Il mio blog preferito

venerdì 17 febbraio 2017

Harry Potter e la pietra filosofale - J. K. Rowling


Nel Venerdì del Libro di Homemademamma si è già parlato di Harry Potter (più di una volta, mi sembra di ricordare), ma solo riguardo al primo libro e anche per un lessico in tedesco .
Adesso che sono bloccata in una lunga convalescenza, ho deciso di utilizzarne una parte per una rilettura completa, e già che ci sono ho pensato che potrei scodellare sette piccole recensioni dedicate ai sette volumi che compongono il ciclo, e che hanno ognuno una differente anima. 

Il primo libro della memorabile serie di Harry Potter, destinata a cambiare il futuro dell'editoria per ragazzi (e non solo di quella) è perfettamente consapevole di essere il primo di una serie di sette libri collegati in armonico seppur complesso intreccio, ed è scritto in buona parte al servizio dei sei che verranno; nello stesso tempo riesce anche ad essere, senza alcuno sforzo apparente, un perfetto Libro Per Ragazzi: edificante, altamente educativo e del tutto rassicurante per qualsiasi occhio adulto. 
Dentro c'è un po' di avventura - né troppa né troppo poca, esattamente la dose giusta per dei ragazzi di undici anni, che al momento è l'età dei protagonisti; e un eroe undicenne di buon carattere, simpatico ma anche molto rispettoso verso gli Adulti Meritevoli; ci sono poi una serie di cattivi arroganti e presuntuosi che collezionano una bellissima serie di cornate contro il muro, un variegato (molto variegato, in effetti) campionario di insegnanti, una fantastica atmosfera Old England che da sola vale il prezzo del volume, e soprattutto c'è il grande, grandissimo Silente, preside perfetto e onnisciente, che tutto sa, tutto vede e tutto prevede, sorvegliando a garbata distanza Harry e i suoi due amici, Ron e Hermione.
Ne viene fuori una storia dall'apparenza semplice ma dall'ambientazione complessa e molto accurata, narrata senza alcuno sforzo apparente (una delle grandi caratteristiche della Rowling, che si lascia leggere con una facilità impressionante), e che fornisce lo schema per i libri futuri: Vacanze Sfigate - Vacanze Divertenti con Preparativi per la scuola - Viaggio sull'Hogwarts Express - Il Banchetto del Primo Giorno - I Nuovi Insegnanti - Halloween - Natale - Disavventure Scolastiche e del Quidditch - Il Mistero Finale - Conversazione con Silente Che Spiega Tutto - Conclusione dell'Anno Scolastico con Banchetto e Ritorno sul Treno. La sequenza naturalmente subirà delle variazioni ogni anno, ma resterà all'interno di una rassicurante cornice che salterà solo nell'ultimo volume.
Unico filo sospeso di tutto il romanzo (e, direi, in tutta la saga) che non avrà seguito nei volumi successivi se non come vago ricordo, è la breve vicenda autoconclusiva del draghetto Norberto, Dorsorugoso di Norvegia. Tutti (ma proprio tutti tutti) gli altri casuali accenni di colore locale, apparentemente lì per decorazione e per fare atmosfera, sono in realtà prime avvisaglie di eventi e questioni anche molto, molto importanti che verranno sviluppati in seguito.

Concluso felicemente il primo volume il giovane lettore non vede l'ora di ritornare al più presto in quel delizioso college dove si vola su manici di scopa, le decorazioni di Natale sono magiche, abbondano deliziosi dolci introvabili nel nostro scialbo mondo babbano e c'è invece grande abbondanza di occasioni in cui strafogarsi di costolette, salsicce, patate arrosto e budino di melassa. Il lettore adulto, più moderato, trova che sia stata una lettura gradevole, simpatica, molto edificante e si prepara al secondo volume con un certo divertimento e una ingannevolissima impressione di dej-vu.
Dal libro hanno tratto un film, dove l'autrice vegliava come un falco sulla preda. E infatti è venuto molto bene e assai fedele alla storia, e tugtte le scenografie recitano in modo davvero incantevole.

17 Febbraio 2017 - Giornata Nazionale del Gatto


Quest'anno, invece di lodare come sempre la bellezza, la dolcezza e la fedeltà dei nostri amici a quattro zampe, vorrei rendere onore a quella parte che hanno accantonato per stare vicino a noi: perché in fine il gatto è (anche) una tigre, o pantera, tascabile.
Lo faccio con le parole e il disegno di uno scrittore che dei gatti non si è occupato molto, ma quando li ha guardati ha saputo farlo in modo molto attento.


Il gatto ben pasciuto
che sta sullo zerbino
sembrerebbe che sogni
di topi uno spuntino
saporito e abbondante
e panna a sazietà.
Ma può darsi, chissà,
che pensoso cammini,
indomito e altero,
dove i padri felini
ruggivano davvero;
combattevano scarni
e scaltri, e nelle tane
profonde si acquattavano
per saziare la fame.
A Oriente banchettavano
con bestie prelibate
e di teneri uomini
con carni delicate.
Il più antico felino,
il leone gigante,
sfoggia artigli d’acciaio
sulle robuste zampe.
Ha gran denti crudeli
e fauci insanguinate.
Ci son poi le pantere,
belve nero-stellate
dalle zampe leggere,
che spesso con un salto
balzan sopra la preda
elastiche dall’alto.
Là dove assai lontana
nereggia la foresta
nell’ombra, cupa e arcana.
Lontani sono ancora,
son liberi e selvaggi.
Il gatto è sottomesso,
fatto schiavo dagli agi.
E’ un gatto ben pasciuto
che sta sullo zerbino;
è curato e tenuto
come un bel gingillino.
Che sogni topi e panna
potrebbe anche sembrare;
ma il suo cuore felino
non può dimenticare.
J.R.R. Tolkien
(La traduzione è quella che si trova ne "Le avventure di Tom Bombadil", dove la poesia, scritta in origine per una nipotina, è stata poi inserita)

mercoledì 15 febbraio 2017

Del perché ci si dimentica di aggiornare il blog


Passano i giorni, ma la convalescenza è piuttosto statica: ho allargato il numero dei cibi consentiti, ma continuò a ingoiare dosi minuscole, salvo poi meravigliarmi se non ho molta forza e mi stanco subito.
Di una cosa almeno non mi stanco più, ed è leggere. Così una cara amica ha stabilito che potrei dedicare utilmente il mio tempo alla preparazione di ben DUE  conferenze: una su Harry Potter è un altra su Tolkien perché "quella dell'anno scorso è piaciuta tanto e mi hanno chiesto in tanti di farne un altra".
Naturalmente non ho niente in contrario (se mai riuscirò ad alzarmi da questo letto di moderati piacer) a fare due conferenze su due argomenti che amo tanto. L'unica cosa che mi inquieta è l'idea di rivivere l'agghiacciante momento, davanti alla pur contenuta platea, che precede il "Buonasera a tutti", momento in cui un anello o un mantello che rendono invisibili permettendo una rapida fuga sarebbero davvero assai graditi.
Ad ogni modo, per parlare di Harry Potter prima di tutto si impone una Rilettura Completa dei sette volumi, ovvero qualcosa che non ho mai fatto - anzi, era dall'anno dell'uscita in italiano* dell'ultimo volume che non avevo più toccato quei magnifici sette libri.
"Molto bene, il tempo non mi manca. Ripartiamo" mi sono detta una settimana fa.
Come sempre l'incantesimo di J.K. Rowling ha fatto il suo effetto e tutto, ma proprio TUTTO, è passato in secondo piano. Al momento sono nello studio tappezzato di diabeticissimi gattini vittoriani della perfidissima Umbridge.
Chissà se stanotte riesco ad arrivare all'ospedale di San Mungo?

*Naturalmente mi ero precipitata vari mesi prima a comprare il libro in inglese e a leggerlo due volte con grandissima solerzia e cura...

venerdì 10 febbraio 2017

New York - Edward Rutherfurd

A partire dagli anni '70 Rutherfurd è diventato famoso con una serie di romanzi storici di tipo particolare, dove si esamina la storia di un determinato luogo nel corso dei secolie volendo 
pure dei millenni. I suoi libri mi avevano sempre attirato, ma alla fine non ne avevo mai preso in mano uno, anche se ne avevo sentito dire bene: in cuor mio li temevo troppo dispersivi.
Quando ho visto New York però in cuor mio sono scattate una serie di considerazioni: New York è una città giovane, meno di quattrocento anni. Il romanzo sfiora le mille pagine. Si poteva fare un buon lavoro con mille pagine su quattro secoli scarsi?
Era almeno possibile provarci, senza contare che di storia statunitense sapevo davvero poco, e quanto alla storia specifica di New York, mi fermavo al fatto che un tempo si chiamava Nuova Amsterdam - un po' pochino, ammettiamolo.
Così ho preso il romanzo, e l'ho letto con gran gusto durante la parte più ingrata della mia convalescenza: è stato un buon compagno, interessante, brillante e con personaggi assai concentrati sulla parte più concreta della loro esistenza, senza troppi scavi esistenziali. Un romanzo di fatti e di soldi - giustamente, perché la cittadina nasce come porto commerciale -  e molto ricco di informazioni. Ho scoperto ad esempio che boss (che sta ad indicare "un uomo da rispettare") è termine olandese - e sì, anche Springsteen è un cognome di origine olandese, qualsiasi cosa possiamo pensarne ora; e che Brooklyn era il nome di una pista indiana - e con gli indiani i rapporti furono assai pacifici e talvolta più che amichevoli, ai primissimi inizi. Ma il gioco dei nomi più famosi della città e del loro riferimento iniziale riserva parecchie interessanti sorprese.

La storia si snoda attraverso i secoli seguendo principalmente le vicende di una famiglia di origini anglo-olandesi, che col commercio accumula una discreta fortuna che finisce poi per investire nelle banche. Ho così scoperto che l'azzardosa abitudine finanziaria di fidarsi che il denaro riesca a riprodursi da solo anche senza un commercio o un impresa  dietro è più antica di quel che comunemente si pensa oggi, e che già nel 1907 la stimata famiglia sfiora molto da vicino il disastro finanziario proprio per colpa di questa fiducia, non irragionevole di per sé ma che va indirizzata con cautela e grande attenzione ai tempi e ai modi, in un capitolo che mi ha davvero molto colpito per la sua, come dire, inquietante attualità.
Ho poi per la prima volta seguito nel dettaglio la guerra di indipendenza che portò alla nascita degli USA, dove New York non ebbe affatto un ruolo di rilievo e anzi si barcamenò al suo meglio restando di tendenza dalla parte dei lealisti filobritannici (e infatti i Patrioti si guardarono bene, una volta che ebbero vinto, di sceglierla come capitale); e imparato che in occasione della guerra civile non sempre (e, ahimé, non per la prima volta) i neri di New York se la passarono particolarmente bene; e ho infine visto come funzionava la mitica Ellis Island (molto meglio dei nostri rudimentali Centri di Accoglienza, ahimé).
Nel ventesimo secolo accanto alla famiglia WASP si aggiungono tra i protagonisti anche una famiglia tedesca, una irlandese e una italiana (dall'originalissimo cognome di Caruso, ma non imparentati col celebre tenore, che pure fa una comparsata come guest star), inizialmente emigrati ma ben presto americanizzatissime, anche se ognuna a modo suo.
Non ci sono problemi per orizzontarsi nelle famiglie, tra i personaggi e nemmeno nelle varie generazioni. Le singole vicende si seguono senza sforzo, e lo sfondo storico è ricco e dettagliato.
Insomma la classica lettura "divertente e istruttiva" che funziona anche da intrattenimento, molto scorrevole ma ricca di spunti di interesse e che ti lascia assai più istruita di quando l'hai cominciata. Per quanto il libro sia lungo, si legge volentieri e senza difficoltà.
Consigliatissimo a chiunque ami i romanzi storici e la storia delle città, nonché per i turisti: dopo averlo letto un giro per New York richiamerà alla mente tanti dettagli storici che le architetture moderne hanno quasi completamente soffocato.

Con questo post partecipo, anche se con un certo ritardo per colpa di una connessione oggi parecchio capricciosa, al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro letture divertenti e istruttive a chiunque passi da queste parti, sperando dal canto mio di poter fare durante le mie giornate qualcosa di più che leggere tutto il giorno.

mercoledì 8 febbraio 2017

Gli amici che non sapevi di avere


Per assistermi e aiutarmi nella cruda e imprevista infermità c'era naturalmente la vecchia rete, quella storica, che tante volte aveva aiutato ed era stata aiutata, e che in effetti si è subito allertata e messa al lavoro, pure tra varie difficoltà logistiche.
Ma non ha dovuto incomodarsi a lungo perché ben presto il suo posto è stato preso, in modo del tutto inatteso, da due gruppi che inizialmente non erano stati affatto calcolati.
Prima di tutto le nuove vicine: preoccupatissime della sorte delle gatte, si sono spontaneamente sobbarcate l'incarico di badarle e assisterle mentre ero all'ospedale, eseguendolo nel migliore dei modi.
E poi le colleghe*, che sono entrate in scena al mio ritorno a casa: non solo con costanti telefonate e richieste di bollettini medici, ma con concreta opera di servizio spesa a domicilio, assai accurato: ogni giorno mi viene chiesto cosa serve e solo un barlume di ritegno da parte mia ha fatto sì che questa spesa a domicilio venga recapitata solo due volte a settimana, ché volendo probabilmente potrei averla tutti i giorni.
Il tutto senza contare il consorte di una collega, assai esperto per ragioni lavorative dei complessi meccanismi del funzionamento del mondo delle ASL nei suoi più vari aspetti, e che si è assunto del tutto spontaneamente il compito di accompagnarmi a tutti i controlli e di badarmi in tali occasioni come si fa con un neonato stordito (quale in tali occasioni sono).
Nonostante mi spertichi e genufletta ogni volta nei più ginocchiosi ringraziamenti, tutti costoro sostengono di non fare assolutamente nulla di particolare né di strano, e lo dicono con l'apparenza (e probabilmente con la convinzione) della più cristallina buona fede.
Sorprese del genere fanno bene al cuore, ma anche al fegato e al pancreas, meglio di molte medicine: scoprire, ricordare, constatare che nonostante tutto anche in una nazione tigliosa, irragionevole, litigiosa e rabbiosa come la nostra c'è una parte della popolazione che ricorda che siamo prima di tutto esseri umani, e che agli esseri umani un certo riguardo è dovuto;  e che siamo colleghi, il che non vuol dire solo discutere in Sala Insegnanti ma anche aiutarsi nella vita di tutti i giorni, quando se ne presenta la necessità o anche solo l'opportunità.

*visto che alla media di St. Mary Mead le quote celesti sono estremamente contenute, si preferisce qui usare il femminile come forma generica per il plurale

lunedì 6 febbraio 2017

La vita va avanti (a modo suo)


Non vi è dubbio che tra i tanti aspetti della vita ci sia anche la morte: passaggio per eccellenza, inevitabile premessa per nuove esistenze, giusta se pur talvolta crudele Mietitrice eccetera eccetera.
E così, mentre io giaccio in un letto che ormai non è più di dolore ma anzi apportatore di un piacevole senso di benessere, la madre di una carissima amica, una di quelle amiche storiche con cui si è legate da fili e gomene più spesse dei cavi d'acciaio che tengono su i ponti più famosi dello scorso secolo, è infine partita per il Grande Passaggio.
Una signora con cui nel corso di molti anni ho diviso tante colazioni e cene e tantissime chiacchiere, ma anche qualche opera di Wagner e un po' di concerti.
E io non posso andare al funerale né ho potuto farle nemmeno una visitina in camera mortuaria.
Nessuno mi biasima per questo, anzi sono stata aspramente diffidata dal fare colpi di testa: si sa che in questi giorni non sono mobile, punto e basta.
Ma mi dispiace comunque. Molto.

sabato 4 febbraio 2017

Migliora la concentrazione, declina l'equilibrio mentale (o no?)


Come ho già scritto, con l'andare dei giorni riesco a leggere testi sempre più complessi: terminato alfine il lunghissimo romanzo dedicato alla storia di New York (di cui relazionerò presto ai Venerdì del Libro) mi sto adesso dedicando ad un affascinante guida che parla della tavola periodica e dell'importanza di certi elementi nella cultura, oltre che nella storia dell'umanità - un bel testo divulgativo, adatto a una povera ignorante in chimica come me e davvero interessante.
Poi ci sono anche un po' di quegli esperimenti, ovvero testi che prendo sull'onda della curiosità per vedere di che roba si tratta - ne avevo fatta una bella scorta prima di Natale, e  stavolta scegliendo con mano singolarmente infelice. Capita.

Ma soprattutto due giorni fa, avendo ormai gli scrutini alle porte, mi sono decisa a riprendere in mano quel paio di scritti che avrei dovuto correggere a partire dal 3 Gennaio, e che erano rimasti lì perché solo guardarli mi faceva venire il mal di testa.
Non sono proprio obbligata a correggerli, ma certo se lo faccio nessuno mi rimprovera.
Ed è sorta così una discussione tra colleghi, che sostengono che:
- se riesco a correggere è segno che sto molto meglio sul piano della concentrazione

ma d'altra parte

- se sono stata anche solo sfiorata dalla malsana idea di mettermi a correggere, è segno che il mio povero equilibrio mentale sta paurosamente declinando.

In effetti, come potrei dar torto ai sostenitori del secondo corno della questione?

giovedì 2 febbraio 2017

A piccoli passi


Le malattie sono una roba strana. 
Io sostengo che "girano",  come le barche intorno alle boe.

Così due giorni fa qualcosa è girato. Il sonno è diventato più riposante, il dormiveglia più piacevole, il cibo sta riprendendo un po' di sapore, il senso di fame è diventato più... non so come dire, forse più famelico, ma anche più piacevole da placare.
Energie poche, ma anche essere debole ha un suo charme, cui normalmente sono molto sensibile.

Poi ci sono i medici, stranissime creature spesso prive del più elementare barlume di buon senso.
"Che pelle dura" mormora il chirurgo mentre mi mette un punticino supplementare.
"L'estrema morbidezza della mia pelle è sempre stata apprezzatissima!" insorgo io, traboccando suscettibilità & senso di offesa.
L'infermiera corre prontamente ai ripari "Sì, ma lui sta lavorando sulla cicatrice, è normale che lì la pelle sia un po' spessa".
Mi chiudo in un silenzio irritato ma non ribatto (anche perché l'ago dalla parte della cruna continua ad averlo il chirurgo).

Gente mia, ma ragionate! 
Quale donna può mai desiderare di sentirsi paragonare a un elefante o a un armadillo?

martedì 31 gennaio 2017

Droghe leggere e droghe pesanti: esperienze personali

Sì, la morfina viene da questo bel fiore

Per quel che riguarda le droghe leggere si fa anche in fretta a raccontare: uno spinello e mezzo, nei bei giorni civili in cui lo spinello era depenalizzato. Scrivo "mezzo" ma forse dovrei scrivere "0,20" perché al secondo eravamo in gruppo, un tiro per uno. 
A dirla tutta, l'esperienza mi lasciò piuttosto indifferente: assicura chi era presente che mi si dilatarono le pupille ma, siamo sinceri, non è che la gente fumi spinelli per dilatarsi le pupille, né per farsi venire fame (mi venne anche fame). Allargamento delle percezioni: poca roba davvero - niente che un bicchiere di pinot o anche semplicemente la vista dell'amato bene o l'ascolto di un paio di belle canzoni non potesse regalarmi. Insomma, fui contenta di aver provato lo spinello e parimenti contenta di lasciare tutto ciò a chi ne traeva un qualche frutto superiore al mio. 
Del resto, si sa, la reazione alle droghe è strettamente individuale. 
A meno che non si arrivi a quelle forti, dove i criteri si fanno più oggettivi.

Qualche anno fa in Italia è passata una legge sulla terapia del dolore, e la sanità toscana sembra averla recepita nel migliore dei modi. Sta di fatto che l'operazione subita mi ha dato sì qualche fastidio, ma nulla che somigliasse nemmeno lontanamente alla sofferenza, senza contare che almeno tre volte al giorno medici e infermieri si informavano se soffrissi o avessi sofferto e ogni sera e ogni mattina si premuravano di somministrarmi antidolorifici, ma raccomandandosi che ne chiedessi ancora se non mi bastavano.
Passati i primi quattro giorni erano, appunto, antidolorifici. Ma sul finire del quarto giorno dopo l'operazione il medico passò, mi esaminò e disse "Direi che possiamo toglierle la morfina, tanto ormai le restano solo tre fiale".  Così dicendo sganciò dai miei numerosi pendagli una bottiglietta di plastica trasparente che conteneva al suo interno non già tre fiale ma una specie di stella a lobi.
Così la morfina uscì dalla mia vita, o almeno credevo. 
In realtà ci misi un altra settimana buona ad espellerla completamente, e solo a quel punto realizzai che buona parte dei dialoghi cui avevo partecipato in quei primi giorni e gli argomenti di cui avevo parlato si riferivano a scene e immagini che nascevano dalla mia mente.
E che scene: conversazioni di etica tra dame francesi del XIV secolo, progetti sulla conoscenza delle risorse idriche della regione strutturati su tre livelli di scuola, riunioni di sovversivi anarchici russi di inizio secolo, film mai girati da alcun regista, dialoghi con gli infermieri in realtà mai avvenuti ma che gli infermieri in questione si guardavano bene dallo smentire quando vi facevo riferimento - immagino in virtù dell'esperienza e di quella gran cosa che è la compassione umana.
La graduale scoperta che per non meno di undici giorni avevo vissuto in un universo parallelo, con tanto di salti spaziotemporali, mi ha lasciato piuttosto scossa. Ho sempre avuto una fervida immaginazione, ma mi pregiavo di distinguere sempre, senza particolari esitazioni, ciò che era effettivamente successo da ciò che mi divertivo a sognare. 
Stavolta invece ero completamente priva di filtri critici che mi permettessero di separare la conversazione mattutina col medico dalla conversazione con il circolo di dame di corte francesi di sette secoli. La droga mi aveva tolto il senso critico, una buona fetta di raziocinio e il controllo su quel che dicevo e percepivo.

Se mi han dato la morfina, e in dosi che immagino abbastanza alte stando alle conseguenze, di sicuro c'erano ottimi motivi - e naturalmente non sono in grado di dire se sono risultata particolarmente sensibile agli oppiacei. Questo lo sanno i medici.
Ma, avendo infine avuto esperienza di entrambe le categorie di stupefacenti, mi sento di affermare che chiunque proclami con gran sicurezza che tra le une e le altre non c'è una vera differenza, farnetica proprio come se avesse assunto dosi abbondanti di droghe tutt'altro che leggere.

domenica 29 gennaio 2017

Il Nuovo, Perfido Antibiotico


Almeno, immagino che la colpa del mio nuovo stato di prostrazione sia da attribuirsi a lui.
Esaminiamo prima di tutto gli aspetti positivi del decorso: 
- prostrazione o meno, continuo a leggere con buona concentrazione
- il filetto di orata è un gentile alimento
- le mie caviglie stanno riprendendo forma
- le gatte sono davvero assidue nella loro opera di gattoterapia.
Gli aspetti negativi sono soprattutto due:
- non ho voglia di mangiare quasi niente
- durante il giorno mi viene sonno e mi addormento, talvolta senza nemmeno accorgermene (sempre in posizione comoda, però).
Sono in grado di sostenere una conversazione brillante per il tempo di una telefonata, anche di media lunghezza; poi, però, devo dormire.
In compenso, sembra accertato che questa nuova generazione di antibiotici a rilascio graduale abbia perso il potere di scombinarmi il ritmo sonno-veglia: così mi addormento relativamente presto e mi sveglio a orari decorosamente mattutini.

venerdì 27 gennaio 2017

Il ragazzo della Kaiserhofstrasse - Valentin Senger

Questo è un libro che ho pescato per puro caso alla biblioteca, attratta dalla copertina che prometteva "La storia vera di una famiglia di ebrei russi sopravvissuta alla Germania di Hitler".
Se era sopravvissuta, mi sono detta, è andata a finire bene. Magari è un libro un po' meno drammatico della media su questo pur drammaticissimo argomento? Tanto più che uno dei brani di recensione riportato sul retro della copertina prometteva  un libro "Pregno di colore e di atmosfera, di umorismo e ironia e, al tempo stesso, di angoscia".
Sull'angoscia sono perfettamente d'accordo, il libro ne trabocca. Sull'umorismo e l'ironia, francamente non saprei: il pur leggendario umorismo ebraico qui fa solo poche e occasionali sortite. 
Nel complesso l'ho trovato deprimente, anche se probabilmente per l'autore è stato liberatorio scriverlo. Ed è senza dubbio un bel documento storico, molto valido anche senza considerare il suo valore di testimonianza. A ben guardare, è anche un libro sulle difficoltà di sopravvivere in senso lato, non soltanto alle persecuzioni naziste o ai sensi di colpa dei sopravvissuti, ma in generale alla vita e ai suoi soffocanti legami intrecciati di rancore e di riconoscenza - in pratica, e per smettere di girarci intorno: alla propria madre - altro classico tema ebraico ma su cui gli ebrei non sono certo gli unici ad avere qualcosa da dire.

Valentin Senger è un giornalista tedesco morto nel 1997 che aveva 15 anni quando Hitler diventò cancelliere in Germania.
All'epoca viveva con la famiglia (i due genitori, un fratello e una sorella) in una via interna nel bel mezzo di Francoforte.
A Francoforte i suoi genitori erano arrivati nel 1911, dopo un avventurosa fuga dalla Russia dove il padre di Valentin era stato a lungo perseguitato e ricercato per le sue idee rivoluzionarie.
I Senger (che in origine non si chiamavano affatto Senger) erano russi, ebrei e pure comunisti moderatamente praticanti; non solo, ma continuarono una cauta opera di appoggio ai movimenti antinazisti durante tutta la guerra. Eppure trascorsero in relativa tranquillità tutto il periodo nazista, conducendo una vita normale per quanto era possibile trascorrerla in quegli anni in Germania.
Certo, non erano ebrei praticanti. Certo la madre, con accortezza, aveva coperto le loro tracce e si era procurata un cognome nuovo - ma i due figli maschi erano stati regolarmente circoncisi (una cosa, questa, che procurò un bel po' di grattacapi a Valentin e a suo fratello ad ogni visita medica dopo l'inizio delle persecuzioni),  e per anni la famiglia aveva moderatamente frequentato la sinagoga; non solo, ma aveva apertamente usufruito per molti anni degli aiuti (soprattutto cibo) che l'associazione ebraica elargiva agli ebrei poveri. E molti dei loro vicini sapevano che erano ebrei, anche se parecchi l'avevano almeno in parte dimenticato.

La spiegazione del mistero sta forse lì, in una fortunata serie di combinazioni che permisero alla famiglia Senger di scivolare tra le pieghe della burocrazia, grazie anche all'aiuto di alcuni tedeschi che però agirono sempre di loro iniziativa perché mai nulla gli venne richiesto. Circostanze casuali, passaporti di apolidi, qualche mano che ogni tanto provvedeva a cancellare i dati più spinosi...
E così, mentre il vicolo intorno a loro si spopola e tanti loro vicini vengono deportati (una famiglia di zingari, un travestito, qualche omosessuale, qualche persona del tutto innocua ma dall'equilibrio mentale  fragile) che l'autore ricorda e descrive con cura, la famiglia di ebrei russi comunisti si fece la sua vita e addirittura il passaporto apolide gli risparmiò non solo la deportazione, ma anche la chiamata alle armi fin quasi alla fine della guerra. 
Ma naturalmente niente di tutto questo poté risparmiare loro la paura, continua, ossessiva e logorante. La madre ne ebbe letteralmente il cuore spezzato e non sopravvisse fino alla fine della guerra, e tutta la famiglia trascorse la sua vita apparentemente tranquilla avvolta in un soffocante bozzolo di angoscia. 

L'angoscia è la protagonista principale di questa autobiografia davvero particolare, che descrive molto bene non soltanto la vita quotidiana e i problemi della popolazione negli anni della guerra, ma anche le correnti interne di un mondo dove il pericolo si annidava in ogni piega dell'esistenza, non soltanto per gli ebrei casualmente scampati alle persecuzioni ma proprio per tutti.

Nonostante la depressione che si porta dentro è una lettura che scorre bene, ed è anche molto istruttiva. Mi sento di raccomandarlo, purché non stiate cercando qualcosa di allegro e brillante che vi carichi con una sferzata di vitalità.
Con questo post torno a partecipare, dopo un assenza del tutto indipendente dalla mia volontà, al pregevole Venerdì del Libro di Homemademamma, da sempre un impareggiabile miniera di spunti per le letture.

Annoiandosi con dignità

Colazione alle otto (andrebbe bene anche prima, ma dormivo) con budino di riso. 
Molto buono, ma un intero budino di riso richiede un bel sonnellino per riprendermi da cotanto sforzo.
Alle nove, pasticca di ferro ché sono un po' anemica.
Un po' di lettura, una vaga occhiata all'Ansa.
Alle dieci iniezione, di quelle che si fanno da soli.
Un po' di lettura, ancora. Le gatte mi tengono compagnia sotto le coperte.
Alle undici, ben temprata, raggiungo il computer dove mi aspetta una breve ma intensa sessione di lavoro, ovvero il mio amato giochino della caccia al tesoro.
Sarebbe tempo di pensare al pranzo ma il mio stomaco non è completamente d'accordo.
Così preparo la colazione alle gatte e pulisco la lettiera.
Torno dalle gatte (o meglio loro tornano da me, dopo aver mostrato grande indifferenza per la loro colazione. Mangeranno quando gli gira). 
Ronfiamo sul letto in perfetto accordo. La rassegna stampa incoraggia un piacevole dormiveglia.
Spremuta di arance come aperitivo (molto gradevole) e a seguire qualche bocconcino che spaccio per "pranzo".
Non sono del tutto priva di fame, ma mangiare... ebbene sì, mangiare mi annoia. Una sensazione inconcepibile per me - almeno così avrei giurato fino a qualche settimana fa.
Leggo. Dopo le tre cominciano le telefonate (oggi non molte, probabilmente, perché ci sono i consigli di classe).
Un po' di radio. Uno spuntino alle quattro (forse).
Leggo con più concentrazione.
Una navigatina per la rete, molto pigra.
Pastasciuttina verso le otto, e ne approfitto per lavare tre o quattro piatti.
In mezzo, da qualche parte nel pomeriggio, spesso c'è la visita di qualcuno che controlla che non mi serva niente.
Ma, gente mia, che volete che mi serva se non dormire?
E sia chiaro che di notte non soffro d'insonnia.

Ammettiamolo: ho conosciuto periodi più divertenti.

mercoledì 25 gennaio 2017

Il travaglio della rinascita.


L'anno è iniziato in modo assai originale, offrendo soluzioni a problemi di salute che ignoravo di avere e spazzando via difficoltà che fino a qualche settimana fa sembravano assai degne di considerazione ma che adesso mi appaiono talmente insignificanti da non meritare nemmeno una briciola di attenzione.
Sono in convalescenza, dice. Il peggio sarebbe passato e l'ospedale ha allentato la sua stretta, consegnandomi agli agi domestici, dove vivacchio pigramente, stancandomi con niente e passando da un sonnellino all'altro.
Ogni tanto penso, anche; oh, niente di grandioso, intendiamoci. Piccoli pensieri da uccellino in gabbia, che guarda l'angolino in alto della finestra.
Riesco di nuovo a leggere, anche per due ore, seguendo perfino trame di un certo impegno. 
Mangio piccoli pasti, che qua anche digerire è diventato un lavoro serio.
E' una rinascita, credo. Almeno, mi viene da pensare che una volta passato, questo periodo lascerà comunque una traccia dentro di me, cambiando il modo che ho di percepire le cose.
Il mondo esterno, quello dove ci si muove, si corre, si interviene, si litiga e ci si accorda, mi fa ancora parecchia paura. Non ce la posso fare ad affrontarlo.
Il piccolo mondo dove vivo, fatto di prescrizioni mediche, di telefonate ansiose e di piccole conquiste quotidiane è un tantino claustrofobico, ma al momento riesco a vivere solo lì dentro.
La cattedra è lontana, il paravento è steso in modo da ripararmi da ogni corrente d'aria.
Il sentimento più forte in questi giorni è la gratitudine, per tutti quelli che mi hanno aiutato, sostenuto e confortato, da vicino e da lontano. 
Per capire bene la gratitudine, non c'è niente che valga il trovarsi del tutto alla mercé degli altri.
Grazie a tutti quelli che sono qui, intanto.

sabato 31 dicembre 2016

Aspettando il 2017



Felice notte del passaggio
mentre il drago di buon augurio 
 raccoglie la polvere e le lacrime
e illumina le tenebre 
aprendo la strada 
a quel che verrà.

Guerre Stellari

La fine dell'anno ci ha privati dell'attrice, scrittrice  e sceneggiatrice Carrie Fisher,
che da giovane è stata un adorabile principessa Leila (o Leia, per il resto del mondo)

Oltre ai film dedicati al Natale per me  esiste anche la vasta categoria dei Film Che Ho Visto A Natale e che nel mio cuore sono indissolubilmente legati al periodo natalizio - ad esempio la trilogia dello Hobbit, i primi Harry Potter... e Guerre Stellari.
Quando arrivò in Italia, nel lontano Dicembre 1977, se ne era fatto un gran parlare per il gran successo che aveva riscosso l'anno prima negli USA.
Il 26 Dicembre, dopo un pranzo di Santo Stefano che chiudeva una seduta piuttosto pesante con taluni parenti, mio padre suggerì di andare al cinema. 
L'idea piacque molto perché, anche se andare negli affollatissimi cinema nei giorni delle feste non era mai stata nostra abitudine, la famiglia Shikibu desiderava ardentemente un po' di svago dopo due giorni in trincea, e un po' di fantascienza d'avventura sembrava proprio quel che ci voleva.
Trovammo miracolosamente posto in una sala piena come un uovo e partì la celebre fanfara mirabilmente eseguita dalla London Symphony Orchestra (e il fatto che una grande orchestra avesse eseguito la colonna sonora all'epoca aveva fatto assai notizia).
Si chiamava Guerre Stellari, in italiano, anche se il titolo originale lo conoscevamo tutti; e non si parlava minimamente di Quarto Episodio (la cosa venne fuori solo con i film successivi) né alcun sottotitolo annunciava "una nuova speranza": anche quello arrivò parecchio dopo.
Alla fine la platea applaudì - cosa che, fino a quel momento, al cinema non aveva mai visto fare.
Il film fu per noi come pioggia vivificante dopo una lunga siccità e ce lo bevemmo con entusiasmo. Dietro l'apparenza di una scenografia nuovissima di cui nessuno ci spiegava niente c'era in realtà una storia molto semplice e conosciuta da tutti: una Principessa da salvare, un Eroe che ancora non sapeva di essere un eroe, un Avventuriero che era anche lui un eroe ma non voleva farlo sapere troppo in giro perché aveva una reputazione di avventuriero da difendere*, e una fortezza indistruttibile (che nessuno spettatore ha mai dubitato che sarebbe stata distrutta) più un Cattivo di grandissima abilità paludato con grandi paludamenti neri e un Saggio Maestro in abiti francescani. E le spade laser. Vedere le spade laser e riconoscerle come qualcosa che in cuor tuo hai sempre saputo che esiste fu tutt'uno. Come contorno alcuni Fedeli Servitori dalle grandi capacità: uno in pelliccia dai tratti vagamente leonini, e due meccanici; il più bravo naturalmente era il più piccolo, una specie di simpatico botoletto che, a ben guardare, era quello che risolveva sempre le situazioni più critiche.
Una fiaba, in pratica, ambientata nel futuro. In effetti era fantasy, ma nessuno la chiamava così perché in italiano ancora la parola non esisteva.
Il Saggio Maestro muore combattendo un elegante duello contro il Cattivo dopo averlo avvisato: "Se mi distruggi, io tornerò più forte di prima". Per me, che mi ero già letto quattro volte Il Signore degli Anelli la cosa era più che normale, e solo qualche anno dopo realizzai che mi ero aspettata di veder risorgere Obi Wan Kenobi il Bianco - il che in effetti non avvenne mai. Comunque il concetto base lo capivo.
Ancor meno mi sorprese che la Morte Nera venisse distrutta dall'interno, centrando l'unico punto vulnerabile. Mancava l'Anello, ma anche lì il concetto base era lo stesso. E trovai assolutamente squisiti i duelli aerei.
Due giorni dopo mi precipitai a rivederlo con l'amica del cuore, sempre in un cinema decisamente strapieno, e nel pomeriggio del 31 Dicembre tornai a vedermelo per la terza volta (raccattando fortunosamente un posto in fondo alla fila) ripromettendomi comunque di rivederlo ogni volta che me ne fosse stata data l'occasione - cosa che da allora ho sempre fatto.
Il film finisce con una grandiosa premiazione dei tre eroi (anche il Servitore Leone viene ben medagliato, e a buon merito).

All'epoca non usavano i film a puntate, e l'episodio era autoconclusivo. Soltanto più di un anno dopo sentii dire che stavano lavorando al secondo, anzi al quinto perché quello che conoscevamo era in realtà il quarto. Con ancor più grande sorpresa scoprii che la Principessa non era riservata all'Eroe, ma all'Avventuriero.
In effetti, nel primo film sembrava chiarissimo che la coppia sarebbe stata quella della Principessa e dell'Eroe: tanto per cominciare si baciavano due volte, e una volta detto questo non c'era motivo di indagare oltre - ma in verità tutto il film pullulava di indizi in tal senso. A quanto si sa Lucas cambiò idea in proposito solo tra il primo e il secondo film; la teoria della mia fida compagna di banco Sary, anni dopo, fu che dopo un rapido sondaggio tra le spettatrici Lucas si era reso conto che nessuna donna sana di mente si sarebbe posta il problema di una scelta tra Harrison Ford e chiunque altro, e solo qualche ragazzina di non più di sedici anni avrebbe potuto vedere la cosa diversamente.
I tre possibili pretendenti per la principessa Leila. 
Chi avrà scelto, secondo voi?

Così venne deciso che l'Eroe e la Principessa fossero fratelli gemelli divisi alla nascita o quasi.

Ma torniamo alla Principessa da salvare.
Non era la solita Principessa da salvare, si salvava parecchio da sola. Questo era relativamente insolito in quel tipo di intrecci, ma eravamo nella seconda metà degli anni 70 e anche le Principesse stavano cambiando, con l'arrivo del femminismo. La Principessa che affronta impavida i pericoli, usa le armi con destrezza e gestisce importanti incarichi diplomatici oltre ad essere un importante capo della Resistenza non era più tanto fuori dagli schemi
Comunque si trattava di una ragazza molto efficiente e, prima di farsi catturare, tenta di salvare la sua missione mettendo in salvo il Servitore Piccolo, che ha nella memoria tutti i piani della Fortezza Indistruttibile:
aiutata da una buona dose di fortuna, riesce a mandare il Servitore Piccolo dal Saggio Maestro, che riuscirà a salvare lei, i piani della Fortezza e anche a radunare chi distruggerà la Fortezza in questione - ma del resto anche le più fortunate coincidenze della galassia devono ben avere qualcuno o qualcuna che le metta in moto.

Di sicuro Leila (nel resto del mondo era Leia, ma sorvoliamo) aprì la strada a una serie di eroine molto intraprendenti e fornì lo stampo per un tipo di personaggio femminile abbastanza nuovo. Per lei avevano studiato un look molto particolare, con un vestito candidissimo e assai lungo che mette in rilievo dei movimenti molto aggraziati e misurati, una pettinatura assolutamente assurda con delle specie di ciambelle laterali e un trucco apparentemente molto leggero, quasi inesistente.
La pettinatura del primo film passò alla storia, e rese molto facile disegnare la Principessa con pochi tratti
per esempio nei meravigliosi fumetti di Jeffrey Brown, molto successivi.
Già nella scena finale del film optarono per delle trecce raccolte in crocchia, e nei film successivi a volte la tennero perfino con i capelli sciolti. 
Anche se l'immagine più consueta raffigura Leila con i capelli pettinati a girelle sulle orecchie.
Ho guardato volentieri gli altri due film della prima trilogia, ma per me il mondo di Star Wars resta legato soprattutto al primo film; dei primi tre episodi non ho voluto sapere né tanto né poco - anche perché, per forza di cose, mancavano i tre personaggi principali della seconda trilogia (quella cioè che per noi spettatori è stata la prima anche se in realtà era la seconda che però è stata pensata per prima).
E non ho assolutamente capito perché gli sceneggiatori della terza trilogia abbiano dato un seguito così malinconico alle vicende dei due eroi e della Principessa.

Insomma sì, per me l'universo di Star Wars è legato soprattutto alle vicende della distruzione della Morte Nera.

*e che spara per primo per eliminare il sicario di un creditore troppo insistente. Né all'epoca nessuno lo criticò per quello, anche perché il sicario era decisamente antipatico. Ci tengo a precisare che NON sono di quelli che guarda dall'alto in basso al politically correct, ma un avventuriero ha come primo requisito essenziale quello di mantenersi vivo, e pretendere che segua il codice cavalleresco sennò non è un vero eroe e dà il cattivo esempio mi sembra un delirio allo stato puro, anche perché un Eroe senza macchia nel film c'è già, e compie il suo lavoro nel più immacolato dei modi.

lunedì 26 dicembre 2016

Lunedì Film - Nightmare Before Christmas (Film per le medie)


Esistono molti film di Natale, e ai miei occhi sono uno più orripilante, diabetico e insulso dell'altro; non pretendo di essere un autorità in materia, perché quando vedo la minima traccia di un film ad argomento natalizio scappo di gran carriera, e quindi può darsi che parli mossa solo da pregiudizio, senza contare che ognuno ha diritto ai suoi gusti, per orripilanti che siano.
C'è però una luminosa eccezione, ed è Nightmare before Christmas, tratto nel 1993 da un soggetto di Tim Burton, realizzato non a cartoni animati ma con la tecnica dello stop-motion (che dalle descrizioni che ho letto dovrebbe dare assoluta garanzia per la santificazione ancora da vivi) ovvero riprendendo pupazzi fatti a mano fotogramma per fotogramma, per la regia del pazientissimo e bravissimo Henry Selick.
Credo che la contaminazione tra Halloween e Natale (e, si badi bene, il Natale statunitense, al cui confronto il nostro è una sobria ricorrenza vissuta con animo penitenziale e assai spartano) sia appunto una delle chiavi della riuscita della storia, perché la melassa natalizia risulta felicemente stemperata da scheletri, ragnatele e mostriciattoli vari.
La vicenda è piuttosto semplice: il mondo di Halloween viene improvvisamente a contatto con quello di Natale, e il re di Halloween, uno scheletro assai fascinoso a nome Jack Skelleton (in italiano Jack Skeletron):


decide non solo di importare il Natale di Halloween, ma di sostituirsi a Babbo Natale in persona, su una slitta trainata da renne-scheletro e guidata dal cane-fantasma Zero in un immagine di quelle che non si dimenticano:


L'arrivo del nuovo Babbo Natale in versione scheletro sconvolge gli umani, che non trovano di meglio che reagire con la contraerea, abbattendo così il singolare gruppo.
Naturalmente uccidere scheletri e fantasmi non è cosa alla portata di nessuna contraerea, nemmeno di quella statunitense. Così Jack e Zero ritorneranno alla città di Halloween un po' rinsaviti, e Jack coronerà il suo sogno d'amore con la bambola di stracci Sally

che sin dall'inizio l'aveva avvisato che l'idea era destinata a finire in un disastro.
Il film in sala non ebbe poi questo gran successo, ma col tempo diventò un classico assai apprezzato e produsse infinita infinità di gadget di vario tipo, tanto che i personaggi sono conosciutissimi anche dalle giovani generazioni.

I personaggi, ma non il film. Per motivi che sfuggono alla mia debole mente il film non viene mai riproposto in televisione né in tempo di Natale né in tempo di Halloween, e le nuove generazioni non lo conoscono, a meno che solerti insegnanti o accorti genitori non abbiano provveduto a farglielo conoscere.
Eppure ai ragazzi piace in modo inverecondo, e l'incantesimo scatta già nei primi secondi quando la città di Halloween si presenta in quella che è diventata una canzone molto famosa. Già, perché tra le tante belle cose che ha questo film c'è anche una colonna sonora di gran pregio:


C'è di più: in Italia hanno fatto un doppiaggio davvero eccellente, dove la parte di Jack Skelleton è stata assegnata a Renato Zero (che in quel personaggio deve essersi discretamente riconosciuto). Dotato di una capacità espressiva, di una voce e di un estensione davvero fuori dalla norma, Zero canta il ruolo di Jack nel migliore dei modi possibili, e decisamente meglio dell'interprete originale*. Il risultato è che, una volta tanto, l'edizione italiana è meglio di quella originale anche e specialmente nella parte cantata, che di solito rappresenta un punto debole nei cartoni animati doppiati.
Purtroppo non posso postare i video con le canzoni cantate da lui, perché in questo momento su YouTube esse sono assolutamente sparite (immagino per i soliti stupidissimi motivi di copyright di cui si ricordano ogni tanto nei momenti meno opportuni per me).

Insomma, davvero non c'è motivo di negare la visione di questo bel film ai nostri figli e nipoti. Eppure, tutte le volte che l'ho proposto (partendo dalla prima, in cui la mia intenzione iniziale era di fargli un piccolo amarcord prenatalizio di un film sempre godibile anche dopo parecchie visioni) ho trovato sì molto entusiasmo e apprezzamento, ma una totale ignoranza dell'oggetto in questione.
Insomma, ho finito per convincermi che far vedere alle classi Nightmare before Christmas, prima ancora che un piacere sia un preciso dovere visto che la scuola ha da acculturare le nuove generazioni.
Naturalmente è possibile che il mio sia un caso particolare e che un curioso destino mi abbia assegnato le poche classi italiane che non han mai visto questo capolavoro; comunque è chiaro che esistono delle fasce di popolazione che non sono mai entrate in contatto con questo film.


Difficile comprendere il motivo: nonostante la massiccia presenza di mostri e mostriciattoli il film non è affatto spaventoso; i personaggi non sono negativi, Jack è un gentilscheletro che soffre la monotonia della vita, ma con garbo e dignità, e l'unico abitante di Halloween che sembra effettivamente cattivo è il Babau; la storia d'amore è narrata con delicatezza ma senza troppo zucchero, la vicenda è a lieto fine e non ci sono messaggi violenti o vendicativi.

Già, il messaggio del film. L'ultima volta in cui l'ho visto con i ragazzi, pochi giorni fa, mi sono improvvisamente domandata se ce ne fosse uno e mi sono risposta che sì, certamente: maneggiare archetipi così forti si porta comunque dietro un significato, probabilmente più di uno. L'idea di Jack di fondere Halloween e il Natale non è sbagliata di per sé, ma forse è stata messa in pratica con troppa precipitazione, senza riflettere e senza preoccuparsi di ammorbidire un po' il terreno da una parte e dall'altra: le culture non devono incontrarsi per decisione di un singolo despota illuminato, ma con un moto spontaneo della base e con un tempo di adattamento - altrimenti scatta la contraerea, che comunque non basta a risolvere il problema. Di fatto, mettere qualche goccia di zucchero dentro Halloween e un tocco scheletrico nel Natale sembrerebbe una scelta vincente, mentre rimpiazzare Halloween con Natale** può essere troppo brusco, e comunque il mondo di Halloween ha un identità troppo forte per lasciarsi sopraffare senza lasciare tracce.

Rimane il Grande Dilemma: è un film da vedere ad Halloween o a Natale? 
Personalmente tendo a considerarlo un film natalizio: la maggior parte dell'ambientazione si svolge nella città di Halloween, ma la vicenda è legata a Natale. Tuttavia sotto Halloween non è certamente fuor di posto, anche al di là della banale considerazione che un buon film è sempre al suo posto in qualsiasi momento dell'anno si decida di vederlo.
Infine, tra i suoi infiniti pregi, questo film comprende anche una felice brevità: 75 minuti. Bastano una coppia di ore consecutive o anche due ore separate con due sedute di 40 minuti l'una. E il successo di pubblico è assolutamente garantito.

*Non è l'interprete originale che è scarso, è Renato Zero che qui è davvero superlativo. 
**Tim Burton ha avuto l'ispirazione per questa storia guardando i commessi di un magazzino che rimpiazzavano gli articoli legati ad Halloween con quelli di Natale - e in effetti la storia racconta esattamente quello.