata a comprarlo e rileggerlo scoprendo che era anche meglio di come lo ricordavo.

Alla base di tutto c'è un giovane figlio di un magnate delle industrie tessili, un po' scapestrato e mandato in India a lavorare per la ditta paterna, con l'idea che così rimetterà la testa a posto e diventerà un degno erede per le industrie paterne. Il figlio però si innamora di una giovane angoindiana - non un'indiana purosangue, nota bene, ma un'indiana solo a metà, per giunta cattolica.  
Il padre dà di fuori di matto, disereda il figlio e si fa un film in cui "quella donna" lo ha costretto al matrimonio che non è un matrimonio valido in Francia (il particolare in seguito non viene mai chiarito, ma mi sembra strano che un matrimonio contratto liberamente da un francese possa non essere legalmente riconosciuto in Francia) e adesso lo tiene lontano dalla sua famiglia. Anche la nipotina (che è Perrine) non viene minimamente considerata perché legalmente "non è sua figlia". Il padre tuttavia è disposto al perdono se il figlio piantasse la sua sposa illecita e la figlia altrettanto illecita. Ma, vedi un po' la sorpresa, il figlio non ne vuole nemmeno sentir parlare. Tuttavia il padre, diventato nel frattempo nonno suo malgrado, continua a vivere nella sua fantasia che presto il figlio tornerà.
Passano gli anni, i due coniugi "illegali" hanno le loro disavventure e infine il figlio decide davvero di tornare in Francia, ma con moglie e figlia al seguito, viaggiando come fotografo ambulante su un carro trainato da un simpaticissimo asino. Poco prima dell'inizio del romanzo però il padre muore e anche se nel cartone animato per un buon terzo la serie madre e figlia continuano il loro viaggio tra avventure tristi e liete, nel libro troviamo la madre moribonda e nella miseria più totale.
Perrine ha undici anni e nelle prime cento pagine del romanzo perde la madre, poi è costretta a vendere l'asino e il carro e infine continua il viaggio a piedi, col tocco finale di perdere i suoi ultimi cinque franchi. Sola, affamata ma irrimediabilmente onesta viene soccorsa sull'orlo della morte per inedia prima dall'asino, e poi dalla donna che ha comprato quell'asino e che porterà infine Perrine fino al paese dove abita il nonno e dove Perrine deve, come le ha chiesto sua madre, guadagnarsi il suo affetto in modo discreto.
Perrine si inventa un nuovo nome, si procura un lavoro da operaia e si organizza la vita in una capanna di cacciatori rifacendosi un po' di guardaroba e di stoviglie e amministrandosi con una oculatezza davvero ammirevole. Più avanti, grazie a una serie di fortunate circostanze - perché alla fine perfino gli orfanelli dei romanzi dell'Ottocento hanno diritto a un po' di fortuna, dopo essere stati perseguitati in modo davvero perverso dai loro autori - diventa l'interprete del nonno, poi la sua segretaria e confidente. Infine il nonno la riconosce e i due si riuniscono, e grazie al benefico influsso della nipote il ricco industriale diventa il più filantropico e amorevole degli imprenditori.
Il romanzo, edificante e commovente in giusta misura, si fa leggere con grande interesse e una adeguata dose di batticuore e di ansia. Non so quanto possa apprezzarlo oggi un ragazzino dell'età di Perrine (tra gli undici e i dodici anni) anche se proverò ad ammanirne un assaggio alla mia attuale Terza; ma è di sicuro adatto ai lettori adulti appassionati di romanzi dell'Ottocento e offre molti spunti di riflessione.

Con questo post partecipo, sull'orlo del filo di lana al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti buone letture in questo fine settimana piovoso dal sapore autunnale, dove un bel romanzo da leggere a lume di candela quando salta la corrente per via dei temporali è particolarmente piacevole (ma si legge volentieri anche con la luce elettrica, garantisco).

martedì 12 settembre 2017

Il piano Kalergi

Sì, questo è Kalergi. Da notare l'inquietante stella a sei punte sullo sfondo

Il piano Kalergi è una oscura macchinazione di cui sono venuta a conoscenza in modi del tutto casuale. Attenzione: ho scritto che ne sono venuta a conoscenza, non che ci sono entrata in contatto o vi sto partecipando; adesso però che lo conosco vorrei condividere questa nuova conoscenza sul mio blog

Cominciamo dal nome: Il piano Kalergi prende il nome niente di meno che dal conte Richard Nicolaus di Coudenhove-Kalergi (1894-1972)  personaggio decisamente sconosciuto ai più - o almeno io non l'avevo mai sentito nominare.
Si tratta di un uomo decisamente particolare sin dalle origini, perché è nato dal matrimonio di un diplomatico austro-ungarico con una giapponese discendente da una famiglia di samurai, che dopo aver studiato nell'impero austriaco prese poi la cittadinanza cecoslovacca.Nel 1921 fu iniziato alla massoneria in una loggia di Vienna.*
Anche se oggi è piuttosto sconosciuto, è stato uno dei primi fondatori del movimento paneuropeista, e nel 1923 pubblicò il suo libro più famoso, Paneuropa, dove auspicava una federazione degli stati europei (che così avrebbero smesso di farsi la guerra ogni due per tre).
L'idea suscitò un certo interesse negli alti ambienti della politica internazionale e come sappiamo in seguito diede abbondanti frutti, ma solo dopo che la sua validità venne evidenziata da quel disastro totale che fui la seconda guerra mondiale. In particolare, alcune delle sue proposte maturarono validamente - come l'idea di adottare come inno dell'unione europea quel testo di Schiller musicato da Beethoven noto come "Inno alla gioia", e quella di riunire sotto una unica autorità ferro e carbone tedesco e francese. Fu lui a fondare (in Svizzera) l'Unione Parlamentare Europea, nel 1948.
Nel 1950 ricevette per primo il Premio Carlo Magno, più avanti conosciuto anche come Premio Carlo Magno-Kalergi e che fu in seguito assegnato a molti dei padri e delle madri d'Europa.

Dietro questa facciata assai rispettabile pare che si celasse in realtà un oscuro disegno, ed ecco che vado a esporvelo citando un articolo... del 2013:
"nel suo libro «Praktischer Idealismus» pubblicato nel 1925, Kalergi espone una visione multiculturalista e multi-etnicista dell’Europa, dichiarando che gli abitanti dei futuri Stati Uniti d’Europa” non saranno i popoli originali del Vecchio continente, bensì una sorta di subumanità resa bestiale dalla mescolanza razziale”, e affermando senza mezzi termini che “è necessario incrociare i popoli europei con razze asiatiche e di colore, per creare un gregge multietnico senza qualità e facilmente dominabile dall’elite al potere. L’uomo del futuro sarà di sangue misto. La razza futura  eurasiatica-negroide, estremamente simile agli antichi egiziani, sostituirà la molteplicità dei popoli, con una molteplicità di personalità”."


E' una citazione esatta? Non è detto. A parte che non conosco il tedesco, trovare una copia del Praktischer Idealismus non è per niente facile, anche se immagino che dandosi da fare con le librerie antiquarie se ne possa venire a capo. Ho citato questo articolo perché è uno dei più vecchi che ho trovato in rete dopo essermi pazientemente spulciata una mezza dozzina di pagine della ricerca "Piano Kalergi" su Google. Il sito dove ho attinto non è uno di quelli che userei volentieri per preparare una lezione di storia, ma magari sono pregiudizi. Tuttavia è possibile che qualche provvida manina abbia fatto scivolare qua e là qualche aggiunta; ad esempio non mi risulta che gli antichi egiziani fossero poi questo schifo di subumanità, né che siano mai stati considerati tali. Stiamo tutti a estasiarci davanti alla pittura egiziana, l'arte egiziana, la cultura egiziana, le piramidi egiziane... e in fondo, le elite che li manovravano erano egiziani pure loro e non del tutto privi di qualità, mi sembra. Chi manovrava loro? 
Francamente, non saprei; ma certo non sono abbastanza esperta di storia egiziana per esprimere giudizi in materia.
Sul fatto però che l'umanità in futuro sarebbe stata assai mescolata Kalergi sembra averci visto giusto. D'altra parte chi poteva dirlo meglio di lui, che era euroasiatico? La gente si è sempre mescolata, ma oggi lo può fare con rapidità molto maggiore grazie a mezzi di trasporto assai veloci (usati assai volentieri anche dagli eserciti) e a un sistema di scambi decisamente attivo.
Più avanti comunque ci viene data una citazione dove vengono esposti gli obbiettivi del la Conferenza Paneuropea di Vienna del 1926:
l’Unione Pan-europea ribadisce il suo impegno al patriottismo europeo, a coronamento dell’identità nazionale di tutti gli europei. Nel momento dell’interdipendenza e delle sfide globali, solo una forte Europa unita politicamente è in grado di garantire il futuro dei suoi popoli ed entità etniche. L’Unione Paneuropea riconosce il diritto all’autodeterminazione dei gruppi etnici allo sviluppo (…) culturale, economico e politico”. 
E magari qualche pignolo si domanderà in che modo un Europa popolata di subumani possa dimostrarsi forte, e come contavano, quei signori, di perseguire il coronamento dell'identità nazionale di tutti gli europei e garantire il diritto dell'autodeterminazione dei gruppi etnici allo sviluppo culturale, economico e politico trasformando l'Europa in un gran calderone popolato da subumani. Sta di fatto che quel discorsetto sopra citato potrebbe essere riciclato paro paro in una qualche conferenza dell'Unione Europea anche oggi.
Soprattutto: che interesse avrebbe l'Europa a popolarsi spontaneamente di subumani? Non è molto chiaro, anche perché le elite europee (esattamente come quelle dell'antico Egitto) sono esse stesse europee, e in regime democratico c'è il forte rischio che i subumani scelgano di votare subumani come loro, e se tutti sono subumani i subumani-capi non troveranno eccezionale facilità nel manovrare i subumani sottoposti: sarebbe una lotta alla pari e magari sarebbero le elite ad essere manovrate dai popoli.
Insomma, tutta questa fatica per ritrovarsi al punto di partenza? Mah.
A meno che, considerando l'estremo favore con cui gli Stati Uniti hanno sempre guardato al paneuropeismo, dietro il diabolico piano di Kalergi ci fossero loro, gli americani. 
Chissà.

Il piano Kalergi sembra spuntato come un fungo dal nulla nel secondo decennio del terzo millennio. Nel frattempo, chi complottava per sostituire gli europei con altrettanti subumani ha operato in perfetta discrezione senza lasciar tracce. 
Ma è proprio così?
Ebbene no. Nel 2005 lo studioso austriaco Gerd Honsik, piuttosto famoso per la sue teorie sulle camere a gas, pubblicò un libro di cui non sono riuscita a trovare il titolo e che non si trova più in vendita. In questo libro esponeva la teoria del piano Kalergi per il genocidio degli europei. Il libro non è stato tradotto in italiano. Credo però che se ne trovino abbondanti citazioni nel libro di Matteo Simonetti La verità sul piano Kalerg pubblicato nel 2015 dalle edizioni Radio Spada.
Da allora, grazie alla provvida esistenza, finalmente, di un libro in italiano, la teoria del piano Kalergi si è assai diffusa anche in rete, e per chi vuole trovare analisi e smentite c'è solo l'imbarazzo della scelta.

Ma torniamo al piano in questione. Ho tralasciato un anello essenziale del piano Kalergi: gli ebrei.
Celebri per i loro piani per la dominazione del mondo, gli ebrei (molto cari a Kalergi, che se ne era anche sposata una) hanno la loro parte in questa faccenda, ben riassunta in questo articolo:

Precursore inconsapevole del pensiero nomade e profeta dell’attuale Europa, nonché razzista eugenetico fautore dell’avvento di una massa di meteci privi di volontà e carattere dominati da una casta apolide di super-ricchi, il massone Kalergi è per sovramercato un suprematista filo-ebraico figlio di diplomatico pro-sionista e di consorte ebrea. Fedele alla dottrina della doppia verità, se egli prescrive l’endogamia ai dominati, raccomanda invece la consanguineità alla razza dei dominatori “Ciò che separa principalmente gli ebrei dai cittadini medi è il fatto che siano degli individui consanguinei. La forza di carattere alleata all’acutezza spirituale, predestina l’ebreo a divenire, attraverso i suoi esponenti di spicco, il leader dell’umanità urbana, il falso o vero (!) aristocratico dello spirito, un protagonista del capitalismo come della rivoluzione”. 

Insomma, siamo alle solite: un complotto abilmente gestito da ebrei, banchieri e comunisti per dominare il mondo - perché sì, ci sono anche i comunisti:

Secondo il padre dell’Europa, è nel comunismo sovietico che si prepara l’avvento della nuova nobiltà di sangue e spirito:“E’ qui che si eleva al rango di simbolo, l’unione tra Lenin, l’uomo della piccola nobiltà rurale e Trotsky, il letterato ebreo: qui si riconcilia l’opposizione tra il carattere e lo spirito, lo junker e il letterato, gli uomini rustici e gli uomini urbani, i pagani e i cristiani, in una sintesi creatrice dell’aristocrazia rivoluzionaria”.

Questa curiosa alleanza tra comunisti, banchieri e giudei non è del tutto nuova: ne abbiamo trovato tracce anche nei Protocolli dei Savi Anziani di Sion, un fedele resoconto dell'abile complotto grazie al quale gli ebrei riuscirono nella mirabile impresa di farsi quasi sterminare. Del resto, se semini in giro i resoconti dei tuoi oscuri complotti per dominare il mondo come fossero coriandoli, ci sta che qualcosa possa anche andarti male.

Verrebbe fatto di domandarsi: ma in questa settantina di anni, l'Unione Europea ha fatto effettivamente qualcosa per sostituire la popolazione europea con quella dei subumani?
Non moltissimo, sembrerebbe; adesso però ha deciso di rimediare alla sua ignobile pigrizia e sta abilmente operando un invasione. Più esattamente un invasione dell'Italia: sì, tutti questi immigrati, non penserete mica che stiano arrivando per caso, o per circostanze legate agli sviluppi della  situazione internazionale?
A questo proposito ecco un video che spiega come stanno le cose.


Ed ecco svelato il coinvolgimento delle massime cariche istituzionali (o almeno di una di loro):

Nel caso che qualche pignolo si domandasse in che modo la presidente della camera, qualsiasi oscuro piano appoggi o non appoggi in cuor suo, risulti di una qualche utilità nella realizzazione del piano in questione, non avendo poteri esecutivi di sorta, posso solo rispondere che la sua nomina è stata ampiamente appoggiata dall'Unione Europea, che l'ha messa lì appunto per favorire il piano, e tutto ciò è stato dichiarato perfino in televisione, nella trasmissione "La gabbia" su La7. E come si fa a mettere in dubbio quel che dicono alla televisione?

Mentre vagavo per la rete a caccia di notizie sul piano Kalergi, nel mio animo di aspirante storica si affacciava però una domanda: a distanza di cento anni e passa, come è possibile che qualcuno, per quanto sprovveduto, riesca a prendere sul serio un complotto internazionale guidato dagli ebrei, dai banchieri, dai massoni e dai comunisti, insomma una risciacquatura slavata del buon vecchio complotto demoplutogiudaicomassonico?
Confesso che questa cosa mi spaventa molto più di qualsiasi Grande Invasione. 

*per approfondire il pensiero di Kalergi, può essere utile leggere l'articolo di Valerio Benedetti Esiste davvero il piano Kalergi? Ecco la risposta.

domenica 10 settembre 2017

La Cattedra Fantasma

Una collega ricordava qualche giorno fa l'orrido rito delle Convocazioni per le assegnazioni annuali (dette comunemente Supplenze Annuali) cui i poveri precari sono tuttora costretti, e il grande sollievo che tutti noi fortunati ormai entrati in ruolo proviamo per non dovervi più partecipare.
La prima fase, che solo con estrema abilità non disgiunta da una notevole dose di fortuna è possibile almeno in parte evitare, è quella delle previsioni ansiose: i precari che aspirano a una di queste supplenze annuali passano infatti l'estate consultando ansiosamente le graduatorie, telefonando alle segreterie delle varie scuole per informarsi sulle cattedre disponibile e comunicando ansiosamente ai colleghi le più nere previsioni sin da Agosto, infelicitando la vita dei poveretti che si sforzano di rimuovere l'argomento in base al vecchio detto sapienziale se non c'è rimedio, perché preoccuparsi? e cercano di godersi le vacanze e gli affetti familiari. C'è un gran rifrullo di telefonate sotto gli ombrelloni e ulteriori telefonate in cerca di conforto e di telefonate supplementari di chi ha ricevuto notizie confortanti e cerca in tutti i modi di ricevere notizie che contraddicano queste notizie confortanti, nonché di insegnanti di ruolo o addirittura in pensione che con sadismo tutt'altro che sottile cercano di sconfortare chi non mostra di strapparsi adeguata quantità di capelli. Chi non c'è passato non può capire la perversione di tutto l'insieme, ma garantisco che è notevole.
Giunge infine il Gran Giorno della Chiama del Bestiame, ovvero quella parte di rituale cui nemmeno il precario più sereno, equilibrato e solare può sottrarsi - insomma le famose Convocazioni per le Supplenze annuali.
In questo barbaro rituale il povero precario viene ammassato con altri poveri precari e tenuto per ore senza acqua, senza cibo* e talvolta anche senza aria (che a fine Agosto è il problema più serio) nell'eterna attesa che al banco delle convocazioni smettano di confabulare dio solo sa di che cosa e si decidano finalmente ad assegnare quelle cazzo di cattedre. 
Tuttavia a volte se confabulano a lungo c'è un suo perché.

Nelle piccole città il rituale è molto meno sfibrante e si compie, sì come vuole la legge ormai da molti e molti anni, entro il 31 Luglio. Ma nelle grandi città si resta sempre indietro e tuttora non è insolito il caso in cui le convocazioni avvengono addirittura ai primi di Settembre, e perfino ad anno scolastico già cominciato. 
Firenze non è una città molto grande, ma come credo di aver detto gode del privilegio di un Provveditorato piuttosto inefficiente.
Durante quelle lunghe e interminabili ore di attesa, mentre al banco delle chiamate confabulano, stormi di precari attrezzatissimi con graduatorie stampate vagano da una fila all'altra chiedendo a chiunque incontrano cosa vuole prendere. L'insieme è snervante in sommo grado, e tuttavia i poveretti che vagano sono a mio parere scusabili, non fosse che per il fatto che le ore sono davvero lunghe (specie nelle convocazioni di Lettere, che ha numerose classi di concorso) e il tempo è d'uopo passarlo in qualche modo: gli argomenti di conversazione in molti casi si esauriscono in fretta, l'ambiente non permette di concentrarsi nella lettura** e insomma si fa quel che si può.

Il folle rituale prevede poi talvolta la presenza delle celebri Cattedre Fantasma, ovvero cattedre assegnate ma che non esistono - cui fanno talvolta da contraltare cattedre che esistono ma che non vengono assegnate. La vox populi racconta che queste ultime siano il frutto di complesse manovre di taluni Dirigenti Scolastici ben ammanicati che desiderano (magari per motivi rispettabilissimi come la Continuità Didattica, ovvero il desiderio di riavere un dato insegnante con cui le classi si sono trovate particolarmente bene) che una data cattedra sia assegnata ad uno specifico insegnante - tuttavia non ho la minima prova che ciò risponda a verità, anche se nel corso degli anni qualche sospetto talvolta mi è venuto. 
Le Cattedre Fantasma insomma sono il frutto avvelenato della più pura cialtroneria, e nascono esclusivamente da una cattiva organizzazione del Provveditorato - cui creano spesso non poche rogne;  e visto che il Provveditorato di Firenze gestisce di solito piuttosto male anche l'ordinaria amministrazione, figurarsi cosa riesce a combinare con i pasticci creati da lui stesso medesimo.

Un anno, e in modo abbastanza marginale, nella Cattedra Fantasma inciampai anch'io, e passo qui a raccontare come andò la faccenda.
Era - o meglio, volevo che fosse - il secondo anno di St. Mary Mead. 
L'anno precedente ero entrata per la prima volta in quella simpatica scuoletta e mi era stata assegnata la classe dei Baronetti Inglesi, con cui legai molto bene.
Ero lì da tre mesi quando una lunga processione di genitori mi cominciò a chiedere se ero di ruolo e se comunque sarei rimasta.
Spiegai che non ero di ruolo e quindi rimanere o meno non dipendeva da me, ma che certo quel che era umanamente possibile per continuare a lavorare con quella classe lo avrei fatto.
In realtà ero piuttosto tranquilla, perché St. Mary Mead non era una sede eccezionalmente ambita e l'anno precedente ero stata la prima a scegliere tra cinque cattedre. Durante l'estate però un paio di posti andarono a ruolo e rifecero le graduatorie dove, per una serie di raffinate questioni di punteggio che non sto qui a spiegare nel dettaglio, avevo perso una dozzina di posizioni. Dunque ero abbastanza ottimista ma, nonostante un provvido pensionamento, tutt'altro che sicura di centrare l'agognato obbiettivo; tuttavia la buona sorte mi asssisté e riuscii a impossessarmi dell'ultima delle quattro cattedre disponibili. 
Cosa mi importava di avere scelto per prima o per ultima? Ero di nuovo con i miei amati Baronetti Inglesi e dunque perfettamente soddisfatta.
Il giorno dopo passai metà giornata al telefono chiacchierando con la collega di Matematica e con la VicePreside che addirittura mi chiese se ero disponibile a fare il laboratorio di Latino (che rifiutai con bel garbo, consapevole che molti altri aspiravano a quell'onore). Avviammo progetti, mi informarono sulle novità dell'anno e fu tutto un gioioso scambio di mirallegri.
Poi festeggiai il lieto evento con carissimi amici in un delizioso ristorantino di campagna dove mangiammo assai bene in una gioiosa atmosfera. Intorno a noi, le colline toscane splendevano in tutto il loro rigoglio.
Infine la mattina seguente andai alla sede centrale della scuola per firmare la presa di servizio. Era una giornata di zucchero filato, con uno splendido cielo azzurro costellato di candide nuvolette che faceva risaltare il lussuoso e verdeggiante paesaggio, e un gradevole venticello aveva spazzato via ogni traccia di afa o sgradevole calura. Quale auspicio migliore per una bella presa di servizio?
Sulla soglia della scuola incrociai il Preside, che mi salutò con un bel sorriso e si disse lieto di riavermi con loro. Assai compiaciuta di questa bella accoglienza entrai in Segreteria, e lì scoprii che la mia cattedra era in forse perché alle convocazioni avevano fatto un gran casino con le assegnazioni.
Il problema era nato a causa di una cara e simpatica collega davanti a me di poche posizioni in graduatoria, che avrebbe tanto voluto tornare a Crifosso dalle sue amate classi dell'anno precedente ma non aveva potuto. Aveva perciò scelto una cattedra a Dunclivio, assai conveniente per lei per logistica e posizionamento.
Senonché, nel pomeriggio, aveva scoperto, tramite telefonata dal Provveditorato, che la sua cattedra non esisteva - o meglio esisteva, ma era occupata da una rispettabile titolare di ruolo né alcuno nella segreteria della scuola di Dunclivio riusciva a capire come mai avessero assegnato la sua cattedra nelle supplenze annuali, dal momento che la titolare non aveva manifestato alcuna intenzione di andarsene o di prendere congedo per qualsivoglia motivo.
Dal Provveditorato provarono a suggerirle di prendere una determinata cattedra, per lei assai scomoda. Comprensibilmente, la collega rifiutò e disse che non voleva un avanzo, ma una delle cattedre che le sarebbe spettata in base alla sua posizione in graduatoria.
Al Provveditorato si mostrarono molto seccati, e dissero che no, la cattedra che le offrivano era ottima e lei non aveva motivo di rifiutarla. La collega era molto dolce e cortese di animo ma non mostrò alcuna inclinazione a prendere la cattedra scomoda e, guarda un po', si impuntò come un mulo per avere quel che le spettava di diritto.
In base all'effetto domino, a quel punto qualsiasi cattedra assegnata dopo la sua risultava irregolare.
Alla fine al Provveditorato si arresero - anche perché nel frattempo era emerso che le cattedre fantasma erano ben tre, ed erano addirittura spuntate dal nulla cattedre che il giorno precedente non c'erano, perfino sulla sempre ambitissima città di Firenze.
In pratica: andavano rifatte tutte le convocazioni per le classi di Lettere.
Non era quel che si dice una bella notizia. Tutti provarono a rassicurarmi, ma tutti sapevano, come me, che il rischio di perdere i miei amati Baronetti Inglesi era concreto.
In qualche modo passarono i giorni necessari perché il Provveditorato si decidesse infine a capire quante cattedre c'erano a disposizione per le Supplenze Annuali. Naturalmente, quando qualcuno andò a protestare spiegarono che non era colpa loro. Io stessa sentii uno degli addetti mormorare se solo potessimo dirvi di chi è la colpa e ricordo di aver chiesto se la colpa ricadeva sul Presidente della Repubblica, su quello del Consiglio o direttamente sulla Corte Costituzionale. Mi guardarono male, ma non ribatterono. E' capitato spesso, al Provveditorato di Firenze, che mi guardassero male ma senza poter ribattere, e non è capitato soltanto a me. D'altra parte gli è capitato anche spesso di ricevere denunce ed esposti in quantità, ed è piuttosto comprensibile considerando come lavorano.
Venne fatta una nuova convocazione, anche se ci spiegarono che, nonostante l'apparenza, quella che veniva fatta quel giorno non era una vera convocazione anche se era una convocazione, però era una convocazione solo per alcuni. Quando infine qualcuno*** gli chiese se per favore volevano decidersi a dire almeno due frasi comprensibili e coerenti fra loro si mostrarono molto seccati.
Ci spiegarono che tutto ciò avveniva in nome della trasparenza - citarono la trasparenza una buona mezza dozzina di volte, anche se la trasparenza non c'entrava nulla e volevano solo evitare di essere affogati nei ricorsi - che peraltro era un desiderio legittimo.
Alla fine le convocazioni si avviarono, in un gran mare di pasticci. Ricordo ad esempio come tentarono di convincere una insegnante che, siccome alla prima convocazione aveva preso uno spezzone, non poteva più prendere una cattedra intera, e ricordo ancora la gelida ma pacata risposta della precaria che tappò infine la bocca a tutti loro:
"Ma stiamo scherzando? Che discorsi sono? Ho preso lo spezzone perché era sotto casa. Adesso quello spezzone non c'è più e io prendo la cattedra intera".
Alla fine, per quel che ne avevo capito, la cattedra di St. Mary Mead spettava ancora a me; c'era però il piccolo e insignificante dettaglio che, dopo aver avvisato tutte le scuole medie della provincia di non fare contratti per Lettere in attesa della Convocazione-Che-Non-Era-Una-Vera-Convocazione, al Provveditorato non venne in mente di avvisare le varie scuole che sì, adesso potevano farli, i contratti, e pure farceli firmare.
Così la mattina dopo venni strappata al più dolce dei sonni, poco dopo le otto, dalla segretaria che mi chiedeva se poteva infine preparare il mio contratto. Risposi di sì e tornai a dormire. Solo dopo essermi nuovamente risvegliata, un paio di ore dopo, mi venne in mente che non ero affatto qualificata per dire alla segreteria di preparare o non preparare contratti.
Ad ogni modo quell'anno insegnai a St. Mary Mead, con mio gran piacere.
*naturalmente nulla gli impedisce di portarseli da casa, l'acqua e il cibo, e di consumarli nell'attesa; il problema sorge quando qualcuno desidera rifocillarsi in uno dei moltissimi punti di ristoro che una grande città spesso offre, perché durante le convocazioni il motto è "Vegliate perché sapete sì il giorno, ma certamente non l'ora" in quanto capita di avere due, tre e financo cinque graduatorie aperte in contemporanea, per i più vari motivi.
**giuro che ci ho provato. 
***no, non io.

venerdì 1 settembre 2017

Stanotte la libertà - Dominique Lapierre e Larry Collins

Ho scoperto questo libro grazie al gentil consiglio di una frequentatrice del gruppo di ucronia in cui sono iscritta su Facebook, e per puro caso mi sono ritrovata a leggerlo proprio nei giorni in cui ricorreva il 70° anniversario dell'indipendenza indiana (e pakistana).
La data precisa è il 15 Agosto, a mezzanotte - perché il 15 Agosto per gli astrologi indiani era una data infausta, mentre il 16 Agosto era ritenuta abbastanza valida. Lord Mountbatten, il viceré inglese che stava gestendo il complicato affare non aveva pensato a informarsi sulle congiunture astrali, che in India sono tuttora ritenute importantissime - e già questo dettaglio la dice lunga sulla conoscenza della cultura indiana da parte degli inglesi.
Un grande libro per un grande paese (anzi due) e quando dico grande non mi riferisco solo allo spessore storico: è proprio lungo, più di 500 pagine belle fitte, e non perché gli autori si sono divertiti ad allungare il brodo.
E' stato pubblicato nel 1975, quando dal gran giorno erano passati solo 28 anni, ed oggi ne sono passati 42 dalla sua pubblicazione - insomma, oltre che un libro di storia ormai è anche un libro storico, e vede le cose nella prospettiva degli anni in cui fu scritto. Inoltre i documenti a disposizione erano ancora limitati, credo, visti i pochi anni passati.
E' anche un libro scritto in gran parte dal punto di vista inglese: le fonti citate sono in grandissima parte inglesi, a partire dal prode Lord Mountbatten che partecipò con grande disponibilità nel ruolo di fonte orale, visto che all'epoca era ancora vivo e pure in buona salute.
Fonti inglesi, dicevo; e d'altra parte, per un evento come la partenza dall'India (e dal Pakistan) dei governatori inglesi, della classe dirigente inglese e dell'esercito inglese le fonti sono per forza di cose inglesi. Tutta la documentazione sull'avvenimento è inglese, e anche i burocrati indiani erano tutti di formazione inglese, e anche i principali protagonisti indiani del movimento indipendentista, ovvero Gandhi, Nehru e Jinnah, si erano formati nelle università inglesi.
Certo, ci sono un sacco di racconti di contadini indiani, profughi indiani, parenti di vittime indiane (e pakistane), ma manca un contraltare puramente indiano: gli indiani avranno scritto diari, memorie, raccolte di impressioni? Ed erano facilmente rintracciabili all'epoca, o disponibili a lasciarle vedere? Non saprei, ma probabilmente un libro del genere oggi sarebbe scritto in modo diverso. Forse il santino di Lord Mountbatten sarebbe meno edificante e le sue azioni sarebbero valutate diversamente, forse da allora anche dagli archivi inglesi sono usciti documenti nuovi.
In ogni caso è un gran bel libro, molto scorrevole e interessante, specie per chi, come me, dell'evento sa che "nel 1947 l'India diventò indipendente", che è più o meno tutto quel che ci dicono i libri di testo delle medie, aggiungendo però sempre un bel box su Gandhi e la sua lotta non violenta.
Ci viene raccontato nei dettagli il modo che gli inglesi hanno avuto di vivere l'India, ammirandola a tratti, tenendosene isolati il più possibile e avendo gran cura di sfruttarla economicamente, dandoci una visione molto occidentale ma anche molto interessante del Grande Sogno Indiano. 
Una bella sezione (ma non un santino edificante di quelli che ci rifilano con tanta facilità) viene dedicata a Gandhi e alla sua storia. Ho imparato quindi che costui, al momento del suo assassinio, anche se ormai avanti negli anni e un po' malandato in salute, era ancora estremamente vitale e aveva un enorme influsso sulla popolazione, tanto da riuscire a placare tumulti e fermare stragi con un semplice sciopero della fame.
Il tema centrale del racconto è la mitica spartizione, ovvero come e come mai venne presa la folle decisione di separare la parte indù da quella musulmana (in sintesi: perché sembrava impossibile fare diversamente e perché la parte pakistana lo volle con tutte le sue forze, ma anche perché da un paio di anni indù e musulmani e sikh avevano cominciato a picchiarsi dopo secoli di pacifica convivenza) col risultato di dar vita a uno stato diviso in due parti che distavano tra loro svariate migliaia di chilometri, con in mezzo l'attuale India nella sua parte più larga.
Gli inglesi non volevano, Gandhi non voleva, Nehru men che meno, ma sembrava impossibile evitare di farlo per paura di tumulti e guerre civili; inoltre Jinnah, futuro capo di stato pakistano, e tutto il movimento che gli stava dietro lo voleva eccome. Ad ogni modo  sul piano economico non si rivelò una pensata delle migliori, e tumulti e stragi non mancarono comunque, complicando assai un esodo di massa di dieci milioni dieci di persone che andavano su e giù per la penisola oltre a picchiare e farsi picchiare con assoluta equanimità ma senza alcun risultato costruttivo. 
Sarebbe stato meglio fare diversamente? Ah, saperlo, saperlo. Certamente tutto sarebbe andato meglio se il Signor Monsone, vero e unico sovrano del subcontinente indiano, quell'anno non avesse fatto i capricci lasciandosi desiderare per molte e molte settimane - perché il caldo secco rende particolarmente irragionevoli e favorisce la violenza, oltre a complicare parecchio la vita.
Invece non viene detto molto di come gli indiani si organizzarono. Leggi, costituzione, parlamento, governo spuntano nel testo come funghi ma si suppone che ci sia stato un qualche tipo di lavoro preliminare con una qualche partecipazione da parte dei cittadini - e la costituzione non si sarà scritta da sola, oso pensare. Chi votò e quando? Com'erano composti i parlamenti? Chi era la ministra indiana che fece parte del primo governo indiano  una trentina di anni prima che Tina Anselmi diventasse la prima donna ministra in Italia? Come si era organizzato il Pakistan?
Anche con queste lacune gli argomenti comunque non mancano, e ci viene raccontato nei dettagli come fu gestita la presenza di varie centinaia di principati e sultanati vari, come vennero divisi gli strumenti musicali delle bande militari, le armi dell'esercito, la cancelleria, le scrivanie e le macchine da scrivere (pensa un po' che strano, sparì nel nulla un sacco di roba) e come venne organizzato l'attentato a Gandhi (forse la sezione più sbalorditiva), gestito talmente male che nemmeno io avrei saputo far di peggio, fallito la prima volta per un purissimo caso, portato a buon fine pochi giorni dopo grazie a una serie di coincidenze imprevedibili e grazie a una deplorevole mancanza di coordinamento della  polizia indiana, che pure lavorava con grande abilità nei singoli comparti - una mancanza di coordinamento talmente grande da lasciare piuttosto insospettito anche il più fiducioso e candido dei lettori.
Un gran bel libro, che risponde a tante domande e ne fa affiorare molte di più - come ogni buon libro di storia dovrebbe fare - molto dettagliato ma scorrevole. Una lettura perfetta per questa estate così secca, perché permette di immedesimarsi molto bene nei poveri indiani assai accaldati che vagavano per il Punjab e il Bengala in cerca della loro futura casa - ma credo che risulti una buona lettura in qualsiasi stagione, purché si abbia a disposizione un po' di tempo.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e rendo gloria al monsone che tutti aspettiamo con ansia e forse oggi arriverà - rinnovando gli auguri alla signora India (e al signor Pakistan nonché al signor Bangladesh) per un anniversario così importante.


mercoledì 30 agosto 2017

Habemus Novellum Computatorem (veterumque etiam, cordialiter speramus)

Drago pipistrellato, e pure molto stressato. Praticamente un autoritratto

Questo è il primo post che scrivo con il nuovo computer, quello comprato a prezzo di inenarrabili traversie e traversine per stampare il buono del bonus per docenti.
Tutti i computer nuovi sono uno stress per me.
No, non è vero: i primi tre sono scivolati via tranquilli.
Poi è iniziata l'era dei MacIntosh, che ha anche visto il mio ingresso nella Grande Rete.
Tre Mac, compreso questo.
Il primo è andato giù bello liscio, ma dopo dieci anni il poverino aveva grossi problemi per navigare. Come spiegavo sempre, non correvo alcun rischio di ritrovarmi bollette salatissime per colpa di un eccesso di navigazione sui siti porno: semplicemente non riuscivo a caricarli.
Il problema era che cominciavo ad avere seri problemi anche a caricare i siti di fan fiction di Harry Potter e anche navigare a caccia di materiale per le tesine della SSIS era una bella impresa. Insomma, proprio non andava.
Così comprai un bellissimo IMac. 
Vagai tra un venditore Apple e l'altro chiedendo se c'era un modo per trasferire le mie vecchie mail e i miei vecchi file, scritti con programmi antidiluviani. E tutti scuotevano la testa cercando di convincermi che in fondo le vecchie mail non erano importanti.
Senza sapere che ero archivista, e che ero dunque attaccatissima al mio passato. 
Infine approdai in un negozio scicchissimo, molto post moderno e dall'aria molto spocchioso. Lì due simpatici ragazzi mi dissero che non c'era problema, bastava pagare.
E io pagai. E loro fecero un lavoro eccellente, trasferendomi assolutamente tutto.
Mi dissi che un negozio così era da tenersi caro, e infatti negli anni successivi mi rivolsi a loro per ogni acquisto e ci portai pure degli amici che si dissero sempre molto soddisfatti del trattamento ricevuto.
Il nuovo computer lavorava bene, povero caro. Non è stata colpa sua se dovetti combattere per quasi due mesi per avere infine il collegamento in rete nella nuova casa dove mi ero trasferita contemporaneamente all'acquisto del nuovo computer.
Per molti anni tutto andò bene, poi la scheda audio cominciò a perdere colpi, certi programmi davano un sacco di problemi a caricarli (no, non i siti porno): mi dicevano che non riuscivano a stabilire una connessione sicura col provveditorato o altri luoghi del tutto tranquilli che all'apparenza non avrebbero dovuto dare problemi di sicurezza alcuna. Insomma, piano piano mi rassegnai. A malincuore, perché ormai quel computer era la mia seconda casa. Ma il nuovo era simile, solo con un bello schermo retina, fascinosissimo...

Infine, in primavera, in una delle mie prime sortite strisciai verso lo sciccosissimo negozio. 
E scoprii che avevano cambiato gestione e pure nome.
Però ormai mi fidavo. 
Così esposi il mio caso. Volevo un trasloco delle caselle di mail e dei file, che però, avvisai, erano scritti con un programma preistorico.
Non c'era problema, mi assicurarono. Bastava pagare. Poco, tra l'altro, molto meno dell'altra volta. Bastavano ventiquattr'ore e avrebbero travasato tutto.
Ahimé, mi fidai.
Mi fidai.

Ci hanno messo una settimana. Perché gli serviva la password delle mie caselle di mail (gliel'avevo offerta, ma avevano detto che non gli serviva). E poi i file erano vecchi, quindi avevano dovuto archiviarli a mano.
Ma col nuovo programma di scrittura si sarebbero aperti?
Ma certo che si sarebbero aperti. E quando mai?
Così adesso ho una bellissima serie di file che non si aprono.
E una serie di caselle di posta elettronica scomparse. Sì, le più vecchie.
Insomma, se avessi fatto da me sola e medesima il trasferimento dati non avrei potuto farlo peggio.
E il giovane informatico mi ha detto che no, lui aveva capito che i miei file di scrittura erano in Word.
"Works! Il programma si chiamava WORKS!"
E siamo d'accordo che non è un programma conosciutissimo, ma funzionava d'incanto e soprattutto aveva la licenza Apple e a suo tempo lo pagai anche una bella cifrata.
D'accordo, la mia fissazione che Word è uno strumento del demonio. Ma Works è leggero e simpatico e non combina nessuno degli immondi casini che Word infligge regolarmente ai suoi utenti, e permette di salvare in una versione non troppo arcaica di Word.
E poi insomma gli esperti erano loro. Io gli avevo esposto il problema con la massima chiarezza.
L'informatico si è detto dispiaciuto.
Io non ho detto niente perché sono una signora, e quel che ho pensato riguarda solo me. Ma ho pensato moltissime cose, davvero.
sembra che il mio vecchio computer sia ancora intatto. Così andrò a riprendermelo e farò, sul serio, il trasferimento io. A mano, file per file. Cambiandoli uno per uno in Word per vedere se si aprono con la nuova grandissima videoscrittura Apple, oppure spedendomeli per mail uno per uno.
Tutto ciò sarà una molto formativa esperienza, oh sì, essa lo sarà.

Nel frattempo sono dimagrita di un altra decina di chili e invecchiata di una decina di anni.
Lo so che il nuovo computer non ha colpa di niente e che è buono e bravo come l'Altro.
E anche se non mi sono ancora abituata un giorno non lontano lo troverò assolutamente domestico e confortevole.
Intanto mi sono messa come sfondo il Mirolago, che è molto notturno e suggestivo.
Rasserenante, anche. Che in questo momento è quel che più mi serve.



E aspetto con una certa nsia il ritorno del figlio ingiustamente cacciato.
Come ho potuto essere così crudele da volermene disfare? Dopotutto lo amavo teneramente.
E infondo cosa c'è di più logico e normale, dopo aver comprato un computer, che abbarbicarsi a quello vecchio?

Il nuovo computer è arrivato. Viva il vecchio computer.

venerdì 18 agosto 2017

Dov'è finita Audrey? - Sophie Kinsella

Sophie Kinsella ha cominciato a scrivere come Madaleine Wickham, e appunto con questo nome l'ho conosciuta grazie a Mamma Avvocato che ha presentato per il Venerdì del Libro il suo primo romanzo A che gioco giochiamo, che mi era piaciuto molto.
Così avevo provato altri suoi libri, ma dopo due tentativi avevo lasciato perdere perché c'era sempre qualcosa che non mi andava, nonostante l'idea di partenza che mi sembrava molto buona e la storia che nonostante tutto finiva per prendermi... a tratti. La verità è che la chick lit mi dà proprio sui nervi - probabilmente avrò scelto le autrici sbagliate, vai a sapere; ma dopo un po' invece di rilassarmi e divertirmi, come dovrebbe succedere nelle intenzioni di chi scrive, mi vengono dei gran nervi. Limite mio, senz'altro.

Dov'è finita Audrey? è stata presentata diverse volte sul Venerdì del Libro, da Mamma Avvocato, da Tazze Spaiate e probabilmente da qualcun altro che non riesco a ritrovare. Le recensioni mi avevano lasciato una buona impressione, come di qualcosa dove le corde dell'autrice avevano dato il suono giusto - senza contare che sono sempre in cerca di bocconcini prelibati per la biblioteca di scuola; ma per molto tempo il libro spariva dalla biblioteca comunale non appena cercavo di avvicinarmi, per ricomparire solo quando ero strapiena di altre cose da leggere e magari pure in ritardo con le restituzioni (prima o poi qualche bibliotecario mi ucciderà e spero che quel giorno qualcuno vada a testimoniare che ci sono state numerose provocazioni gravi, per ottenergli almeno uno sconto di pena ma magari anche la piena assoluzione).
Infine quest'estate sono riuscita a prenderlo e spolparlo è stata questione rapidissima. Non solo non mi sono innervosita, ma mi è piaciuto molto.
Si tratta del primo tentativo dell'autrice nel periglioso mondo della letteratura per giovani adulti, per giunta trattando l'insidiosissimo tema del bullismo dove già tanti autori anche blasonati hanno dato miserevole prova di sé. Kinsella ha scelto una strada piuttosto interessante, lasciando parlare la protagonista in prima persona ma senza mai raccontare con precisione cosa è successo. Lo intravediamo in trasparenza, per accenni, ma alla fine abbiamo le idee piuttosto chiare in materia.
Dopotutto, ci rendiamo conto, non ha importanza sapere cos'è successo esattamente e quali sono stati gli esatti movimenti in successione che hanno sprofondato la ragazza ion una grave depressione. Ad un certo punto comunque a scuola la faccenda è venuta fuori, c'è stato un gran casino, con tutto il relativo corollario di sospensioni, espulsioni e quant'altro e Audrey è finita in clinica, dove ha avviato un lungo percorso di riabilitazione a base di terapie varie e psicofarmaci. Dopo qualche mese è tornata a casa, dove vive una segregazione volontaria, accortamente seguita da una psicologa - una creatura miracolosa che non sbaglia un colpo che è uno (ne esistono davvero? Forse sì).
Conosciamo quindi Audrey quando in parte è già uscita dal tunnell e quel che ci viene raccontato è la parte centrale della sua guarigione. Vive reclusa, parla solo con i suoi familiari (e con sé stessa, molto) combattendo col suo cervello-lucertola che cerca continuamente di prendere il sopravvento per evitarle contatti traumatici, porta sempre occhiali scuri per non dover guardare nessuno negli occhi e passa le sue giornate leggendo fumetti e seguendo distrattamente la vita di casa, un po' come se fosse a pensione in casa sua.
La famiglia sembra un po' squilibrata, all'inizio, con un fratello ben determinato a passare le sue giornate col videogame di Lord of Conquest (LOC), una madre il cui unico scopo nella vita sembra sia impedire al figlio di giocare a LOC (la quale madre dopo un po' il lettore vorrebbe ardentemente strozzare) e un padre che prende la cosa molto meno sul drammatico della moglie e cerca di barcamenarsi tra lei e il figlio senza gran successo.  Solo nel corso della storia il lettore, attraverso gli occhi di Audrey che lentamente si risveglia e torna al mondo reale, si rende conto che la vera causa dell'inquietudine della famiglia è proprio Audrey: la madre ha lasciato il lavoro perché lei non si sentisse trascurata, ma il lavoro le manca molto, il padre - che a lavorare continua perché la famiglia deve pur mangiare - è soprattutto preoccupato delle ripercussioni che qualsiasi cosa possa avere su Audrey e  anche il fratello, apparentemente avvolto nella sua bolla incantata di videogiochi è altrettanto scosso e preoccupato dei genitori; che insomma il barbaro trattamento che Audrey ha subito dalle compagne - tanto più crudele perché inizialmente travestito sotto le forme insidiose dell'amicizia - non ha colpito solo Audrey, ma tutta la famiglia, che si è ritrovata nuda e disarmata e avvolta dalla cappa del senso di colpa perché come abbiamo potuto non accorgerci di nulla? - l'eterno, angoscioso interrogativo di ogni famiglia quando salta fuori una storia del genere.
In realtà appare chiaro che non è affatto colpa della famiglia e delle gravi carenze affettive che ha inflitto alla ragazza se è successo quel che è successo, perché gravi carenze affettive in effetti non risultano: è stata solo la classica storia di un componente del gruppo (non necessariamente debole o fragile) con cui alcuni elementi hanno deciso di allestirsi un morboso banchetto mentre altri stavano a guardare inorriditi ma senza riuscire a capire in che modo intervenire e a chi chiedere aiuto. Cose di tutti i giorni, si sa, e che succedevano anche un tempo.
Nel corso del romanzo Audrey riprende lentamente i contatti col mondo, uscendo dal suo bozzolo: ricomincia a uscire, avvia una storia con un ragazzo (naturalmente un amico del fratello. Chi altri avrebbe avuto la possibilità di accostarla se non qualcuno che ha accesso alla casa ma in apparenza non viene lì per lei?) riprende i contatti con le amiche (quelle vere); c'è addirittura un incontro con una delle bulle, che ufficialmente vuole rivederla per chiederle scusa ma che gioca in realtà un gioco molto più sporco (probabilmente il capitolo più affascinante del libro perché all'incontro partecipano anche i genitori della bulla e il lettore insieme ad Audrey deve malinconicamente convenire che il sangue non è acqua); soprattutto, osserva attentamente la sua famiglia, girando per casa con una telecamera per preparare il documentario che la psicologa ha richiesto.
La visuale di Audrey, inizialmente claustrofobica, si va allargando, il cervello-lucertola si ritira in buon ordine, la famiglia comincia lentamente a rilassarsi. La storia si avvia verso un lieto fine che però il lettore si limita a intravedere.
L'ho trovato superiore di parecchie lunghezze a qualsiasi altro romanzo sul tema che mi sia mai capitato tra le mani - un interessante gioco di sfumature e chiaroscuri dove il lettore deve darsi parecchio da fare e molto di quel che gli viene detto e fatto capire non è narrato esplicitamente; e come tutti i buoni libri per giovani adulti ha parecchio da dire anche a chi adulto lo è ormai da un pezzo.
Naturalmente è adattissimo per tutte le ragazze dai dodici anni in su, ma non sarebbe male se si riuscisse a farlo finire anche nelle mani di qualche ragazzo. Certo, la copertina rosa, con la protagonista in primo piano con la sua telecamerina violetta, l'aria deficiente che più deficiente non si può e la maglietta decorata a cuoricini e stelline certamente non aiuta in questo senso: non solo qualsiasi ragazzo cresciuto nei nostri anni, ma qualsiasi essere umano dotato di un barlume di senso estetico non può ragionevolmente sentirsi attratto da una roba del genere. Le copertine originali sono molto, molto più decorose:




















Comunque l'ho ordinato per la biblioteca, e ho fotocopiato un capitolo per farne una delle prime letture per la Terza, l'anno prossimo. 

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti buone letture - ma non sui prati perché, almeno dalle mie parti, non abbiamo più prati ma solo una grande sterpaglia.