Il mio blog preferito

lunedì 15 maggio 2017

Lunedí Film - Romeo + Juliet (Film per le Medie)

Ognuno ha le sue fissazioni. Tra le mie c'è l'assoluta necessità di familiarizzare i giovinetti con Shakespeare, che ai miei occhi è il pilastro portante della letteratura di tutti i tempi e un fondamento culturale imprescindibile.
Nessuna classe che abbia avuto a che fare con me per almeno un  anno è uscita dalle mie amorevoli mani senza essersi sciroppata almeno un film di Shakespeare, accuratamente selezionato in una ristretta rosa. Perché non tutto Shakespeare è facilmente digeribile ad uno stomaco tredicenne, e se io a nove anni trangugiai senza alcuna resistenza e anzi con grande entusiasmo un Re Lear integrale (recitato maluccio, sostenevano i miei, che poi si scusarono molto per la tortura che mi avevano imposto credendo fosse fatto meglio) visto in piedi appesa a una balconata, mi rendo conto che non tutti i giovinetti dispongono della mia totale dedizione alla causa. D'altra parte la cineteca shakespeariana ormai è molto vasta e comprende un ampio ventaglio di possibilità adatte a tutti gli stomaci.
Romeo + Juliet è un film del 1996 di Baz Luhrman che ha una notevole serie di frecce al suo arco, prima tra tutte un ritmo velocissimo che rende giustizia alla vicenda. Non ho mai capito perché tutti amano quegli allestimenti lenti e solenni dove i due protagonisti inanellano pazientemente i loro lunghissimi monologhi, avendo cura che allo spettatore non sfugga una singola sillaba delle varie raffinatissime metafore elaborate dall'autore. Per la lettura in privato va benissimo, ma sulla scena è la storia di due ragazzi tutt'altro che inclini a perdere tempo in raffinate introspezioni. In inglese, si capisce, la velocità della lingua aiuta, ma con una traduzione troppo attenta alle sfumature il ritmo diventa mooolto lento. Troppo.
La vicenda incalza. Nonostante rechi la dicitura romantic play il testo colleziona una serie di morti, duelli e avventure degni delle più tragiche tragedie, e la parte romantic non ha proprio nulla di platonico: al primo incontro i due si baciano dopo un minuto scarso di conversazione, al secondo si scambiano una promessa di amore eterno (e se non ci fosse di mezzo un balcone probabilmente si scambierebbero ben altro); al terzo incontro si sposano, al quarto si amano, e sappiamo tutti come finisce il quinto e ultimo incontro. 
E' la storia di un magnifico colpo di fulmine: la fanciullina, che un attimo e qualche riga prima non pensava minimamente né all'amore né tanto meno alle gioie coniugali, una volta visto Romeo cambia completamente idea sull'argomento e decide che se non potrà averlo, la tomba sarà il suo letto nuziale. Quanto a Romeo, fino a un attimo prima disperatamente invischiato in un amore senza speranza, dimentica tutto appena vede Juliet. Il ritmo infernale del film rende - finalmente! - giustizia a tutto questo. 
La seconda, lussuosa freccia all'arco del film è un Romeo meravigliosamente interpretato da Leonardo di Caprio, che nei primi anni di carriera era di una bellezza travolgente, oltre che già molto bravo.
La terza freccia, a sorpresa, è un ambientazione contemporanea, completamente pazza ma che in qualche modo funziona benissimo. La scena è spostata negli Stati Uniti, in una città dove due ricchissime famiglie a capo di cosche rivali fanno un casino incredibile, con grande disperazione dei poveri cittadini e soprattutto dello sceriffo locale. La prima scena, con la prima zuffa, si risolve in assai spettacolare rogo in un distributore e lo sceriffo che cala a bordo di un elicottero per sedare i due gruppi di litiganti che sembrano indemoniati. Certo, su un palcoscenico non si sarebbe potuto fare, ma a cosa serve avere a disposizione telecamere ed effetti speciali se non a utilizzarli?
La festa dove i due innamorati si incontrano è la più colossale e pacchiana festa in maschera che mente umana possa immaginare: tutto è estremamente sopra le righe, e tutto diventa curiosamente intimista mentre i due ragazzi si scambiano le prime parole, lontano dall'immane frastuono che imperversa nelle grandi sale. Lui è un cavaliere, lei un angioletta con splendide ali.
Un po' di buon senso da parte degli altri, tutti gli altri, porterebbe a lieto fine questo amore - ma il buon senso ce l'hanno soltanto i due innamorati e il povero Mercuzio, che non a caso finisce con la sua uccisione (causata da un incauto tentativo di impedire un duello) per innescare il meccanismo che porterà alla tragedia finale. I pazzi, si sa, nei drammi di Shakespeare sono spesso gli unici personaggi raziocinanti di tutto il mazzo, e per questo destinati ad una pessima e ingiustissima fine, esattamente come succede nel mondo reale (ma sul serio esiste qualcosa di più reale di un dramma di Shakespeare?).
I ragazzi si appassionano alla vicenda e fanno il tifo, pur sapendo benissimo come andrà a finire: perché quand'anche non conoscessero almeno per sentito dire che la storia va a finire male, l'annunciatrice televisiva si premura già nel primo minuto di film di ripetere due volte con grande chiarezza che i due amanti hanno le stelle avverse: nessun rischio di spoiler, in Romeo + Juliet.
Infine il ritmo del film rallenta: finite le sparatorie e le grida disperate la scena si sposta nella pacchianissima cappella mortuaria dei Capuleti, dove tutto potrebbe ancora finire bene e dove tutti sappiamo che invece andrà a finire malissimo.
I ragazzi aspettano, sperando contro ogni logica che Juliet si risvegli in tempo per impedire la morte di Romeo o che almeno i due riescano a parlarsi, quasi che non sapessero dalla notte dei tempi che per uno scarto di tempo infinitesimale questo non succederà - perché la scena dei due amanti che muoiono insieme senza riuscire a parlarsi è parte integrante da almeno duemila anni del nostro DNA culturale: Piramo e Tisbe, certo, ma anche Tristano e Isotta e tanti altri. Credo che davanti a un lieto fine la loro (la nostra) delusione sarebbe immensa: il fascino irresistibile di queste scene è proprio sperare contro ogni logica che tutto vada a finire bene nella felice consapevolezza che il lieto fine non ci sarà. E qui la scena della morte è lunga, lunghissima, con i tempi dilatati dall'ansia dello spettatore.

Finito il film, è assai opportuno lasciarsi un quarto d'ora buono di decompressione emotiva prima di consegnare le giovani creature nelle grinfie del teorema di Pitagora o del futuro inglese.

Neville Paciock / Longbottom, ovvero Colui Che Non E' Stato Scelto da Voldemort

Scegliere un cast di undicenni che dovranno lavorare su otto film in un arco di tempo di undici anni può presentare delle incognite, se i produttori non hanno una gran fortuna.

Passa un giorno e passa l'altro, ed è così arrivato anche il giorno della mia conferenza su Harry Potter, cui guardavo ormai da due mesi con grandissima preoccupazione: sarei stata bene quel giorno? Ce l'avrei fatta? Avrei retto adeguatamente il trauma, lo stress e la fatica o lo sforzo si sarebbe rivelato superiore alle mie deboli forze?
Tanto ero preoccupata di questo che a malapena rimaneva nel mio cuore un angolino per preoccuparmi di riuscire a parlare bene e con proprietà sviluppando gli argomenti in modo adeguato. Mi pareva che, se solo fossi riuscita a raggiungere quella pedana in un decoroso stato di benessere fisico, il resto sarebbe facilmente venuto da sé.
Di fatto, è andato tutto bene: un felice stato di benessere ha avvolto l'intera giornata, l'ottima pasta alle melanzane fornita dalla mensa scolastica e l'eccellente risotto alla zucca fornito da Sary hanno adeguatamente sostenuto il mio ancora debilitato e capriccioso organismo, e insomma ero in grande spolvero rispetto al mio solito. Invece di strisciare sono salita con passo fermo sulla pedana e ho parlato come dovevo.
Il pubblico era... simpatico, non mi viene altra parola per descriverlo: una bella nidiata di appassionati che si snodava su tre generazioni, tutti festosi all'idea che quella sera si sarebbe parlato della loro amata saga di Harry Potter; avevano tutti dei gran sorrisi e qualcuno portava al collo collane con giratempo, boccini e simili.
Ho parlato di scelte, naturalmente: la scelta di Voldemort di prendere sul serio la profezia, quella di Harry di andare con i Grifondoro eccetera eccetera. 
Alla fine, come si usa, ho chiesto se qualcuno aveva domande o osservazioni da fare, ma nessuno ne aveva, e dunque la conferenza è stata sciolta.

Solo allora sono venuti alla pedana a farmi le domande e le osservazioni - molto carine tra l'altro. Una ragazza mi ha chiesto se avevo fatto il test su Pottermore per sapere a che casa appartenessi (lei era un Corvonero, e le ho confessato che vorrei tanto essere Corvonero anch'io, ma probabilmente ero un Tassofrasso), un altra mi ha raccontato della sua gita nel parco a tema a Londra, mettendomi un gran desiderio di andarci a mia volta...
E un ragazzo ha fatto una domanda vera e propria: perché, se i possibili Avversari inizialmente erano due, ovvero Neville Longbottom e Harry Potter, Voldemort aveva stabilito che quello pericoloso era Harry ed era andato da lui?

Sono rimasta spiazzata. Silente non lo spiega, in effetti. 
Il ragazzo ha suggerito che forse Voldemort aveva studiato i due bambini e aveva capito che quello pericoloso era Harry; ma, a parte che Harry ha vissuto parte del suo primo anno coperto dall'Incanto Fidelius e quindi Voldemort non poteva studiare un bel nulla, sembra improbabile che si riesca a capire quanto sarà potente un mago da adulto osservandolo nel suo primo anno di vita. 
Ho suggerito che forse poteva dipendere dal fatto che i genitori di Harry erano maghi più potenti di quelli di Neville, e che quindi Voldemort avesse pensato che loro figlio sarebbe stato più potente del figlio dei Longbottom - un ipotesi come un altra, che comunque il ragazzo ha preso per possibile.
Arrivata a casa ho riletto le pagine dove Silente parla della possibilità che il Prescelto fosse Neville, e di nuovo ho preso atto che non c'erano spiegazioni sul perché Voldemort avesse stabilito che quello pericoloso era Harry.
Il giorno dopo ho chiamato un amica e abbiamo sviscerato la questione.
"Non sappiamo se Voldemort avesse effettivamente deciso che il più pericoloso era Harry. Soltanto che da qualche parte doveva pur cominciare, se voleva farli fuori" ha osservato.
"Quindi pensi che Voldemort abbia semplicemente avuto sfortuna?".
"Nemmeno. Chi ci dice che in casa Longbottom non sarebbe potuto succedere qualcosa di molto simile? Forse Voldemort non era semplicemente in grado di eliminare un bambino in quelle circostanze, la maledizione gli sarebbe comunque rimbalzata contro e Neville sarebbe diventato come Harry Potter, con tanto di cicatrice".
Del resto ce lo dice anche Silente: "La profezia ha valore solo perché Voldemort ha fatto in modo che l'avesse".

Che cosa sappiamo di Neville?
Ce lo presentano come un giovane mago molto imbranato, pacioccoso e un po' pauroso - non tanto, comunque, da non riuscire a trovare un coraggio di tipo particolarmente difficile: quello di opporsi agli amici per il loro bene. Proprio perché ha avuto il coraggio necessario per affrontare gli amici cercando di impedirgli di andare a prendere la Pietra Filosofale alla fine del primo libro Silente gli assegna i punti che faranno vincere a Grifondoro la Coppa delle Case. Al momento opportuno Neville (che non a caso ha un cognome che è anche il nome di un villaggio della Contea) sa accantonare le sue incertezze e tirare fuori le unghie, e da vero Grifondoro è in grado di estrarre la spada d'argento con i rubini dal Cappello. 
I Longbottom hanno il coraggio e la resilienza tipica degli hobbit: i genitori di Neville hanno perso la ragione sotto la maledizione Cruciatus - ma non l'hanno persa al punto di tradire la loro parte. Erano maghi di buon lignaggio, dagli illustri antenati, di buonissima reputazione, facevano parte dell'Ordine della Fenice - e da quel minimo che ci fa vedere Rowling erano anche loro attaccatissimi al figlio. Avrebbero saputo fare un incantesimo di protezione come quello di Lily dando la loro vita per lui e facendo così rimbalzare la maledizione scagliata da Voldemort?
E' senz'altro possibile.

Per tutti i sette libri Neville si presenta come un riflesso sbiadito di Harry. Un evento molto traumatico all'età di un anno ha reso i loro destini molto differenti: Harry ha perso i genitori e i ricordi a loro collegati la notte in cui il mago più potente della sua generazione cercò di ucciderlo ed entrò dentro di lui trasmettendogli una parte dei suoi poteri, è cresciuto orfano e in seguito ha affrontato quello stesso mago in duello cinque volte, oltre a entrare a sua volta dentro la sua mente; Neville è rimasto peggio che orfano perché ha sempre saputo che i suoi genitori erano vivi eppure irrimediabilmente lontani da lui, ed è cresciuto in una soffocante atmosfera iperprotetta e imbottita di sensi di colpa che ha molto attutito le sue capacità. Soltanto quando entra ad Hogwarts, passando gran parte dell'anno lontano dalla sua micidiale nonna (per tacere dell'ineffabile zio) riprende pian piano il contatto con le sue reali capacità, che sono notevoli.
I ruoli di Harry e Neville avrebbero potuto rovesciarsi, se il destino dei loro genitori fosse stato scambiato? 
Di nuovo: è possibile, perché i due sono molto simili nel carattere.

Al momento di scegliere il cast, nel lontanissimo 2000, solo Rowling sapeva che l'Imbranato del Grifondoro avrebbe mostrato più avanti un lato decisamente eroico; ma nemmeno lei era in grado di prevedere come si sarebbe evoluto il fisico dei giovani attori. Matthew Lewis sembrava un ottimo e pacioccosissimo Neville Paciock, mentre era sulla soglia della preadolescenza, e portava a meraviglia il suo pigiama con gli orsetti.
Con gli anni comunque è venuto su un Neville decisamente agguerrito, ma che a sorpresa è rimasto assolutamente in tema - anche se ha perso un po' della pacioccosità da hobbit, ammettiamolo:

Secondo questa teoria dunque Voldemort avrebbe avuto una sola scelta per andare in culo alla profezia: lasciare che i due bambini crescessero tranquilli per i fatti loro, mentre lui continuava a imperversare nel mondo magico.
Non sarebbe bastato a garantirgli l'immunità, certo: come Silente ricorda ad Harry "Hai idea di quanto i tiranni temano coloro che opprimono? Sanno benissimo che un giorno tra quelle molte vittime ce ne sarà certamente una che si leverà contro di loro e reagirà! Voldemort non è diverso! Ha sempre cercato chi l'avrebbe sfidato. Ha ascoltato la profezia ed è entrato in azione".
Impossibile che col tempo Voldemort non trovasse qualcuno abbastanza stufo di lui da scovare un modo per levarlo di torno (e anche quel sistema di seminare in giro frammenti di anima quasi fossero noccioline era tutto fuorché sicuro, a ben guardare).

Ultima considerazione: sappiamo che i Potter erano protetti da un Incanto Fidelius, mentre non risulta che Neville fosse coperto da niente ("non risulta" comunque non è lo stesso di "siamo sicuri che non"). Forse l'Incanto fu allestito dopo che Voldemort aveva torturato i Longbottom fino a farli impazzire? E forse dopo che la ragione (ma non la volontà) dei due maghi aveva ceduto  Voldemort stabilì che i Potter erano gli avversari più pericolosi?
Al momento la cronologia del primo anno di vita di Harry non è abbastanza chiara da fornirci una risposta.

martedì 9 maggio 2017

In compagnia di un albero o in unione con un albero?


Ad analisi logica non siamo poi molto avanti ma, vivaddio, nemmeno troppo indietro; del resto in terza usa comunque fare un ripasso a inizio anno, e usava già prima che istituissero le prove Invalsi. Insomma, tra tante cose piuttosto insolite che mi trovo a fare questo maggio (ad esempio un bel riepilogo dell'aldilà dantesco, o iniziare il libro di narrativa, per non parlare della marcia su Roma) il Complemento di Compagnia e di Unione non è certo la più strana, né la più difficile.
"In pratica, quando si parla di esseri umani o animali si chiama complemento di compagnia, quando si tratta di oggetti, cioè di qualcosa che non ha un anima, si chiama unione".
Tutti assentono, tranquilli. Ma ecco che Confucio alza la mano "E per le piante?".
Provo a pensarci su. La prima riflessione che mi viene in mente però, e  che non esterno, è che la mentalità è veramente cambiata se a qualcuno viene in mente di farmi una domanda del genere - del tutto sensata, del resto. Nello storico Tantucci dove ho studiato (molto malvolentieri) tanti anni fa, il complemento di unione valeva anche per gli animali, che quando costui aveva redatto il suo insulso libretto erano considerati forme di vita, sì, ma del tutto immeritevoli di essere paragonate a quell'essere superiore che era l'Uomo.
Da quando insegno però non ho mai trovato una grammatica che non specificasse che il complemento di compagnia valeva per uomini e animali - e giustamente, perché nessuno oggi è disposto a considerare il micio o il coniglio di casa alla stregua di un oggetto. 
Delle piante però non mi ricordo si fosse mai preoccupato nessuno; ma non c'è dubbio che le piante siano esseri senzienti, anche se di solito non esci con un albero, caso mai con un mazzo di fiori da portare a qualcuno.
"Se si tratta di una pianta viva, per esempio una sequoia o un azalea, è complemento di compagnia. Se si tratta di fiori recisi, o secchi, o legna da ardere allora è complemento di unione" improvviso "Ma ammetto di non sapere come ci si deve regolare per i bulbi". 
Sembrano piuttosto disponibili a lasciarmi il beneficio del dubbio per i bulbi. Anzi qualcuno alza la mano:
"Che cosa sono i bulbi?".
Una classe molto simpatica ma, ammettiamolo, con un vocabolario piuttosto limitato.

sabato 22 aprile 2017

Come preparare poco e male per l'esame una classe assai studiosa e interessata

La prof. Murasaki racconta ai suoi adorabili cuccioli  di terza la storia dell'attentato di Sarajevo

Ho fatto supplenze brevi per cinque anni - talvolta brevi davvero, talvolta di un quadrimestre - durante le quali ho imparato che secondo la legge e il buonsenso il timone lo deve tenere una persona per volta e che anche pochi giorni bastano per instaurare un proficuo e piacevole rapporto con una classe, se appena appena la classe collabora un po'.
Sostituire insegnanti di Lettere è sempre un esperienza formativa, perché sono una razza infida che tende a dirti cosa fare, cosa pensare e financo come respirare; tuttavia, persino tra loro si annidano persone di grande equilibrio e garbo istituzionale, capaci di limitarsi a qualche scarna spiegazione di dov'erano arrivati col programma senza dar l'aria di volere imporre niente né mostrando   alcuna inclinazione a trattarti come una servetta in fase di apprendistato.
Mi ripromisi di fare come loro, se mai un giorno mi fosse capitato di avere una supplente.
E, in modo del tutto imprevisto, a Gennaio di quest'anno quel giorno arrivò.
"Qui è Rodi, qui salta" mi dissi severamente prima di telefonare alla collega che avrebbe preso il mio posto.
Vuoi per la saldezza dei miei principi morali, vuoi perché anestetici e medicine varie mi avevano sbattuto in un limbo da dove la scuola sembrava incredibilmente lontana, non mi costò molto mantenere fede al proponimento. Diedi alla mia sostituta la mia più completa benedizione perché facesse assolutamente quel che meglio le sembrava MA con una sola, semplice e banalissima istruzione: il programma di storia della Terza Effervescente - che a storia non era troppo indietro ma, ad essere onesti, nemmeno troppo avanti.
"Abbiamo appena concluso l'Ottocento sul libro di seconda" spiegai "Il terzo volume inizia con quattro capitoli che secondo me sono facilmente sintetizzabili. Facci su una ricognizione molto rapida e attacca la prima guerra mondiale appena possibile".
E la collega mi assicurò che sì, certamente.

Nelle mie intenzioni, sulla scorta dei grandiosi complimenti che avevo raccolto da medici e infermieri per il mio eccellente decorso e di una innata tendenza all'ottimismo, ero convinta che sarei tornata a scuola ben ristabilita all'inizio di Marzo, e contavo di trovare concluse almeno la prima guerra mondiale e la rivoluzione russa.
La realtà è stata abbastanza diversa perché, giunta a casa, il decorso si è mostrato meno eccellente delle previsioni. Intorno al 20 Marzo tuttavia, per quanto ancora malandata, cominciavo ad avvertire i sintomi di un esasperazione che mi faceva pensare che in qualche modo il processo di guarigione fosse ormai ben avviato. Così un bel pomeriggio aprii il registro elettronico, desiderosa si informarmi su dove fossero arrivate le classi per prepararmi un po' di programmazione.
Scoprii così che l'ultima lezione che la Terza Effervescente aveva studiato era l'età giolittiana. 
Sul finire di Marzo.
L'età giolittiana.
"L'ETA' GIOLITTIANA?!?!" urlai in una casa provvidenzialmente vuota. Ci sono però un paio di ragni sul soffitto che sono ancora traumatizzati per colpa dell'onda sonora.
Ma, insomma, chi se ne frega dell'età giolittiana? Da quando in qua si perde tempo con l'età giolittiana con tutto quel che c'è da fare di interessante nel programma di terza di storia? E chi mai ha visto una classe delle medie coinvolta dai temi dell'età giolittiana?
Insomma, se non si fosse capito le mie classi non hanno mai dovuto subire un surplus di informazioni su Giolitti, al più sono state vagamente informate che era esistito; né ho notizia di alcun alunno delle medie che abbia mostrato un particolare interesse per Giolitti, né con me né con altri e più meritevoli insegnanti. Ricordo gran copia di laboratori e approfondimenti sui migranti italiani, sulle condizioni di vita dei contadini italiani a inizio del secolo, sui tentativi colonialistici in Libia... ma sull'età giolittiana?

Il primo risultato di questa drammatica scoperta fu che chiamai una collega e le annunciai che allo scadere del certificato in corso, se appena ci riuscivo, sarei tornata a scuola.
Il secondo risultato fu che, nel felice giorno del mio rientro, fra un fiore e l'altro, rifilai allo sventurata Terza Effervescente una brillante sintesi della prima guerra mondiale. Cioè, non so se era brillante, ma di sicuro era sintetica.
Il terzo risultato è che la migliore classe che abbia mai avuto a storia arriverà all'esame con un programma decisamente ridotto e farà con i piedi la parte più avvincente del programma.

No, non ho protestato con la collega, anzi le ho mandato un paio di messaggi assai sdilinquosi congratulandomi con lei per l'eccellente lavoro che aveva svolto. Tanto, quel che è fatto è fatto. Il problema, caso mai, riguarda il molto che non è stato fatto.
D'accordo, di lei disapprovo molte altre cose; ma è chiaro che si tratta di una persona che lavora in modo molto diverso da me, e non è detto che ciò sia un male.
I ragazzi si sono lamentati molto per questo e per quello e per quell'altro, e li ho lasciati lamentare per qualche minuto per poi tagliare corto, salvo mostrare una certa disapprovazione per il fatto che leggeva il manuale in terza. Cioè, con quella classe il manuale non lo leggevamo nemmeno in prima media, perché erano già in grado di lavorarci in modo autonomo. Hai a disposizione una Ferrari e ci viaggi a trenta chilometri all'ora? Non ti rendi conto che una classe di quel livello si annoia se ti limiti a leggergli il manuale, a storia come in qualsiasi altra materia?
Pare che non se ne sia resa conto.

Io invece mi rendo conto benissimo che cominciare la prima guerra mondiale in una terza media il primo d'Aprile è uno dei più surreali pesci che si possano immaginare. 
Per fortuna ho un blog dove in perfetto anonimato posso lamentarmene assai.

domenica 16 aprile 2017

Draco Malfoy e famiglia, ovvero scegliere per convenzione ma senza convinzione


Come già Severus Piton, anche Draco Malfoy è un personaggio che deve molta della sua popolarità all'attore che lo impersona, ovvero Tom Felton - che tutti, Rowling compresa, descrivono come un ragazzo tanto amabile quanto simpatico.
Questo non toglie che sulla carta Draco non riesca proprio irresistibile.

Dopo la prima caduta di Voldemort, Lucius Malfoy raccontò al Ministero qualcosa su un improbabile maledizione Imperius cui si era trovato sottomesso suo malgrado, fece probabilmente passare di mano qualche borsa di galeoni e fu assolto da ogni colpa e lasciato in pace nel suo avito (e lussuoso) castello insieme alla ricca collezione di famiglia di manufatti magici non proprio integerrimi, a partire dal diario degli anni di scuola dell'Oscuro Signore.
Per quattordici anni poté così godere tutti gli agi e i vantaggi di una ricchissima rendita e di una reputazione sinistra senza nemmeno nemmeno doversi incomodare per dimostrarsene all'altezza: grandi discorsi in privato su quando c'era Lui (caro lei), qualche acquisto più o meno equivoco in quel di Knockturn Alley, cospicue donazioni ad enti di beneficienza (nella più solida tradizione dickensiana) ma assolutamente nessun tentativo di formare associazioni di Mangiamorte, cercare tracce del (defunto?) Voldemort, men che meno proseguire nel lavoro da Lui avviato. Qualche frequentazione non proprio equivoca ma con un passato: ex Mangiamorte ufficialmente pentitissimi dei loro trascorsi, maghi un po' chiacchierati... ma mai nessuna azione illecita, per quel che sapeva il Ministero; e, in verità, anche al di fuori di quel che sapeva il Ministero, al massimo qualche bravata, come si fanno a volte nelle rimpatriate tra padri di famiglia un po' cresciuti - ad esempio evocare il Marchio Nero (che poi sarebbe verde) alla Coppa del Mondo dei Maghi. 

Quella di Lucius Malfoy è prudenza o indifferenza? 
Non è dato saperlo. E' possibile però che il giovanile ardore che aveva guidato Lucius nelle braccia di Voldemort si fosse assai smorzato grazie agli effetti di una vita pantofolara, oltre che per il trascorrere degli anni e le normali vicende di un matrimonio ben assortito e allietato da un giovane erede: Lucius Malfoy è prepotente, arrogante e antipatico, ma sembra di capire che la sua sia una normalissima famigliola legata da solidi vincoli di affetto, dove entrambi i genitori sono estasiati davanti al gran miracolo di avere un figlio; il quale figlio cresce viziato da una madre iperprotettiva e da un padre che nemmeno si sogna di negargli qualcosa o di contrastare la moglie: anche l'idea di mandare Draco a Durmstrang, in una scuola straniera dove potrebbe imparare un po' di solida e rispettabile magia nera, viene ben presto abbandonata perché mammà non vuole che la creaturina si allontani troppo da lei.
Abituato a tirarsela moltissimo, Draco approda a Hogwarts, dove si aspetta di stare sull'altarino esattamente come a casa sua; ma, anche se tra i Serpeverde è tenuto in grandissima considerazione da tutti, in fin dei conti laggiù è solo un alunno di buon livello senza niente di particolare a caratterizzarlo a parte una notevole prepotenza e una costante tendenza a trattare tutti dall'alto in basso. La stella di Hogwarts in quegli anni è innegabilmente Harry Potter, che oltre a ritrovarsi regolarmente nelle situazioni più assurde (da cui si ostina ad uscire vivo) riesce regolarmente a concentrare su di sé tutta la gloria e la fama -  senza contare che c'è pure Hermione Granger,  l'allieva più brava di tutta la scuola, a contendergli ogni possibile primato scolastico.
Pur se costretto in seconda linea, Draco passa comunque quattro anni sereni ad Hogwarts, punteggiati solo da qualche occasionale arrabbiatura. Le sue attività preferite sono cercare di mettere nei guai Harry (non sempre con successo) e ostentare una dimestichezza con le arti oscure che non ha, rimpiangendo, ad imitazione di suo padre "quando c'era Lui".

Poi, giusto alla fine del quarto anno, Lui ritorna.
La maggior parte dei Mangiamorte non fa per niente i salti di gioia (e Voldemort se ne accorge benissimo): gli anni sono passati, l'entusiasmo si è assai placato e parecchi, che avevano abiurato, rinnegato e giurato gran pentimento davanti ai tribunali del Ministero devono un sacco di spiegazioni all'Oscuro Signore, perché non si consegnano le dimissioni a Voldemort: è servizio a vita, o morte.
Ad ogni modo Lucius lascia le pantofole davanti alla poltrona e torna al suo posto, non sappiamo con quando entusiasmo, alla guida del gruppo dei Mangiamorte. Del resto Voldemort non ha molta scelta: i suoi servi più fedeli sono ancora prigionieri ad Azkaban, e Lucius Malfoy sembra il più lucido e affidabile tra quelli rimasti in libertà - oltre a godere della totale fiducia del ministro Fudge ed aver unto abbastanza ruote da poter fare praticamente quel che gli pare dentro il Ministero.
La prima operazione, ovvero liberare i Mangiamorte chiusi ad Azkaban e arruolare i Dissennatori - viene portata a termine nel migliore dei modi; ma la seconda - ovvero quella di catturare Harry Potter con profgezia annessa in un imboscata al Ministero - si risolve in un disastro. Lucius viene imprigionato ad Azkaban - che non sarebbe poi questa gran tragedia, ora che i Dissennatori non ci sono più - ma soprattutto cade in disgrazia.
Draco aveva passato il quinto anno a Hogwarts arruffianandosi la perfida Umbridge senza ritegno, e con una parte dei Serpeverde si era arruolato nelle Squadre d'Inquisizione, diventando così uno dei lacché della Preside ma acquistando un certo potere sugli altri studenti. Ma il regno della Umbridge è molto breve, e al suo ritorno al castello di famiglia alla fine dell'anno scolastico Draco troverà che la sua posizione è completamente cambiata: Voldemort è assai irritato con i Malfoy, oltre che a corto di divertimenti, e decide di spremere un po' il ragazzo per vedere se c'è qualcosa da ricavarne.
Draco si ritrova così improvvisamente promosso da bulletto del collegio a capofamiglia dei Molfoy, con un padre da riscattare e una madre da proteggere - e la cosa non gli piace affatto, anche se davanti ai compagni continua a tirarsela assai.
Gli vengono assegnati due compiti, e la ricompensa sarà la libertà (e la vita) dei suoi genitori, oltre al favore dell'Oscuro Signore. 
Il primo compito è trovare un modo per far entrare dei Mangiamorte nella protettissima Hogwarts - operazione assai complessa ma che Draco riuscirà a portare a termine impiegando grande pazienza e ingegno (come gli riconoscerà Silente nel loro ultimo colloquio).
Il secondo incarico è di uccidere Silente. Quando la madre lo viene a sapere cade nello sconforto più nero perché sa che questo Draco non potrà farlo. Lei lo ha partorito e lo ha allevato, lo conosce bene ed è sicura che non sarà in grado (e i fatti le daranno ragione). così, per salvare suo figlio si affida a Piton, stringendo con lui il Voto Infrangibile perché Draco abbia comunque una protezione.
Di questo Draco non sarà grato a nessuno dei due e per tutto l'anno farà del suo meglio per complicare la vita a Piton - come se il poverino, già coinvolto in un quadruplo gioco carpiato con salto mortale, non avesse già problemi più che a sufficienza.
Per far entrare i Mangiamorte ad Hogwarts Draco si mette subito al lavoro con atti, pensieri e parole; ma per uccidere Silente, il men che si può dire è che non si impegna moltissimo, e anche quando fa un paio di pallidi tentativi non ci mette il cuore, come gli rimprovererà poi lo stesso Silente.
Primo tentativo: l'idea base è far arrivare una collana maledetta fino a Silente, sperando così che costui si dimentichi di colpo le più elementari precauzioni e la maneggi a mani nude, possibilmente giocandoci come se fosse uno yoyo e infilandosela al collo prima di andare a ballare con gli amici in discoteca. Niente di tutto questo succede, naturalmente, e la collana riuscirà solo a buttare un incantesimo potentissimo su una povera studentessa che starà malissimo per mesi.
Secondo tentativo: far entrare una bottiglia di vino avvelenato a Hogwarts, nella speranza che il prof. Lumacorno la regali a Silente che se la beva allegramente, possibilmente in una situazione di solitudine totale in cui nessuno dei maghi di cui Hogwarts pullula sia presente a dargli un bezoar - e stavolta è Ron che rischia di lasciarci la pelle, ma la bottiglia avvelenata nemmeno arriva nelle vicinanze dell'ufficio del preside.
Diciamo che come scassinatore Draco mostra delle notevoli potenzialità, ma come assassino non sembra destinato a conquistarsi una reputazione imperitura.
La sorte però gli concede un altra possibilità, quando Silente, completamente disarmato, si offre a lui senza opporre resistenza (dopo aver provveduto a pietrificare Harry che segue tutta la scena senza poter intervenire).
Quella di Silente è una mossa molto ardita ma con un nobile scopo: si tratta di "salvare un anima" (quella di Draco) rendendolo ben consapevole di non essere in grado di uccidere una persona indifesa. Per uccidere un mago esiste un solo incantesimo, ma richiede una grande forza mentale e soprattutto una grande determinazione. Draco comunque non riesce nemmeno a pronunciare la formula: rimanda, traccheggia, fa conversazione con Silente dei più vari argomenti, addirittura lo minaccia - ma non riesce nemmeno a provarci. Sarà Piton che alla fine farà il lavoro sporco, uccidendo Silente - e qui sarebbe interessante sapere se, quando ha accettato di fare il voto infrangibile in difesa di Draco, aveva previsto come sarebbe andata a finire. Verrebbe da pensare di sì, visto che  conosceva piuttosto bene il ragazzo, ma su quel che davvero pensa Piton l'autrice è molto, molto parca.

Ad ogni modo, se l'anima di Draco è salva, la famiglia Malfoy, dopo che il ragazzo ha fallito la sua seconda missione, non se la passa granché bene. A completamento del tutto Lucius riesce anche a bucare l'ultimo incarico che Voldemort gli affida, ovvero l'uccisione di Harry all'inizio del settimo volume.
Da quel momento la famiglia Malfoy è commissariata: Voldemort sequestra il lussuoso castello (che dalla descrizione sembra piuttosto una villa palladiana), ci pianta il suo quartier generale, si prende la bacchetta di Lucius (salvo poi scoprire che non funziona bene per lui) e non dimentica di fargli presente che è caduto nella più totale disgrazia ogni volta che gliene viene servito un pretesto. Impariamo così a conoscere un Lucius Malfoy assai umile e strisciante - la cui principale preoccupazione resta la sorte della moglie e soprattutto del figlio Draco.
Verso la metà dell'ultimo libro a villa Malfoy arrivano anche, in qualità di prigionieri, Harry, Hermione e Ron - un po' travestiti, d'accordo, e mascherati con qualche incantesimo di modesta durata. Tutti gli adulti presenti li riconoscono, sono quasi sicuri di riconoscerli... ma per una conferma si rivolgono a Draco. Che improvvisamente diventa l'essere più incerto della terra: non gli pare, non crede, forse, non saprebbe... 
Questo non basta a salvare i tre ragazzi, perché alla fine l'identificazione avviene comunque - ma Draco si rifiuta di consegnarli a Voldemort. Non è una presa di posizione aperta, piuttosto si ha l'impressione che  dentro di lui qualcosa si rifiuti di schierarsi con il lato oscuro della Forza, a dispetto delle circostanze, del retaggio familiare e dell'educazione ricevuta.
Qualcosa però, fino alla fine, impedisce comunque a Draco non dico di schierarsi contro Voldemort, ma almeno di rimpiattarsi cautamente per evitare ulteriori coinvolgimenti.
Non sappiamo cosa succede esattamente, ma ritroviamo Draco ad Hogwarts, con gli immancabili Tiger e Goyle al seguito, ben determinato a catturare Harry per poi consegnarlo a Voldemort. In una scena decisamente fiammeggiante, nella Stanza delle Necessità in versione deposito dei rifiuti, Draco insegue Harry (che a sua volta ha al seguito Hermione e Ron). Se riuscisse a catturarlo lo consegnerebbe davvero a Voldemort? 
Non lo sappiamo. Tutto lascerebbe pensare di sì, ma alla prova dei fatti Draco si è già defilato più di una volta. Ad ogni modo non solo non riesce a catturare Harry ma impedisce a  Tiger e Goyle di ucciderlo perché Voldemort lo vuole vivo. Una volta tanto però Tiger mostra qualche segno di vita autonoma e non solo dichiara (più o meno) che gli sembra più pratico ammazzare Potter senza farsi tante seghe, ma addirittura provoca un mostruoso incendio dove riesce a morire arso vivo. Il fuoco da lui scatenato distruggerà poi il quinto horcrux, mentre Draco (e pure Goyle) viene salvato non una ma addirittura due volte da Harry.
Nel frattempo Lucius Malfoy cerca di allontanarsi da Voldemort, con la scusa di andare ad uccidere Harry, e Voldemort glielo impedisce dicendo di aver capito benissimo che l'unica cosa che gli preme è controllare se suo figlio Draco sia ancora vivo (ed ha perfettamente ragione a dirlo) ma che insomma Draco si arrangiasse per conto suo e Lucius smettesse di rompere.

L'ultima scena in cui vediamo la famiglia Malfoy è di quelle che non si dimenticano: nella confusione più totale, dopo la Battaglia di Hogwarts, i signori Malfoy vagano alla cieca fino a raggiungere Draco, unica persona di cui gli interessi qualcosa in tutto quel casino. E, senza che nessuno abbia il coraggio di fermarli, i tre, finalmente riuniti, se ne vanno per i fatti loro. 
Illesi, tutti e tre. Altri saranno stati schiantati, avadakedavrati, impallinati, sepolti dai calcinacci, presi a pedate dalle armature, coperti di fatture di tutti i tipi; ma i Malfoy no, loro non si sono fatti nemmeno un graffio. Unico tra tutti i Mangiamorte, Lucius la scamperà, e probabilmente si installerà nuovamente nella sua bella villa palladiana (dopo qualche necessaria riparazione e qualche borsa di galeoni donata al Ministero per placare le acque).

In conclusione, Draco è il perfetto esempio di come un figlio affezionato si possa ritrovare per forza d'inerzia ad accettare una strada scelta per lui dalla tradizione familiare pur senza aver le caratteristiche necessarie per inserirsi nella tradizione in questione: certamente ha la stoffa del bulletto e del prepotente - e l'esempio del padre ha avuto senz'altro il suo peso in questo. Certamente non si tratta della settima rincarnazione di Francesco d'Assisi; ma, al contrario di molti che, come Fudge, pur non nutrendo particolari inclinazione verso le Arti Oscure accettano per opportunismo di compiere azioni anche molto malvagie (fregandosene con grande candore delle conseguenze di queste azioni) Draco, che consapevolmente e per retaggio è sinceramente convinto (almeno fino alla prima parte dei sesto libro) di essersi schierato dalla parte del Lato Oscuro, non riesce a compiere niente di conclusivo a favore di Voldemort. Proprio non ci riesce, non ce la fa. Qualcosa dentro di lui si rifiuta, qualcosa di più forte perfino dell'affetto e dell'ammirazione per il padre e la madre e della necessità di salvare il buon nome della famiglia o la stessa vita dei suoi genitori.
Draco insomma ha una coscienza, che dorme spesso di un sonno profondo ma che rivela con forza la sua presenza nei momenti in cui è più scomodo farlo. Oltre certi limiti il giovane Malgoy non riesce ad andare, al contrario di suo padre, che non risulta essere mai stato frenato da uno scrupolo in vita sua. Non si tratta degli effetti di una vera scelta, compiuta in piena coscienza; al contrario, sono scelte che oltrepassano la sua volontà apparente. Resta il fatto che le convenzioni non riescono a influire su di lui oltre un certo limite, e in assenza di una vera convinzione interiore Draco Malfoy si pianta come un mulo - o, a seconda di come si decida di vederla, svicola via.

venerdì 14 aprile 2017

Il più grande uomo scimmia del Pleistocene - Roy Lewis


Com'è noto a tutti, un bel giorno i nostri coraggiosi antenati scimmie scesero dagli alberi ed assunsero la posizione eretta perché ormai era tempo di evolversi.
Ma evolversi come? E a che prezzo?
Non fu una passeggiata, questo va chiarito una volta per tutte. A raccontarci come andarono le cose è Ernest, un coraggioso uomo scimmia che ha partecipato in prima persona a quella dura fase dell'evoluzione, in una narrazione che è un commosso ricordo di suo padre Edward: è proprio Edward, infatti, il più grande uomo scimmia del Pleisticene.
Coraggioso e intrepido, grande osservatore, sperimentatore audace fino all'incoscienza - a lui dobbiamo infatti non solo la scoperta del fuoco, ma anche l'invenzione dell'incendio e financo del disastro ecologico - Edward non smette mai di osservare, sperimentare e inventare, guidando la sua piccola orda dai giorni bui della caccia a colpi di pietra, quando si trattava di contendere agli sciacalli gli avanzi di un leone sazio, fino alla caccia con le lame di quarzite e con le lance, alle caverne riscaldate col fuoco e al matrimonio esogamico (sì, proprio matrimonio. Perché, pensavate forse che nella preistoria copulassero soltanto?). 
I fratelli di Edward invece hanno inclinazioni artistiche, e assistiamo così alla nascita delle prime pitture rupestri, dei primi strumenti musicali e, naturalmente, della danza. C'è anche qualche sporadico tentativo di addomesticare qualche animale, ma la cosa è trattata per lo più come una specie di gioco, anche perché spesso si cerca di addomesticare l'animale sbagliato e senza sapere bene dove si vuole andare a parare una volta compiuta la domesticazione.
Visto che il romanzo è stato scritto nel 1960 non è sorprendente che le donne abbiano invece inventato soltanto la cucina, pur mostrandosi all'occorrenza eccellenti cacciatrici.
Meno scontata è la presenza di zio Vanja, eterno scontento degli usi moderni, perenne fautore del ritorno sugli alberi, sempre preoccupatissimo che le continue stravaganze del fratello Edward non mettano in pericolo l'equilibrio naturale finendo per condurre tutti alla catastrofe, ma assiduo frequentatore della sua caverna, dove trova sempre una dispensa assai ben fornita che gli permette di integrare la sua dieta spartana a base di bacche, semi, germogli, insetti e piccolissimi animali.
I nostri antenati cavernicoli non erano ignoranti: oltre alle indispensabili conoscenze sulle tracce e gli usi e costumi di prede e predatori avevano anche nozioni tutt'altro che rudimentali di storia (futura), di geografia moderna, di antropologia e di genetica; praticavano poi la speculazione filosofica e l'arte senza tempo delle lamentele: regolarmente infatti Edward si vede rimproverato di fare invenzioni inutili, o pericolose, o pericolosamente inutili nonché inutilmente pericolose, ma soprattutto non abbastanza rifinite e raffinate - del resto è noto che l'ingratitudine nasce con l'uomo.
La religione invece deve ancora arrivare: a parte zio Vanja che mostra di avere un qualche embrione del concetto di hybris, la speculazione filosofica avviene nell'ambito di una concezione assai razionale del mondo, senza particolare interesse a eventuali esseri superiori che possano aver creato l'universo - anche se, naturalmente, c'è qualche traccia di superstizione qua e là.
E dunque da questo bel romanzo storico ricaviamo un quadro vivo e verosimile della vita quotidiana nelle caverne, fuori dalle caverne e durante le migrazioni, condito naturalmente con molte conversazioni accanto al fuoco e con la nascita delle prime storie, che spesso sono il racconto più o meno realistico delle prime imprese compiute da questi nostri antenati innovatori.
Il racconto è appunto la storia delle imprese di Edward, e con la morte di Edward (che avviene con un mirabile colpo di scena che mi guarderò bene dal rivelare) si chiude, concludendo così anche l'epoca del Pleistocene - che proprio lo stesso Edward, verso la metà del libro, cerca di quantificare chiedendosi quando si concluderà.

Spigliato, molto divertente e con più di un tocco surreale, il romanzo è difficile da inquadrare in un genere. Certamente non è fantasy né thriller né romanzo di formazione o romantico, anche se contiene qualche elemento di tutte queste modalità letterarie; certamente non può essere un romanzo storico, dal momento che è totalmente ambientato nella preistoria. Potremmo forse inserirlo nel filone biografico e autobiografico, anche se naturalmente manca del tutto la parte documentaria e l'intera vicenda è filtrata dal punto di vista del narratore; ma forse il suo vero posto è sullo scaffale dei racconti di avventura.
Si tratta comunque di un volume di non eccessiva lunghezza, scorrevole ma piuttosto denso di contenuti. Può essere apprezzato a qualsiasi età dai quindici anni in su e può essere letto anche nei ritagli di tempo o alternandolo a letture di tipo diverso. In ogni caso è divertente e anche molto divertito.

Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e auguro una felice e proficua evoluzione a tutti noi - perché di evolversi è sempre tempo, ed è un lavoro che non smette mai di essere tanto impegnativo quanto appagante  - oltre a una felice e luminosissima Pasqua in un tripudio di fiori e di sole. 
Quanto alle letture, conto di dedicare buona parte di queste vacanze a tre dei consigli dei passati Venerdì del Libro, che sembrano promettere uno meglio dell'altro.

sabato 1 aprile 2017

Un azalea e due mazzi di fiori


Stamattina sono tornata a scuola, in base al principio che "meglio di Sabato, che poi c'è la Domenica e mi riposo e Lunedì sono più pronta". 
Ero già passata a scuola la settimana prima per salutare le classi e spiegargli che, anche se rientravo il Primo Aprile NON sarebbe stato un pesce d'Aprile, ma che purtroppo non avevo vestiti con pesci disegnati e nemmeno orecchini a pesci - nonché per avvisarli dei libri che avrebbero dovuto portare. 
Avevo ricevuto da tutti un accoglienza assai festosa che mi aveva fatto molto piacere.
Niente però mi aveva preparata a quel che ho trovato oggi.

Nella Seconda, dove avevo le prime due ore, mi hanno chiesto di aspettare qualche minuto prima di entrare.
Al mio ingresso, accolto da un coro di saluti festosi, oltre a una  trionfale  scritta di bentornata alla lavagna scritta con gessetti colorati (rigorosamente in colori primaverili) ho trovato:
- una pianta di azalea da parte di tutta la classe, con pulcino di pelouche e coccinella avvolta nel tulle rosa
- la classe piena di palloncini mignon in colori primaverili (uno per ogni alunno, qualcuno attaccato qua e là, uno per me)
- la parete in fondo ornata da cartoncini di bentornata, uno per ogni alunno, ognuno con una scritta personalizzata.
In Terza, dove avevo le ultime due ore oltre al solito avviso di bentornata alla lavagna scritto con gessetti colorati c'erano ad aspettarmi
- un mazzo di diciotto rose da parte di tutta la classe
- un altro mazzo con un girasole e varie margherite colorate da parte di un singolo alunno (che aveva anche partecipato al mazzo di rose)
- un cartellone di "Bentornata Prof" (dove le O avevano le orecchie e la coda da gatto) attaccato alla cattedra decorato con sagome di gattini, ognuna decorata individualmente e con firma sotto, e in mezzo una foto della classe
- e un lungo applauso.
Nel saluto alla lavagna c'era anche scritto che gli erano mancati i miei "CHOMP!" (onomatopea con cui sono solita descrivere uno stato che ne ingloba un altro invadendolo) e i miei "GLOM" (onomatopea che uso in caso di particolare stupore).
La Seconda dove faccio solo Geografia si è limitata all'avviso colorato sulla lavagna e ai saluti festosi.

So che in casi del genere usa commuoversi, ma io non sentivo alcun cenno di lacrime formarsi sulle mie ciglia.
Ero solo contenta come una bambina alla sua festa. Ma proprio tanto tanto CONTENTA. Con il tradizionale sorriso da un orecchia all'altra.

venerdì 31 marzo 2017

Harry Potter e i Doni della Morte - J. K. Rowling

L'esasperante attesa dell'ultimo libro era accompagnata dalla Grande Domanda "Harry sopravviverà alla fine della storia?". 
Normalmente solo qualche bambino ancora assai inesperto del viver mediatico si sarebbe posto un interrogativo del genere: si sa che nel fantasy i buoni vincono, vanno a festeggiare e poi vivono felici e contenti ed è così dacché il mondo è mondo. J.K.Rowling aveva però già dimostrato più volte una deplorevole tendenza a fare come le pareva, e soprattutto aveva la mano assai pesante con i morti: nella serie del maghetto si moriva facilmente, senza troppi preamboli e senza alcun riguardo per la tua posizione araldica, sociale o narratologica - ed è noto che alla fine di una storia il protagonista non serve più. Harry Potter era protetto dal potentissimo Incantesimo del Titolo per tutti i sette libri, perché gli editori non potevano sperare di uscire vivi dando alle stampe "Harry Potter e il gran dolore causato dalla sua morte" ma, finita la saga, era sacrificabile né più né meno degli altri. E non valeva nemmeno dire "Sì, ma dài, nei libri per ragazzi non si fa" perché giusto nel 2005 (I Doni della Morte sarebbe uscito nel 2007) la trilogia di Bartimeus si era appunto chiusa con la morte di uno dei personaggi principali, ed era proprio letteratura per giovani adulti, oh sì tessoro.
A toglierci dal dubbio ci pensò con grande gentilezza il TG2 che, dopo aver annunciato all'ora di pranzo che "stasera uscirà l'ultimo volume della saga di Harry Potter" si premurò di avvisarci che il protagonista sarebbe sopravvissuto.
Non sono una nemica a tutti i costi degli spoiler, ma ricordo di aver trovato davvero un po' eccessivo spiattellarci il finale così, senza ritegno, prima ancora che chiunque al mondo avesse avuto la possibilità di acquistare il libro; e non parliamo di aspettava la traduzione in italiano, che avrebbe dovuto aspettare ancora mesi prima di leggerlo.
L'attesa in libreria sembrò interminabile. Il mio ricordo più vivo è l'immagine di uno dei primi che era andato a prendere la sua copia, in fondo al corridoio di Feltrinelli, e che tornando in su aveva gli occhi incollati sulle ultime righe dell'ultima pagina (per vedere appunto se Harry sopravviveva). Forse lui il TG2 dell'ora di pranzo non l'aveva visto.
Aspettai con dignità che il grosso della calca si smaltisse, ritirai e pagai la mia copia con grande nonchalance dando la preferenza all'edizione per adulti, che per l'occasione aveva in copertina un bellissimo medaglione con S in smeraldi 
ed era quindi ai miei occhi molto più affascinante di quella per ragazzi che quell'anno non era venuta granché; poi ripercorsi il corridoio con gli occhi incollati sulle ultime frasi dell'ultima pagina (e sì che avevo anche ascoltato il TG2 dell'ora di pranzo; ma non ho mai avuto molta fiducia nelle anticipazioni dei telegiornali) scoprendo così che in effetti Harry sopravviveva. Ufficialmente non avevo alcun dubbio, perché mi sembrava che la morte di Harry avrebbe vanificato il messaggio di fondo della saga, molto positivo e incentrato sull'importanza del libero arbitrio, della responsabilità delle scelte eccetera - e l'importanza positiva data al sacrificio di sé per amore degli altri non mi aveva mai impressionato più di tanto, anche se lo trovavo un messaggio validissimo sul piano etico. Insomma, secondo me una storia come quella di Harry ha un senso solo se il protagonista sopravvive, altrimenti il giovane lettore si scoraggia. Mi rendo conto comunque che è un parere come un altro.

Harry sopravvive, e sopravvivono anche Hermione e Ron - ma non starò a spiegare come faccia Harry a sopravvivere nonostante la profezia e nonostante il fatto di essere a tutti gli effetti un Horcrux perché J.K. Rowling lo spiega molto bene e con tutti i dettagli del caso e perché il lettore deve pur guadagnarsi la pagnotta.
Del settimo libro si può raccontare veramente poco perché ogni singola pagina è legata al finale, e il finale è talmente lungo e complesso da spiegare che tanto vale leggersi direttamente il libro, che è pure scritto bene.
Il romanzo ha una struttura piuttosto diversa dagli altri: anche se all'inizio troviamo Harry prima dai Dursley e poi dagli Weasley non c'è la consueta atmosfera paciosa e un po' claustrofobica. E' un libro ambientato in un paese in guerra (la guerra turberà anche il matrimonio che apre il volume) ed è soprattutto una storia di fuga. Niente Hogwarts fino alla fine, e gran parte dell'anno trascorrerà in un continuo inseguimento dei tre ragazzi, che a loro volta inseguono gli imprendibili Horcrux, a volte anche girando a vuoto senza capire cosa devono fare.
E' un romanzo immerso nella paura: i Mangiamorte e i servi dell'Oscuro Signore sono letteralmente dappertutto e tutti i maghi che non sono purosangue, ovvero di purissima discendenza magica, sono duramente perseguitati, così come i coniugi babbani di maghi e i Purosangue che si oppongono a Voldemort. Per la prima volta vediamo maghi che chiedono l'elemosina, maghi che supplicano in nome dei loro figli piccoli, maghi torturati, integerrimi maghi ricattati che accettano di compiere azioni infami nella speranza di salvare i loro cari - e si tratta di spettacoli tristissimi.
A sorpresa, è anche e soprattutto il romanzo di Silente. Alla fine del sesto libro avevo proclamato con convinzione nel newsgroup che "di una cosa almeno potevamo stare sicuri: il settimo volume non si sarebbe concluso col consueto siparietto di Silente che ci spiegava tutto". Tutti si erano detti d'accordo con me, nonostante qualcuno avesse riferito che circolavano teorie sul fatto che Silente in realtà non era morto (in seguito rivelatesi del tutto prive di fondamento). Contro ogni aspettativa i fatti mi diedero torto e Silente non si negherà l'ultima spiegazione, in uno dei capitoli più belli della saga perché coloro che ci amano non ci abbandonano mai del tutto e Silente ha amato Harry come il figlio che non ha mai avuto. 
Gli indizi seminati da Silente, come mollichine di pane o lenticchie segnano la strada da percorrere e compaiono ora qua ora là, a sorpresa, perché gli uccellini selvatici se ne sono mangiati un bel po' e comunque anche quando appaiono non è che ci si capisca tutto 'sto granché e perfino Hermione a volte si scoraggia davanti a certi enigmi senza risposta. 
Ma per la prima volta ci rendiamo conto che Silente ha avuto una storia e non è nato con un dolce carattere amabile e una lunga barba bianca: c'è stato un tempo in cui scalpitava e mordeva il freno e ha fatto qualche errore - non l'errore di non capire questo e quel piano di Voldemort, ma "errore" proprio nel senso di "cosa che non andava fatta". Al momento di individuare con precisione questi errori però le testimonianze si confondono, i racconti diventano vaghi, gli indizi si contraddicono - e comunque, chi si fiderebbe di una testimonianza raccolta da Rita Skeeter? Non certo Harry che sa bene come lavora la giornalista. Ma, a sorpresa, negli ultimi capitoli interverrà una voce autorevole ma abituata a tenersi nell'ombra, quella di cui tutti tendono a dimenticarsi. E attraverso di lui si ha la sensazione che Silente ritorni tra i vivi, in tempo per aprire una possibilità.
Il Gran Finale (più di 200 pagine) come sempre si svolge in prevalenza di notte: parte dalla banca Gringott e arriva ad Hogwarts in un rutilare di effetti speciali di tutti i tipi, inclusa una grande battaglia contro le forze di Voldemort e un doveroso applauso di tutti i presidi del passato rivolto ad Harry. Si placano antichi rancori, si rinsaldano i legami familiari, si rinnovano vecchie amicizie.
Finisce bene, per molti ma non per tutti: in tanti si sono disperati per alcuni degli illustri morti che costellano il libro, ma io voglio ricordare la prima, caduta durante la fuga verso casa Weasley: la bella Edwige, schiantata dopo sei anni di amicizia e di fedeltà. Per tutti sette libri è stata una brava civetta, simpatica ma anche fiera, un po' suscettibile, coraggiosa e molto affezionata. L'autrice (che è stata molto rimproverata per questo decesso) ha spiegato che la morte di Edwige simboleggia la perdita dell'innocenza di Harry, che a tratti nel romanzo sembra destinato ad assumere la funzione di agnello sacrificale - un aspetto evidenziato anche nel retro della copertina italiana:
ma mentre leggevo l'intervista in cuor mio ho pensato "Vaffanculo" perché Harry perderà pure l'innocenza, ma Edwige perde la vita.

Da questo libro sono stati tratti ben due film, o meglio un film diviso in due parti, che con una doppia lunghezza riesce se non altro a recuperare qualcuno dei temi principali abbandonati dai film precedenti. Ebbi cura di tenermene lontano.

Con questo post concludo l'epica impresa di presentare i sette libri canonici di Harry Potter per i Venerdì del libro di Homemademamma ma avviso chi passa di qui che, essendo l'argomento quasi inesauribile, sono in programma altri due post dedicati al tema delle scelte, che compariranno (spero) a breve. Nel frattempo, buone letture e buoni picnic sull'erba a tutti, e possano le formiche non essere con voi.