Il mio blog preferito

venerdì 2 dicembre 2016

Jamie Thomson - Dark Lord. Le origini


Il libro che vado oggi a presentare è un libro per ragazzi. Può piacere anche agli adulti (io, almeno anagraficamente, sono tale) ma solo se sono nerd inside. Non importa che siano appassionati di fantasy, ma devono avere un fondo di scervellaggine e una certa propensione per l'assurdo. Tutti gli adolescenti ce l'hanno, salvo qualche triste caso, e dunque a loro si può regalare con una certa fiducia.

Si tratta, in sintesi, del primo Diario di una schiappa in versione fantasy.
Alla voce narrante esterna si uniscono brani di diario del protagonista, trafiletti di giornale, immaginifiche illustrazioni, pagelle con commenti eccetera; lo stesso protagonista è, in sintesi, una specie di schiappa, anche se solo per colpa della ria sorte.
Si tratta di un Oscuro Signore che viene da una dimensione parallela del Multiverso. Il suo più temuto avversario, un Mago Bianco, gli ha fatto un incantesimo catapultandolo nel nostro mondo, in una cittadina inglese, nel parcheggio di un supermercato... nel corpo di un ragazzino di dodici anni e senza più poteri magici.
Prontamente soccorso da due poliziotti che chiamano un ambulanza e ricoverato in ospedale, gli viene diagnosticata una grave amnesia dovuta a qualche serio trauma. Tutti sono molto compassionevoli e comprensivi verso i suoi discorsi completamente sballati, traslitterano il suo nome "Dark Lord" in Dirk Lloyd e, dopo una serie di esami clinici che ne testano la buona salute, confusione mentale a parte, i servizi sociali lo affidano a una coppia benissimo intenzionata che si prende cura di lui con grande affetto.
Per l'Oscuro Signore inizia così un duro calvario: circondato per ogni dove da radiazioni benefiche (per lui letali) e privato dei suoi poteri, è costretto a sottomettersi e a iniziare una normale esistenza di dodicenne. 
Arrivano i primi amici, molto divertiti da quel ruolo vagamente fantasy che lui mostra di prendere terribilmente sul serio, e inizia lo studio.
Il fatto che i suoi amici non si scompongano più di tanto quando lui comincia a farneticare di Maleficio della Nona Dipartita e di Torre della Ferrea Disperazione è un grazioso tocco di genio: tutti abbiamo avuto (o siamo stati) un compagno stravagante che faceva finta di essere questo e quest'altro, estendendo il gioco anche agli amici, e spesso ne abbiamo tratto gran divertimento.
Le sue pagelle sono interessanti: come tanti alunni geniali (e tutti noi che insegniamo ne abbiamo avuti alcuni) studia solo quello che gli pare, ma riesce a prendere dei buoni risultati in tutte le materie - perché, infine, se sei diventato un Oscuro Signore è chiaro che non sei uno sciocco e i disturbi dell'attenzione sono l'ultimo dei tuoi problemi. Nondimeno gli insegnanti sono piuttosto perplessi: "Spesso svolge i compiti in modo insolito: La replica di un elmetto romano con la visiera coperta di sangue e cervella di marzapane che spuntano fuori è molto interessante, ma avevo chiesto una ricerca scritta sulle guerre galliche di Cesare".

Anche un Oscuro Signore, specie se intrappolato in un giovane corpo piuttosto inoffensivo, finisce inevitabilmente per essere influenzato dall'ambiente che lo circonda: col passare del tempo Dirk si trova sempre più spesso turbato da sentimenti positivi e insoliti, scopre di provare una certa affezione per i suoi amici (che considera comunque suoi servitori) ma vuole assolutamente tornare nel suo mondo e vendicarsi del Mago Bianco. A questo scopo allestisce un complesso rituale con l'aiuto della sua personale servitù.
Il rituale si risolverà in un mezzo disastro (alla fine del libro scopriremo perché) ma in qualche modo apre un varco tra i due mondi, e proprio quando Dirk si stava convincendo di essere effettivamente un normalissimo ragazzino affetto da confusione mentale in seguito a innominabili traumi, improvvisamente arriva un aiuto dall'altra dimensione.
Sarà allora la volta degli amici che dovranno convincersi che le farneticazioni di Dirk non erano affatto tali. Dopo aver affrontato e sconfitto la Candida Belva, il giovane Oscuro Signore tenterà un nuovo rituale, che questa volta i suoi amici vivranno con qualcosa di più della curiosità mossa dagli effetti speciali di un compagno assai fantasioso - dimenticando però il piccolo dettaglio che a suo tempo aveva causato il fallimento del primo tentativo.
Il romanzo si chiude su un nuovo incidente causato dal tentativo di aprire un portale tra i due mondi: il portale si aprirà, ma porterà via non Dirk, bensì la sua migliore amica (che, scopriremo nelle ultimissime pagine, nella nuova dimensione dove è stata catapultata sembra non trovarsi poi male). Nel nostro mondo però Dirk e gli amici sono molto angosciati per i nuovi e imprevisti sviluppi, oltre che divorati dai sensi di colpa.

Il libro è il primo di una serie, e spero caldamente che la Salani si sbrighi a tradurre gli altri due già usciti in Inghilterra - augurandomi di tutto cuore che siano all'altezza del primo, perché storie di questo tipo sono relativamente facili da iniziare ma se non sono maneggiate con estrema destrezza ci mettono davvero poco a trasformarsi in tavanate galattiche.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro gustose letture a tutti, in questo primo fine settimana prenatalizio.

lunedì 28 novembre 2016

Lunedì film - Anna and the King


Nel 1862 l'inglese Ann Leonowens raggiunse il Siam, dove era stata chiamata dal re Mongkut per fare da insegnante ai suoi figli (oltre 60) e alle sue mogli (una trentina). L'idea del sovrano era di sprovincializzare il Siam e dare anche un educazione inglese e una perfetta padronanza della lingua inglese al suo successore, oltre che a tutta la sua numerosa famiglia.
Ann Leonowens rimase in Siam per sei anni per poi pubblicare due libri dedicati a questa esperienza. 
Nel 1944 Margaret Landon trasse un romanzo da questi due libri e lo intitolò Anna e il re.
Dal libro, assai fortunato (e ristampato in Italia proprio in occasione dell'uscita del presente film) furono tratti un musical - da cui fu tratto a sua volta anche un celebre film con Yul Brinner - una serie televisiva e altro.
Nel 1999 infine Andy Tennant ne trasse un nuovo film, girato in prevalenza in Malesia, interpretato da Jodie Foster, Chow Yun-Fat e Tom Felton nella parte del figlio di Ann (quest'ultimo in seguito diventò più noto per il ruolo di Draco Malfoy).
Il film dura due ore e mezzo ed è splendido e assai colorato: oltre agli attori che svolgono assai degnamente i loro ruoli recitano assai bene anche i paesaggi, i numerosi elefanti

un gran numero di scimmiette e molte bellissime imbarcazioni.


A quanto ho capito la storia d'amore tra il re e Ann è stata ideata dai vari sceneggiatori per meglio condurre il film e i vari spettacoli, ma non ha molto riscontro nella realtà; in compenso serve molto bene per descrivere l'incontro di due culture molto diverse e per tirare avanti la storia, ma è vero che tra Ann e il re venne formandosi un rapporto di stima e anche di amicizia, nonostante svariati contrasti. Quel che è certo è che l'influsso di Ann si fece sentire con gran forza anche sull'erede al trono, Chulalongkorn, che riuscì a mantenere l'indipendenza del Siam e proseguì le riforme del padre, abolendo anche la schiavitù.

Ad ogni modo non c'è dubbio che il film è anche una bella storia d'amore, segnata da un leggero e garbato corteggiamento dove il re si mostra assai più raffinato e cortese del gruppo di inglesi decisamente beceri che compaiono occasionalmente nella vicenda. I due mondi arrivano a sfiorarsi e balleranno anche due volte insieme, ma per quanto forte sia il legame che li unisce, non sfocerà in quella che comunemente viene definita "una relazione", restando qualcosa di meno e nello stesso tempo qualcosa di più.

Il film è sempre molto apprezzato dai ragazzi: paesaggi, battelli (e che battelli!), parchi reali e cerimonie per il raccolto gli danno un tono colorato e arioso, e le scene di vita scolastica sono brillanti e assai gradite mentre seguono con coinvolgimento crescente la storia d'amore per poi scoprire che non approderà a niente - mi sono fatta l'idea che anzi uno dei punti di forza del film sia avere una storia d'amore ma non una scena d'amore propriamente detta.
In effetti le storie d'amore sono due, e con mia grande sorpresa leggendo il libro ho scoperto che sì, la storia di Tuptim e Khun Phra Balat si svolse esattamente nel pazzo modo con cui viene raccontata nel film e non è solo un riempitivo ideato dagli sceneggiatori dopo abbondanti libagioni per creare un contrappeso alla storia principale.
Completamente inventata è invece la sottotrama politica, che comprende comunque una bellissima scena finale sul ponte dove il re gioca d'azzardo e d'astuzia riuscendo ad evitare un colpo di stato con grande maestria.
Non ci sono scene cruente, anzi la decapitazione dei due infelici innamorati è a modo suo impressionante, ma girata con singolare grazia.
Si passano due ore e mezzo vedendo splendidi paesaggi e bellissimi costumi e seguendo una storia assai piacevole, impostata su due personaggi molto simpatici, imparando molto sull'estremo Oriente e sul colonialismo inglese. Inoltre, visto all'inizio della Terza, funziona sia per storia che per geografia, oltre che per impostare un qualche tipo di discorso sull'incontro tra culture diverse.
C'è anche una bella e abbondante citazione de La capanna dello zio Tom, utilissima per introdurre il tema della schiavitù, e una graziosa scena sul fumo dove scopriamo che, laggiù, almeno nell'alta società, si dava il primo sigaro ai bambini intorno ai sei anni. Il figlio di Ann decide di provare, naturalmente sentendosi malissimo.
Nel complesso, tre ore decisamente spese bene.

sabato 26 novembre 2016

I want to ride my bicycle / I want to ride my bike

Freddie Mercury insieme a Jim, il suo ultimo fidanzato. E sì, entrambi amavano molto i gatti.

Venticinque anni e un giorno fa, parlando al telefono (un banalissimo telefono fisso, allora ancora molto usato per le conversazioni serali) un caro amico mi raccontò che era molto triste per la morte di Freddie Mercury.
Cascai dal pero con un fragoroso STUMP, perché ancora non lo sapevo. 
Ancor di più cascai quando seppi che era morto di AIDS, perché non sapevo nemmeno che  fosse ammalato (niente di strano, visto che l'aveva comunicato alla stampa un giorno o due prima di morire).
"Ma non era gay!" protestai.
"Non vuol dir niente, l'AIDS si piglia anche se non sei gay" mi spiegò l'amico.  E del resto lo sapevo anch'io.
In effetti, l'unico vago ricordo che avevo sulla vita privata di Freddie Mercury era un intervista di parecchi anni prima, dove parlava della sua fidanzata storica, Mary, che era l'unica donna con cui pensava di potersi un giorno sposare (e con cui in effetti aveva convissuto per qualche anno). Roba piuttosto vecchia, e col tempo si è saputo molto di più.
Comunque passai un bel po' di tempo a condolermi con il mio amico e a deprecare il tristissimo caso.
Ma, oltre che addolorata, ero sbalordita: ma come, Freddie Mercury era morto da più di ventiquattro ore e non solo io non l'avevo ancora saputo, ma addirittura il mondo proseguiva nella sua solita orbita? Inconcepibile.
Non c'erano ancora i social. Le notizie non arrivavano in tempo reale. E, soprattutto, in Italia non la trovarono una di quelle notizie che fermano il mondo. Immaginavo un profluvio di documentari e interviste, ma l'unica cosa che passò in quei primi giorni fu una trasmissione di Red Ronnie (fatta piuttosto bene, tra l'altro). Giornali e telegiornali non sembravano minimamente consapevoli della portata della notizia.
Tutti conoscevano i Queen. Tutti ascoltavano i Queen. Le canzoni dei Queen erano parte della colonna sonora di tutti noi. Ma, in qualche modo, la morte del cantante dei Queen rimase relegata nelle pagine dello spettacolo per diverse settimane. Il culto postumo di Freddie Mercury, almeno da noi, maturò lentamente. 
Per quelli della mia generazione fu un duro colpo. All'epoca della sua morte stava sul mio altarino personale da una buona quindicina d'anni, da quando cioè mi ero comprata News of the World, album che cominciava con We will rock you e proseguiva con We are the champions - e il resto del disco non era niente male, ma dopo un inizio del genere risultava un po' sbiadito. 
L'anno dopo era uscito Jazz, che aveva assai imperversato, e che conteneva Bycicle Race


di cui ho faticato assai a trovare la versione non censurata.
Oggi non si sente spesso per radio, ma l'ho sempre ascoltata con entusiasmo (come tutto il resto del disco, devo dire), e le ragazze nude che pedalavano mi piacevano un sacco.

Fuori dall'Italia comunque si diedero un gran daffare a commemorarlo. Ebbe anche un galà fatto in suo onore dai cantanti lirici, promosso da Monserrat Caballé, che con lui aveva fatto uno splendido disco l'unico esperimento davvero riuscito di collaborazione tra lirica e rock dove, in barba ai problemi di ritmica e di impostazione vocale che incontrano sempre questo tipo di collaborazioni, entrambi fecero faville. Questa è forse la mia traccia preferita (il video non è ufficiale, come si evince dalla presenza di Inuyasha in un fotogramma):


Freddie aveva una voce meravigliosa, di cui non si dirà mai abbastanza bene, e la sapeva usare. In teoria era di quelli che avrebbe potuto cantare anche l'elenco delle farmacie aperte e sarebbe andato benissimo lo stesso, ma di fatto la usava soprattutto per cantare delle gran belle canzoni. Pare che l'ultimo album sia stato per lui un tormento dall'inizio alla fine, perché era ormai estremamente ammalato. Ascoltandolo però non ce ne accorgiamo (guardando bene i video un po' sì, anche perché evitano di inquadrarlo troppo da vicino).

Con mia grande sorpresa, i Queen hanno bucato le generazioni. Poche cose mi hanno sbalordito come ascoltare per la prima volta una classe che batteva l'inconfondibile inizio di We will rock you sui banchi (poi ci ho fatto l'abitudine). Ancor più sorprendente è stato vederli sorpresi che riconoscessi la canzone. E certo che la riconosco, avevo più o meno la loro età quando comprai il disco. Ma gli fa uno strano effetto sentirselo dire, perché non la riconoscono come una canzone di quarant'anni fa. Eppure i Queen non erano di quei gruppi fuori dal tempo, che precorrono e innovano la musica. Tutto sommato erano anzi piuttosto tradizionali.

Resta il rimpianto di non averlo mai sentito dal vivo. Ma non è colpa mia: i Queen in Italia non hanno suonato mai, limitandosi al massimo a lambire la Svizzera. 

Un vero peccato.

giovedì 24 novembre 2016

Esperimenti per l'educazione all'affettività - 1


Ufficialmente i draghi si accoppiano in volo, ma vai poi a sapere se lo fanno anche altrove


Al primo stormir di Settembre mi sono fatta con qualche collega un corsetto di formazione con le Life Skills (sì, sempre loro) sull’educazione sessuale.

In sintesi, consigliavano un approccio olistico, che partisse già da elementari e materne (ma senza alcun corso di masturbazione dal vivo, per quel che mi è stato dato di capire), non limitandosi solo ai dati più tecnici ma lavorando sulla persona nel suo complesso,  il tutto al nobile scopo di permettere ai fanciulletti un atteggiamento il più possibile sereno e positivo verso sé stessi e poi verso gli altri.
Tutto ciò è cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di vibrazioni positive (oooohm), ma io sono un insegnante di Lettere, e dunque sulla parte più tecnica non potrei comunque fare granché. Però….

Fu così che, ricolma e traboccante di ardimentoso zelo, decisi di fare con la mia amata seconda un bel percorso sul Gran Passaggio dell’adolescenza, l’amore, la questione femminile e gli stereotipi di genere (grano, uova, lardo e cinghiale, tutto cotto insieme per far prima, secondo la ricetta del cuoco militare di Asterix Legionario), il tutto sotto specie di purissima innocenza e senza dichiarazione di intenti; e a tal scopo vado tuttora elaborando una bella lista di libri e film,di cui per ora solo Quando c’era Marnie è passato sotto i loro occhi. Del resto, questa classe nello specifico sembra ancora abbastanza assopita sotto questo aspetto. Sembra.
Tuttavia è noto che anche la più  tradizionale e consueta delle programmazioni può portare a sviluppi inaspettati.

Per esempio grammatica. Analisi logica.


perché vedete, c’è il predicato verbale e quello nominale. Il predicato nominale è quella cosa che tutti capiscono al volo ma che altrettanto al volo dimenticano, e così arriviamo alla classica scena dove “Il gatto è bello” viene analizzata come “Il gatto: soggetto; è: predicato 

verbale; bello: complemento oggetto”. Allora l’insegnante urla e strepita e alla fine per un attimo la classe si ricorda che c’è il predicato nominale. Ma due giorni dopo, quando si tratta di fare l’analisi de “La moto di Giampioppo è veloce” siamo di nuovo punto e a capo”.
La classe riflette meditabonda, poi qualcuno chiede “Ma perché il verbo essere sul libro si chiama copula?”.
Perché è la cerniera tra il soggetto e il modo in cui il soggetto viene descritto. “Copula” sarebbe proprio l’unione, nel senso di accoppiamento, e infatti l’altro significato che ha è proprio quello di unione tra maschio e femmina. Anche se io, per la verità, non so immaginarmi un soggetto e un predicato nominale che si accoppiano”.
Di nuovo la classe medita; poi Biancaneve alza la mano “Prof, posso fare una domanda che non c’entra nulla?”.
E’ l’Attimo del Terrore, quando l’insegnante non può prevedere cosa uscirà da quelle bocche. Niente che abbia a che vedere con i predicati, di sicuro. Ma ormai l’ora sta per finire...
Sentiamo” concedo benigna.
“Mi sono sempre chiesta come fanno le balene. Per fare i figli, intendo”.
Oh?
Fanno esattamente come noi: sono mammiferi”.
“Come noi?”.
A parte il piccolo dettaglio che lo fanno in acqua: c’è il baleno, poi c’è la balena, si uniscono e nasce il balenino”. (Mi sento molto sentinella in piedi che spiega che per  un bambino ci vuole il papà e ci vuole la mamma e tutto il resto è contronatura).
Siamo alla fine della quinta ora, ovvero quando ci si mette a ridere con niente e non si riesce più a smettere. La descrizione della vita familiare di Baleno e Balena dà alla classe il colpo di grazia e il resto della conversazione si svolge a voce alta, per farsi sentire al di sopra delle risate convulse che travolgono tutti.
“E le meduse?” domanda Aurora.
Panico. Vecchi frammenti opalescenti di ricordi delle scuole medie, quando stavo anch’io nei banchi.
Ah, le meduse è una roba complicata. Non mi sembra che si accoppi, e dopo diventa un altra cosa...” (a casa scoprirò che “l’altra cosa” è un polipo, anzi molti polipi che a loro volta 

diventano poi meduse).

“Come sarebbe che non si accoppia?”.
Vedete, ragazzi, il mondo è vario, e i modi di riproduzione anche. Noi mammiferi facciamo sesso, poi ci sono le specie che fanno sesso virtuale e quelle che si riproducono da sole, in autonomia”.
“Da sole? Com’è possibile?”
“E’ vero” conferma Dirk Lloyd “Gli organismi monocellulari”.
 “Esatto. C’è l’ameba, tutta tranquilla, che mangia e cresce, e poi a un certo punto si scinde e abbiamo due amebe”.
“E quelli del sesso virtuale?”.
I fiori, per esempio. Le api portano il polline da un fiore all’altro, ma i due fiori non si sono mai conosciuti né parlati, però due fiori che sono stati virtualmente insieme fanno un frutto”.
“E’ per questo che si parla di frutto dell’amore?” si informa Virgilio.
Potrebbe essere” ammetto "E poi i pesci. Certi pesci non si accoppiano, la femmina depone le uova e se ne va per i fatti suoi, poi arriva il maschio e le feconda e se ne va pure lui, Tempo dopo le uova si schiudono e nascono i pesciolini, ma i due pesci genitori non si sono mai visti né frequentati”.
“Quindi ci sono dei pesci che non sanno chi è il loro padre?”
Per la verità ci sono anche un sacco di pesci che non sanno nemmeno chi è la loro madre, e questo è già più insolito”.
“E i serpenti?”
No, le serpentesse depongono le uova già fecondate...” altro momento di panico. Alcune serpene fanno le uova, altri i serpenti... o sono io che ricordo male?
Qualcuno fa le uova, comunque. Nella storia di Rikki-Tikki-Tawi ci sono le uova di Nagaica, e questo è tutto quel che so sull’argomento.
“Ma come fanno i serpenti ad accoppiarsi? Sono lunghi...”
Non ho la minima idea di come facciano i serpenti ad accoppiarsi! Chiedete a Scienze, io faccio Lettere!”.
La classe è ormai completamente andata. Qualcuno prova a mimare due serpenti che si distendono uno sull’altro, qualche altro scuote la testa, ma tutti ridono a più non posso, me 

compresa.
Alzo ancora di più la voce, dopo aver guardato l’orologio “La lezione di biologia è finita. Tirate fuori i diari che vi do gli esercizi!”.
Ecco, appunto: un approccio olistico, dolce e subliminale, soffermandoci sui sentimenti, sull’importanza dell’autostima...
Ho come l’impressione di non essere partita col piede giusto.

giovedì 17 novembre 2016

17 Novembre 2016 - Festa del Gatto Nero


Ma i gatti neri sono cattivi?
Un po', qualche volta. Forse.
Ma hanno sempre l'aria così dolce, anche quando hanno appena vomitato sul migliore tappeto di casa o ti hanno lasciato una lucertola nel letto.
Insomma, sono gatti.
E meritano dunque di essere amati incondizionatamente, come tutti i gatti.
Ma forse anche più di tutti i gatti.
Perché sono gatti, ma sono anche neri.
Auguri!
con la gentile collaborazione di Acquaforte
E ricordate sempre che ogni resistenza è inutile: se un gatto vi vuole, VI AVRA'!

martedì 15 novembre 2016

Ai confini della realtà (post sulla realtà dei confini)


E' noto che ogni insegnante ci ha le sue (più o meno innocue) fissazioni. Una delle mie è che l'interrogazione di geografia su un paese o un continente comincia con l'indicazione dei confini, e che detti confini devono essere elencati in senso orario o antiorario, a piacer dell'alunno, ma non con la sequenza nord-sud-est-ovest oppure sparpagliati e come viene viene.
Non so donde mi venga questa (tutto sommato innocua) fissazione; forse da un condizionamento innestato ai tempi delle medie, quando mi chiamavano alla cattedra con l'atlante?
In tutti i casi non dovrebbe essere nulla di drammatico starmi dietro, se non quando i confini sono quelli della Russia (che, oggettivamente, confina con un numero di paesi immane e che spesso hanno pure nomi stranissimi) tanto più che interrogo alla carta geografica e, quando posso, alla LIM, dove il malcapitato di turno può tranquillamente passare dalla carta politica a quella fisica ogni volta che lo desidera.
Nei primi tempi capita spesso che il malcapitato in questione elenchi i confini con la sequenza nord-sud... e lì lo fermo e con bel garbo, gli ricordo che voglio i confini in senso orario o antiorario; il malcapitato si corregge e amen.
E c'è un altra cosa su cui insisto, e onestamente non posso definirla una fissazione: se un paese confina con qualche mare, voglio che mi venga detto il mare e non il paese o continente che arriva dopo il mare.
Lì succede qualcosa che ai miei occhi è estremamente misterioso.
"Mi raccomando" spiego sempre "Quando il paese o il continente confina con un mare mi dovete dire il mare, non quello che c'è dopo.  Niente Regno Unito che confina con la Francia, niente Italia che confina con l'Africa, niente Danimarca che confina con la Svezia".
Ho imparato a fare questa precisazione dopo i primi, spiacevoli incidenti. 
Col tempo ho anche imparato che fare questa precisazione non serviva a niente, ma la faccio lo stesso, per onor di bandiera e perché non si dica che non ci ho provato. Io non sono di quelli che tendono coscientemente trappole ai loro implumi allievi per ridere sadicamente di loro. Niente è più lontano dal mio modo di essere. E tuttavia: dopo la mia precisazione tutti proclamano in gran coro che no, assolutamente, chi mai potrebbe essere così scemo da sostenere che la Danimarca confina con la Svezia? Davvero a nessuna persona ragionevole verrebbe mai in mente di dire una stupidaggine del genere.

Si arriva poi alle interrogazioni e, regolarmente, la Grecia confina con l'Africa, l'Estonia con la Finlandia e Cipro con la Turchia. A tutt'oggi il pezzo migliore della mia collezione restano i Paesi Bassi i quali confinano con l'Inghilterra, da cui sono separati dal mar Baltico.
Segue invariabilmente una sceneggiata dove io, mostrando i segni del più acerbo dolore, sospiro e dico "ripensaci bene, caro/a, e guarda la carta" per poi proseguire con la domanda "e quella roba celestina/azzurra/azzurroscuro, cosa sarebbe secondo te?" e infine l'urlo "Mare! Quello è un mare! Non c'è niente di immorale nel confinare con uno o più mari, anche l'Italia è in gran parte circondata da mari e nessuno ci ha mai trovato da ridire!" e consimili esclamazioni altamente teatrali.
Ho visto studenti che sapevo essere perfettamente in grado di intendere e di volere, impuntarsi per un tempo interminabile sulla Grecia che confinava con l'Africa e perfino con la Turchia che confinava con l'Africa, mentre la classe cercava invano di fargli intendere ragione, e non voglio nemmeno provare a ricordare con cosa riusciva a confinare l'Irlanda (intesa come isola, non come Eire). E tutto ciò mi ha sempre immerso nel più profondo stupore non disgiunto da un certo sgomento. 
Perché mai un territorio non può confinare col mare? Cos'ha il mare che non va? Perché il mare non può essere un confine lecito, legittimo, onesto e rispettabile?
Vallo a capire.

venerdì 11 novembre 2016

Vacanze matte - Richard Powell


Il romanzo è stato scritto nel 1959 e tradotto immediatamente in Italia da Garzanti, che continuò a ristamparlo almeno fino al 1977. Quando da ragazzina leggevo Angelica o le storie di James Bond o un altro degli infiniti tascabili Garzanti che riempivano la mia libreria lo trovavo spesso pubblicizzato, ma aveva una copertina con delle facce talmente idiote che non mi venne mai la più vaga tentazione nemmeno di scorrerlo in libreria, nonostante che mi promettessero risate senza fine.
Adesso Einaudi l'ha ritradotto e impreziosito con una introduzione di Francesco Piccolo, che assicura che dentro ci sono gli antenati dei Simpson e Forrest Gump, e da una postfazione di Luca Briasco che, più sobramente, ci informa su chi era Richard Powell e cosa ha scritto e fatto nella sua vita.
Leggendo l'una e l'altra ho così scoperto che il libro con le facce idiote in copertina negli anni era diventato un cult e che ne veniva regolarmente chiesta la ristampa da un piccolo stuolo di lettori - quelli, per intenderci, che erano riusciti a metterci su le mani in biblioteca.
Proprio in biblioteca l'ho rivisto, con una copertina un po' meno demenziale, e ho deciso di dargli una possibilità.
Non è che abbia riso fino a farmi venire le convulsioni, e francamente non capisco cosa c'entrano i Simpson, con tutto il rispetto per quel nobile cartone animato, ma mi è piaciuto molto.

I protagonisti sono una famiglia... no, non sono propriamente una famiglia, anche se si considerano tali. Sono (in buona parte) un gruppo di Kwimper, una stirpe particolarissima e assai ambita dagli psicologi a scopo di studio. Il titolo originale del romanzo è Pioneer, go home! senza alcuna citazione di vacanze matte.

Ricominciamo e descriviamo il gruppo. Prima di tutto c'è il patriarca, chiamato semplicemente "papà" perché la storia è narrata dal figlio  (si suppone che in un qualche tempo ci sia stata anche una madre, ma nel corso del romanzo non viene mai nominata). E' un brav'uomo, onesto, nemmeno tanto spiccio di modi, abituato a rapportarsi da pari a pari con lo Stato (che lo campa a suon di sussidi), con un etica piuttosto solida anche se a tratti un po' personale, e un ruvido fondo di buon senso.  Non è un uomo di cultura, ma conosce il viver del mondo e soprattutto le leggi - in particolare sa quali leggi esistono anche senza aver letto i vari codici dei singoli stati, e sa anche a che periodo attribuirle, in modo da costringere i magistrati a cercarle - e, naturalmente, a trovarle. Non è autoritario né desidera esserlo, ed è senz'altro un padre affettuoso con tutto il gruppo.
Il figlio, Toby, è un bravo e candido ragazzo, bello e forte, beatamente inconsapevole dell'effetto che ha sulle donne e piuttosto ignaro di quelli che comunemente vengono chiamati "i fatti della vita". La sua etica è molto semplice: fare ciò che è giusto, aiutare chiunque quando può, dire sempre e comunque la verità. Il concetto di Male è assai estraneo al suo modo di essere, anche se è vagamente consapevole del fatto che da qualche parte probabilmente ne esiste un po'. Non solo è incapace di mentire, ma non concepisce nemmeno la pur vaga possibilità di farlo. Ed è un figlio devoto, in tutto e per tutto obbediente al padre.
Poi abbiamo la baby sitter, una graziosa fanciulla di nome Holly Jones: la classica fanciulla americana piena di senso pratico, un po' intimorita dalle autorità ma non del tutto ignara del viver del mondo. Ha fatto le medie, quindi è vista come l'intellettuale del gruppo, e gestisce i due gemelli con disciplina dolce ma implacabile.
E i due gemelli, naturalmente. Da dove parte il tema letterario dei gemelli americani discoli e irrefrenabili? Da molto lontano, credo, perché c'è già nel Fantasma di Canterville. Comunque i due gemelli sono proprio così: furbetti, simpatici, discoli e un po' irrefrenabili. Un po', non troppo.
Non sono figli di Papà, fanno parte di un ramo laterale della famiglia. Papà li ha presi con sé, intascando regolare assegno di mantenimento e li tratta con gran cura, oltre ad avere assunto una baby sitter proprio per loro.

La storia è semplice e molto, molto americana: tornando dalle vacanze, un po' per caso e molto per puntiglio il gruppo ignora un cartello di divieto di accesso e finisce così in una zona che non è del tutto di proprietà dello stato né di un altro stato; e dopo essere rimasto bloccata lì per qualche giorno decide di reclamare il terreno e di stabilircisi, avviando una piccola rivendita di esche con annesso noleggio di canne e barchette da pesca.
Inizialmente lo Stato cercherà di impedirglielo in ogni modo (anche lui in gran parte per puntiglio ma anche per partito preso e infine per pura ostinazione) ma sempre fallendo pietosamente; ma più avanti lo Stato, nelle vesti di un giudice capace di coniugare logica e senso dell'umorismo, accetterà il fatto compiuto e soggiogherà i Kwimper facendogli pagare un po' di tasse - nemmeno troppe, in verità.
E tutto ciò è molto divertente da leggere e incoraggia la fiducia del lettore nel genere umano e nella vita, ma gli ricorderà anche l'importanza dell'etica e della sincerità, oltre a trasmettere il messaggio che non c'è nulla di meglio del Sano e Onesto Lavoro: i Kwimper, usi a sfruttare tutti i possibili sussidi statali, di loro spontanea volontà accetteranno di lavorare per mantenersi, e anzi insisteranno per godere di tale privilegio, con grande giovamento per la loro salute fisica - né saranno i soli a scegliere (o riscegliere) questa strada nel corso del romanzo. 
Molto adatto nei momenti di scoraggiamento o quando non si osa pensare di voler prendere una qualche iniziativa, e particolarmente adatto per chi è nato o vive in Italia.
Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e auguro a chiunque viva nella mia zona un lungo fine settimana molto casalingo, e tanta felicità ad anatre e paperelle di ogni specie. Che il diluvio sia con voi!


mercoledì 9 novembre 2016

Quel che se ne andrà se ne andrà / Quel che resterà resterà* (in USA c'è un nuovo presidente ma non è quel che volevo)

No, non ha vinto lei. Non per questo pubblicherò sul mio amato blog una foto di colui che ha vinto.

Tanto per cominciare, una considerazione: perché diavolo continuano a perseguitarci notte e giorno con i risultati di sondaggi elettorali se poi questi sondaggi risultano regolarmente sbagliati? Alla luce degli eventi occorsi negli ultimi anni, mi sembra che la prima spesa inutile della politica da abolire sia proprio quella dei sondaggi - e se proprio i vari partiti e movimenti vogliono mettere in giro dei sondaggi, li affidino a qualche studente squattrinato che li faccia a casaccio per una piccola mercede, così almeno quei soldi saranno spesi con un qualche utile.
Ufficialmente Hillary (rimasta sempre in testa, anche se di poco, sul suo avversario) aveva due-tre punti di vantaggio, djiventati cinque-sei proprio all'ultimo momento. Di fatto, nella Notte delle Elezioni, non è stata mai in vantaggio nemmeno per cinque minuti. Che cazzo hanno sondato? E se erano sondaggi truccati per influenzare l'elettorato, perché diffonderli anche all'estero, dove tanto non potevamo influire in alcun modo sul risultato?

L'idea che la signora Hillary Rodham coniugata Clinton, che quasi subito per me è diventata Hillary e basta, potesse un giorno diventare a sua volta presidente degli Stati Uniti cominciò a serpeggiare già poco dopo la prima elezione del di lei marito: si sapeva che aveva assai collaborato all'organizzazione della campagna elettorale, e che da sempre era una fida aiutante del consorte nei suoi incarichi politici. La candidatura sembrava ancora acerba allo scadere del secondo mandato di Bill Clinton, e nel corso degli anni il suo gradimento era assai calato. Di fatto ben presto ci si cominciò a lamentare che era troppo bella (?) e troppo autoritaria (?), poi ci fu quell'infelice riforma sanitaria che non riuscì a passare, e molti e molte disapprovarono che si fosse tenuta il marito anche dopo l'affaire Lewinsky - una cosa piuttosto incomprensibile per me, ma sembra che negli Stati Uniti sia stata interpretata come indice di avida ambizione e di bieco opportunismo - beh, se davvero di opportunismo si è trattato, non è stata una scelta vincente, ma quanto all'ambizione... come fa un qualsiasi essere umano a entrare nel giro dei possibili candidati alla presidenza se non è ambizioso/a fin nelle barbe? Sarebbe come lamentarsi di un violinista perché cura troppo la postura o l'intonazione: se non gli interessasse essere intonato farebbe probabilmente un altro mestiere.
Di fatto, la candidatura Rodham Clinton non ha mai funzionato troppo, anche la prima volta che la signora ci provò. Vero è che nelle primarie aveva contro Obama che, anche se si ostinava a essere nero**, sapeva come raccogliere consensi. Siccome anche Obama mi piaceva molto la cosa non mi dispiacque troppo. 
Hillary aspettò, e nel frattempo lavorò in politica ad alto livello - e anche questo è piuttosto inusuale: di solito i candidati alla presidenza degli Stati Uniti sono ex governatori di successo di qualche stato, lei invece aveva già passato un sacco di tempo nella stanza dei bottoni. Proprio questo è l'aspetto che mi dispiace di più, a parte la simpatia personale per lei e l'antipatia per il vincitore: se avesse vinto lei, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti alla Casa Bianca sarebbe entrato qualcuno che sapeva già esattamente cosa aspettarsi e cosa voleva dire essere presidente. La circostanza non sembra essere ripetibile, almeno in tempi brevi, e difficilmente sarò lì a vedere il risultato di qualcuno che comincia a governare dal primo giorno sapendo già quel che c'è da sapere per sopravvivere agevolmente.
Nell'ultimo anno, almeno in Italia, Hillary si è fatta una reputazione agghiacciante che non sono riuscita a capire. Di solito si diceva che l'attuale vincitore era impresentabile e lei era comunque pessima, senza dare molti argomenti se non un vago "è una guerrafondaia". Che non so se sia vero, e ormai non lo saprò più: di riffa o di raffa qualche guerra l'hanno fatta tutti i presidenti USA (compreso il marito di Hillary) ma l'ultima gestione ha dovuto soprattutto intervenire sugli immani casini scatenati dal predecessore di Obama e so che in tanti (curdi compresi, che in materia si sono fatti una certa autorevolezza) si sono lamentati che gli interventi americani contro l'Isis non sono stati troppo massicci - ma non ci sarebbe alcun Isis, nella forma che conosciamo, se i due Bush non avessero assai generosamente contribuito alla causa.
Comunque sia, Hillary non tornerà alla Casa Bianca, e questo mi dispiace molto.

Commenti chi vuole e come vuole, prometto che non interverrò.

*ebbene, trattasi di due versi di una poesia cinese, pare riadattati da Mao Dse Dong. 
La citazione completa è:
Quel che se ne andrà, se ne andrà
Quel che resterà, resterà.
Quando fiori di montagna adornano i miei capelli,
Non chiedermi dove sarà la mia casa.
L'autrice è Yan Rui.
Chissà se Acquaforte la conosce?
Io l'ho presa dal primo libro di Qiu Xiaolong.


**il commento "Sarebbe un buon candidato se non si ostinasse a essere nero" è autentico, ma in realtà fu usato a proposito di Jesse Jackson, che  concorse con successo alle primarie delle elezioni dove fu eletto il primo Bush. Il candidato scelto poi perse rovinosamente, mentre Jackson si ritirò a metà primarie - per mancanza di fondi, suppongo, perché le elezioni andavano piuttosto bene.

lunedì 7 novembre 2016

Cronaca di un trasloco (scolastico)

Una classe della scuola media di St. Mary Mead parte alla ventura, 
portandosi dietro le consuete masserizie.

A causa di una brutta caduta il povero Paciock si è ritrovato con un paio di vertebre incrinate, un antipaticissimo busto da portare per svariate settimane e un bel po' di problemi di mobilità. Oggi è tornato a scuola, ma passerà del tempo prima che possa stare seduto per cinque ore di fila.
In tutti i casi, con l'aria che tira in queste settimane nell'Italia centrale (e St. Mary Mead si trova sull'orlo di una zona ad alto rischio sismico) la responsabile della Sicurezza ha stabilito che tenerlo nell'aula del secondo piano a un passo dalle scale di sicurezza non era davvero cosa: si imponeva dunque un trasloco di tutta la classe.

Detto fatto, è stato così stabilito che a partire da oggi la Seconda Amichevole avrebbe traslocato al posto di una Terza al piano terra, vicinissima all'uscita che dà sulla strada, allo scopo di permettere a Paciock di trarsi in salvo velocemente in caso di pericolo.
Così stamani alla prima ora sono entrata nella nostra nuova classe, accolta da non meno di quattro mani alzate. Dal primo banco Paciock mi ha fatto un sorriso un po' incerto.
Dopo avergli dato il bentornato (e avergli chiesto come stava, domanda cui ha risposto con un sorriso ancor più incerto) sono andata all'armadietto a controllare, e ho trovato un dizionario un po' lacero invece dello Zingarelli quasi nuovo che avevo provveduto a requisire prima dell'inizio delle lezioni per la Seconda.
"Antigone, saresti così gentile da portare in Terza questo dizionario e prendere invece il nostro Zingarelli?".
"Prof, lo Zingarelli è stato portato giù, insieme al dizionario dei sinonimi, è nell'altra parte dell'armadietto. Invece sono rimasti i moduli per l'evacuazione della Terza, e anche il piano della divisione della classe*".
Controllo e scopro che lo Zingarelli (e il dizionario dei sinonimi) effettivamente ci sono, e con questo ai miei occhi il trasloco poteva dirsi perfettamente riuscito. 
E tuttavia devo ammettere che l'osservazione di Antigone merita attenzione. Così la incarico di portare alla Terza i suoi moduli, insieme al dizionario malandato, e di portare giù i nostri moduli, da riempire in caso di emergenza.
Antigone parte, e io mi occupo delle altre mani alzate.
Prima Lancelot "Prof, nella classe dov'eravamo prima la prima finestra non va aperta, ma loro non lo possono sapere perché il cartello che ci avevano messo per avvisare è caduto".
Opperdincibaccolina, mi dico** "Giusto. Per favore, vai su e avvisa immediatamente la Terza".
Dopo tocca a Ginny "Prof, qui è rimasta la lista degli incarichi per l'evacuazione della Terza, e la nostra è ancora su".
Oddoppioperdincibaccolina, mi dico. Guai se arriva il terremoto e non ci ricordiamo chi è l'aiuto disabili, visto che adesso il disabile ce lo abbiamo, ed è anche parecchio disabile e impedito nei movimenti.
"Vorresti allora andare su a portargli la loro lista e prendere la nostra?".
Ritorna Antigone. Attacco i moduli per l'evacuazione al chiodo. Cerco lo scotch nel cassetto della cattedra, ma non c'è.
"Alagna, andresti gentilmente dalla custode a chiedere lo scotch per fissare il piano di divisione all'armadio?".
Quarta mano "Prof, qui al banco abbiamo trovato un dizionario di inglese, ed è del Tale...".
"Lo mettiamo nell'armadio in bella vista e se lo verrà a prendere lui, non è che di mestiere fate i corrieri" decido brutalmente.
Sistemo il dizionario di inglese in bella vista. Metto sulla cattedra lo Zingarelli. Attacco il piano di divisione con lo scotch. Rimando lo scotch ai custodi.
Decido come sistemare un banco isolato rimasto solo soletto, spostando e disponendo gli altri banchi in modo che nessuno rischi di restare bloccato in caso di fuga.
Il tempo passa, ma sembra tutto a posto. Forse.

Vado al computer. Come nella precedente aula, non ha schermo. In compenso i cavi sono disperatamente aggrovigliati e il mouse è praticamente incastrato.
I cavi dei computer della scuola di St. Mary Mead sono sempre disperatamente aggrovigliati, tranne nelle classi dove insegno, dove provvedo a sbrogliarli (ma ogni volta che passa il prof. Jorge devo rifare il lavoro, perché evidentemente gli pare che un vero computer debba avere un mouse incastrato e i cavi tutti attorcigliati più volte su loro stessi).
Sbroglio un po' di cavi, ottenendo così una tastiera e un mouse abbastanza maneggevoli.
Accendo il computer e poi la LIM.
Il desktop è scialbo e insignificante, e pieno di icone del tutto insulse. Apro una nuova cartellina e infilo dentro tutti i file della Terza. Poi apro il registro, firmo le ore e segno l'unica assente.
"Cosa mettiamo come sfondo per il desktop?".
"Una talpa!" chiedono in parecchi.
...una talpa?
"Sì, una talpa con gli occhiali!".
Tutti premono per una talpa con gli occhiali.
E vabbé, il cliente ha sempre ragione. Digito "talpa con gli occhiali" su Google e, con mia infinita sorpresa, appaiono numerose immagini di una talpa con gli occhiali. Tutti guaiolano di entusiasmo.
La prima è piccola, la seconda è sfuocata ma la terza va benissimo, e così una grossa talpa con gli occhiali che tutti tranne me trovano deliziosa orna di sua insolita presenza il nostro desktop.


"Prof, ci cambia di nome al cestino?".
E' una fissa di tutta la scuola. Ogni classe ha un nome diverso al cestino del computer o della LIM. Stavolta, il nome scelto dopo regolare votazione per alzata di mano, è Asdrubale. E io non capisco, ma mi adeguo. La classe è loro, giusto? E' importante che gli alunni si sentano a loro agio nell'ambiente ion cui lavorano, giusto?
Allo scadere della mezz'ora tutti i corrieri sono rientrati, tutti i fogli della sicurezza sono stati sistemati e la LIM è pronta per una nuova fase della sua vita.
Scrivo sul registro elettronico, alla voce "argomento della lezione" Sistemazione della nuova classe, apro una cartina della Danimarca e finalmente la lezione propriamente detta può cominciare.

La Danimarca l'hanno studiata poco e male, ma va detto che hanno dimostrato molta attenzione per la parte burocratica e la salute del nostro infermo, osservando subito particolari, nemmeno troppo secondari, cui non avrei minimamente pensato - e ai quali, invece, sarebbe spettato a me pensare.
(O magari, almeno in parte, anche ai custodi?).

*ovvero le indicazioni per dividere la classe quando resta senza insegnanti
**Sì, si tratta proprio delle nuove e costosissime finestre installate due anni fa. Qualcuna è rotta, qualcuna è bloccata, qualcuna rischia di rimanerci in mano se la apriamo...

lunedì 31 ottobre 2016

Un sereno Halloween a tutti



E lo so che suona un controsenso, 
ma quest’anno le porte del regno dei morti 
si sono aperte con troppa forza 
e siano ancora tutti un po’ scossi.
Dolcetti e scherzetti per tutti, 
con la speranza 
che la richiusa sia più dolce.

sabato 29 ottobre 2016

E' il genitore un agrume succoso / ed ognuno ne brama uno spicchio

Una fresca e dissetante riunione di genitori, pronti per essere spremuti

Quest'anno #ioleggoperché, la campagna promossa dall'Associazione Italiana Editori per diffondere la lettura, è indirizzata (anche) alle biblioteche scolastiche.
Siccome l'iniziativa godeva dell'appoggio delle Alte Sfere della scuola la nostra disastrata segreteria, in un poderoso sforzo di efficienza,  è riuscita a mettermene al corrente  con un rispettabile anticipo invece di avvisarmi due giorni dopo la scadenza definitiva come è solita fare; e il fatto che una volta tanto fossi già informatissima sulla faccenda per vie private è un dettaglio del tutto secondario. 
In effetti mi ha fatto piacere vedere che, lentamente ma in modo continuativo, nelle viscere della scuola si va diffondendo la consapevolezza che nella scuola media di St. Mary Mead esiste una biblioteca che vive e lotta insieme a noi.

In verità la biblioteca esiste, ma l'anno per lei è iniziato proprio male: solo poche, fortunate classi sono riuscite a farci almeno una visita per prendere libri, perché la poverina era perennemente invasa da tecnici che cercavano di far funzionare una rete che a tutt'oggi si rifiuta ostinatamente di fare il suo dovere per tempi più lunghi di due giorni. 
E assolutamente nessuno tranne me ha potuto vedere le due scatole di nuovi libri che la scuola ha alfine acquistato dopo lunghe insistenze, più qualche regalo sparso arrivato alla spicciolata più la nuova serie del Giralibro, perché ancora non sono riuscita a catalogarli.
E tutto ciò è assai irritante, ma non cancella il fatto che la biblioteca stia effettivamente prendendo forma e garbo: addirittura, quest'anno, una volta conclusa definitivamente  l'invasione dei tecnici, dovrebbe partire un pingue orario di apertura di ben due ore a settimana, in virtù del mio indefesso stakanovismo e soprattutto di un ora del mitico potenziamento della Buona Scuola, che si è infine degnata di fornirci almeno un ritaglio di ore di Lettere (oltre alla cattedra aggiuntiva di Arte che è stata subito fagocitata da un Grandioso Progetto assai artistico).

Ma torniamo a #ioleggoperché.
L'iniziativa si presenta con l'assai eroico titolo di Pronti a tutto per donare un libro ed ha anche il suo bravo banner:
che ha se non altro il pregio di descrivere con una certa chiarezza il procedimento.

Prima di tutto la scuola si iscrive all'iniziativa. 
Poi, sempre la scuola, sceglie tre librerie con cui gemellarsi, dall'elenco di quelle che hanno accettato di partecipare. 
E qui cominciano i problemi, per le piccole scuole di paese. 
Mi rendo conto che in città tutto è più semplice, specie se la città è Firenze, dove notoriamente le librerie non mancano (anche se, ahimé, sono meno di un tempo e quelle più belle e storiche sono quasi tutte scomparse). Ma, per l'appunto, St. Mary Mead è un paesello, e librerie non ne ha. Ci sono sì un paio di cartolibrerie, una delle quali tiene sempre in vetrina una mezza dozzina di titoli che rivelano un certo gusto nella scelta - ma, naturalmente, a gemellarsi non ci avevano nemmeno pensato, anche perché probabilmente del tutto ignare dell'evento in corso.
A Lungacque, il paese dove abito e che dista pochi chilometri da St. Mary Mead, di librerie ce ne sono invece ben tre, piuttosto fornite, e all'apparenza sembrano godere di una discreta salute. Una sola di loro però era gemellabile. Nei due grandi paesi più vicini le librerie non erano gemellabili, e insomma, per le altre due toccava rivolgersi a Firenze.
Così ne ho scelte un paio vicino alla stazione ferroviaria, con molti dubbi; i quali dubbi, sia chiaro, non erano rivolti alla qualità delle librerie, entrambe assai note e degne di ogni stima,  bensì rivolti alla possibilità che qualche genitore fosse disposto a farsi il viaggio necessario al solo scopo di andare a comprare  libri da regalare alla nostra biblioteca scolastica.
Perché, in sintesi, l'iniziativa consisteva appunto in questo: si potevano comprare libri da regalare alla biblioteca scolastica, in un arco di tempo di circa dieci giorni, con il vantaggio che gli editori, per ogni libro acquistato dai munifici genitori, ne avrebbero donato un altro alla biblioteca.
Ho cercato invano indicazioni su come sarebbero stati questi ipotetici libri in omaggio: scelti dalla scuola? Dai librai? Dall'Associazione Italiana Editori? Proporzionati al prezzo dei libri acquistati? Non è specificato in nessun modo.

#ioleggoperché ha messo a disposizione in rete un certo numero di banner, e una locandina in A3 - e già lì si andava oltre alle modeste possibilità della nostra scuola, che non ha una stampante per fogli A3. In A4 comunque sia i banner che il volantino rifiutavano ostinatamente di farsi stampare. 
Forse perché consapevoli di non essere un granché?





Magari un giorno qualcuno mi spiegherà perché nelle campagne pubblicitarie pro-lettura il lettore debba sempre apparire come un perfetto deficiente, ma se lo farà gli serviranno un bel po' di argomenti per convincermi che questo sia materiale pubblicitario valido.
Bello o brutto che sia (e a me pare decisamente brutto) non si capisce comunque perché fosse così complicato da stampare. Non sono una grafica né un fulmine di guerra informatico, ma non sono nemmeno più imbranata della media: quel che non riesce a me lascia a piedi anche molti altri, senza contare che al momento nelle scuole quasi tutti si arrangiano con il personale che hanno, il che obbliga a limitare molto le pretese sui requisiti necessari (e anche sulle attrezzature necessarie).

La propaganda vera e propria comunque dovevano farla le scuole, col passaparola e simili. E solo le scuole potevano farla, perché l'iniziativa non ha fatto molto parlare di sé in giro. 
Giusto perché ormai ero in ballo e per onor di bandiera ho stampato uno dei banner orizzontali, a prezzo di eroici sforzi e di molte imprecazioni, e l'ho usato come intestazione per un volantino che ho fatto fotocopiare e distribuire nelle classi, giusto perché a quel punto tanto valeva provarci e se l'esperimento avrà un futuro (cosa di cui personalmente dubito) in questo modo ho aperto il solco di una tradizione.
E poi è tutta esperienza, immagino.

Tuttavia secondo me l'iniziativa ha un problema di base: poggia sul consueto assunto dei genitori visti come agrumi da spremere.
Vediamola dal punto di vista dell'agrume, voglio dire del genitore.
E supponiamo, per amor di dialettica, che l'agrume in questione sia un genitore, o anche un alunno, molto amante della lettura: grazie a questa grandiosa iniziativa egli, o ella, gode del  mirabile privilegio di comprare dei libri per regalarli a una biblioteca scolastica - una cosa, peraltro, che può fare esattamente allo stesso prezzo ogni mese dell'anno e ogni qual volta gliene punga vaghezza.
In cambio cosa ne ricava?
Il piacere di fare un regalo alla biblioteca in questione, e nient'altro - niente sconti, o facilitazioni su futuri acquisti, o punti su eventuali tessere fedeltà legate all'iniziativa, o omaggi di un qualsiasi tipo. Niente di niente di niente.
Quindi la scuola di turno, dopo avere sfinito il genitore con gli acquisti dei libri di scuola, di attrezzature varie e pure del famoso contributo volontario (che da qualche tempo, mi dicono, i genitori stanno prendendo l'abitudine di scegliere volontariamente di non pagare) ad anno scolastico appena iniziato, richiedere altri soldi per i libri della biblioteca.
Lasciamo perdere il fatto che in Italia la maggior parte delle famiglie legge poco; ma anche quelle famiglie dove si legge molto e che in libreria ci vanno spesso e volentieri, se devono spendere soldi per dei libri, non preferiranno forse spenderli per comprare qualcosa per la libreria dei loro figli invece che per la biblioteca scolastica che, infine, è la biblioteca di una scuola pubblica e dunque dovrebbe essere sovvenzionata dallo Stato, come tutto ciò che riguarda la scuola pubblica?
Oso dire che è possibile. Sì, ritengo possibile ciò. 
Aggiungo che io stessa, se fossi un genitore, probabilmente mi comporterei così.
Per questo di solito le Mostre del Libro a scuola funzionano bene: i ragazzi si scelgono per proprio diporto dei libri che li ispirano (e che i genitori pagano) e una parte dell'incasso si trasforma in omaggi per la biblioteca della scuola. E' un meccanismo virtuoso, dove tutti ricavano qualcosa e nessuno ci rimette. Le famiglie, ad esempio, ci mettono dei soldi ma ne ricavano un po' di libri e un figlio almeno temporaneamente di buon umore - una cosa, quest'ultima, che corre voce i genitori apprezzino moltissimo e per la quale spendono sempre volentieri avendone la possibilità.
Non so se un acquisto per la biblioteca di scuola innescherebbe lo stesso circolo psicologico virtuoso, anche perché la biblioteca della scuola è costruita con criteri diversi dalla libreria di casa - e in effetti serve anche scopi che vanno oltre al "prendiamo un buon libro per rilassarci o smaltire questa giornata che è andata proprio storta". La famiglia compra un libri a tastoni, su indicazione della scuola o dei librai, non ha nessuna certezza che il figlio ne beneficerà in qualche modo e l'unica, modesta soddisfazione che ne ricava è di aver tappato una falla dello stato.
Mah.

Naturalmente una scuola con grossi numeri, uno zoccolo duro di studenti abituati ad andare per librerie e una biblioteca ben organizzata e perfettamente funzionante potrebbe ricavarne qualcosa, o anche più di qualcosa, con un accorta opera di propaganda; in effetti dalla classifica dei risultati risulta che una manciata di queste scuole c'è, e ha tratto buon frutto da questa campagna acquisti. 
Tuttavia la gran parte delle biblioteche scolastiche non se la passa molto meglio di quella di St. Mary Mead ed è parimenti gestita in modo assai acrobatico da insegnanti che se ne occupano nei ritagli di tempo e con gran sfoggio di volontariato, spesso senza tempo o competenza da dedicare ad operazioni di marketing e con bacini di utenza decisamente ridotti.
E infatti a un giorno dalla scadenza la classifica nazionale comprende 108 biblioteche scolastiche, di cui le ultime 8 hanno nel carniere un libro, e le ultime 21 hanno ottenuto dai cinque libri in giù. Non mi sembrano esattamente grandi numeri. E sospetto che di questa iniziativa abbiano beneficato le biblioteche che già funzionano, più che quelle che si arrangiano alla meno peggio.

Come usa dire in questi casi, l'idea di fondo ha delle potenzialità ma presenta notevoli margini di miglioramento.