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venerdì 17 novembre 2017

17 Novembre 2017 - Festa del Gatto Nero


Quest'anno la tradizionale Festa del Gatto Nero ricorre addirittura di Venerdì, attirandosi quindi gli influssi più negativi (e perciò positivi, secondo la legge degli opposti) che mai festa o ricorrenza possa attirare.
Che il gatto nero in realtà non porti affatto sfortuna è teoria abbastanza vecchia, anzi scontata per chiunque abbia il piacere di condividere la sua vita con una di queste magiche creature; ma non c'è un motivo scientificamente attestato per credere che porti più o meno fortuna di un qualsiasi soriano: dopotutto la principale caratteristica che ha un gatto nero è di essere un gatto, ma è una caratteristica abbastanza comune tra i gatti di ogni tipo, stazza e colore.
Tuttavia gli inglesi hanno addirittura stabilito che un gatto nero porta fortuna - volendo, una superstizione pure questa, ma che come tutte le superstizioni positive, non fa danno a nessuno e fa piacere credere, oltre a produrre simpatiche cartoline di auguri
E dunque auguri a tutti i gatti, neri e diversamente neri e anche diversamente gatti e auguri anche a chi passa per di qua, ché la fortuna fa sempre comodo.
Ma soprattutto una raccomandazione:
se un gatto nero vi attraversa la strada,
COCCOLATELO!

sabato 11 novembre 2017

Hortodoxa - Insegnare non è vaccinare

Nel tempo in cui infuriano le polemiche sulle vaccinazioni, il nostro amato Ministero dell'Istruzione ha deciso di indagare sul tasso di vaccinità di noi docenti.
A tal scopo ci è stato consegnato un foglio in cui, dopo aver spiegato chi siamo e donde veniamo (nel senso di dove siamo nati), dichiariamo sotto la nostra responsabilità che siamo o non siamo vaccinati per una lunga sfilata di roba, con possibilità di "non ricordare". Di tale modulo si era parlato nell'ultimo Collegio Docenti. Qualcuno che aveva già visto il modulo in questione aveva osservato che  tanti di noi, per ragioni anagrafiche, non erano stati vaccinati contro alcune malattie (morbillo e rosolia, tanto per fare due esempi) ma cheavevano avuto cotali malattie e quindi suggeriva di aggiungere a mano a lato "immune" - perché il caso non era previsto dal modulo.
La Preside aveva detto che si poteva fare, perché in fondo una nota a lato non faceva male a nessuno.
Trovatami alfine il modulo davanti rimasi assai assorta a ponderare per qualche minuto. Ai miei tempi vaccinare era di moda, e non vaccinare era segno di oscurantismo e grave tendenza alla superstizione - e infatti i miei, pur appartenendo allo zoccolo dell'istruzione medio-alta (diploma delle scuole superiori, all'epoca non era comunissimo) mi avevano vaccinato senza batter ciglio per qualsiasi cosa ci fosse da vaccinare senza timore di complotti della Big Pharma o simili. Anzi, più volte mi è stato raccontato che per la poliomelite fui vaccinata due volte perché il vaccino che usava quando ero piccola non era ritenuto molto efficace* e il mio pediatra si fece venire quello nuovo direttamente dalla Svizzera. Di nuovo i miei non batterono ciglio perché il pediatra era un amico di famiglia verso cui nutrivano totale fiducia, e anche perché genericamente erano abbastanza fiduciosi verso la medicina in generale (cosa da cui non gli è poi venuto un gran male), e così feci anche la vaccinazione supplementare. Sta di fatto che la poliomelite non la presi.
Passai senza particolari problemi, a parte qualche bella febbrata, morbillo, scarlattina e rosolia e vidi mia madre prendersi gli orecchioni a quarant'anni stando malissimo. La brava donna cercò di contagiarmi in tutti i modi: bevevamo il té dallo stesso bicchiere e passammo molte ore sul suo letto a giocare a carte e a Monopoli, ma gli orecchioni non li presi. In compenso presi la pertosse, e da adulta mi sono sempre meravigliata di quei genitori che, potendo vaccinare i loro figli per cotal malattia nutrissero anche l'ombra di una esitazione: non sono morta di pertosse né ci sono andata vicino, ma accidenti se me la ricordo - e non è tra i miei ricordi più cari. Poter risparmiare a qualcuno una scocciatura del genere e non farlo per me è indizio di grave sadismo, punto e basta. Sembra invece che non abbia mai avuto la varicella - anche se la cosa è piuttosto incerta perché si può prendere in forma molto lieve. Prenderla da adulti invece è un vero strazio, ho scoperto.

Intorno a me alcuni colleghi borbottavano che davvero non ricordavano e non sapevano, e qualcuno parlò anche di cercare i libretti di vaccinazione. Quanto a me, non avevo di questi problemi: conosco l'archivio di casa e so che i miei libretti sono scomparsi nel nulla qualche decennio fa.
Ma il fatto di avere avuto il morbillo, davvero mi rende immune
Non lo so. Francamente, le mie competenze di medicina stanno larghe in un cucchiaino. Disinfetto regolarmente tagli e piccole ferite, so che esistono i globuli rossi e bianchi e in questo periodo mi sono fatta una pjccola infarinatura su le budella, queste sconosciute. Tendo a scansare gli analgesici, anche se ne ho presi in dosi industriali all'inizio dell'anno. Prendo regolarmente miele, echinacea e propoli nel tentativo di prevenire i miei non rari raffreddori, ma al primo accenno di mal di gola passo la questione in mani più competenti.
Di immunologia e di immunità proprio non so nulla.

Soprattutto: il Ministero, quando ha diffuso il modulo, dove andava a parare? Voleva qualche statistica? Cercava dati sulla sicurezza degli alunni che ci vengono affidati? Aveva un po' di carta da smaltire?
Non lo so e nessuno me l'ha spiegato. Però il Ministero è il mio datore di lavoro e la legge mi impone di non dargli informazioni false. Mai l'ho fatto e mai lo farò.
Così non mi sono proclamata immune a un bel niente e non ho millantato vaccinazioni non ricevute. Mi sono rifiutata di interpretare o completare il questionario e mi sono limitata a rispondere.
Mi schederanno?
Non per questo passerò ansiose notti in bianco.
Mi chiederanno di vaccinarmi per la pertosse?
Sosterrò la prova con la saldezza d'animo e il coraggio che da sempre mi contraddistinguono**.
Ma il falso in atto pubblico non lo dichiarerò mai, se appena posso evitarlo, serva o non serva a qualcosa. E non inquinerò i dati.

Con questo post partecipo al concorso "Dipendente d'oro 2017" fiduciosa di conquistarmi almeno un buon piazzamento.

*la leggenda narra che all'epoca il Ministero della Sanità avesse ancora ampie scorte del vecchio vaccino che decise di smaltire, e che parecchi bambini ci andarono di mezzo perché la poliomelite la presero. Ne ho conosciuti più di uno.
**ebbene sì, non ho mai pianto alle vaccinazioni, e nemmeno quando mi facevano le iniezioni. Sopportavo in silenzio e me ne facevo una ragione. Vabbé, esistono prove di coraggio più grande, lo ammetto.

venerdì 10 novembre 2017

La casa dei salici al vento - Lucy Maud Montgomery

Quarto capitolo della serie di Anna dai capelli rossi, per l'occasione tradotto con un titolo abbastanza simile all'originale Anne of Windy Willows. La copertina è tutto sommato accettabile, ma né davanti né dietro c'è nulla che possa somigliare minimamente a un salice, e le uniche casette raffigurate (sul retro) sono graziose villette sperse nei campi. Windy Willows è invece una casa di città, o meglio di cittadina.
Il romanzo racconta i tre anni passati da Anne nella cittadina di Summerside dove lavora con l'incarico di... preside del liceo. Niente di così solenne e autorevole come potrebbe sembrare dal nome a orecchie italiane - perché all'inizio del secolo da noi il preside di un liceo era sicuramente qualcuno, specie se il liceo era in una piccola città.
E' il quarto capitolo ma non è stato affatto scritto e pubblicato per quarto. Venne anzi pubblicato nel 1936, quasi vent'anni dopo il suo seguito (La baia della felicità, 1917), giusto per raccontare cosa era successo in quei tre anni che inizialmente l'autrice aveva sorvolato.
In questi tre anni Gilbert, ormai ufficialmente fidanzato con Anne, studia per specializzarsi e all'occorrenza integra lo studio con qualche lavoretto. Anne invece è ormai laureata e lavora. I due quindi sono separati, e in effetti nel romanzo Gilbert non c'è, e soprattutto non spiccica parola: abbiamo solo le lettere che Anne gli scrive (opportunamente troncate quando diventano appena un po' affettuose), nessunissima delle sue risposte e niente ci viene raccontato dei loro incontri, che pure nel corso del libro avvengono. Pur fidanzatissima quindi Anna è sola. Non molto viene detto nemmeno dei protagonisti dei libri precedenti - credo che Marilla dica un paio di frasi, e la vicina pur loqualce con cui convive serenamente una volta tanto parla pochissimo.
Il racconto si concentra quindi a Summerside, dove per prima cosa Anne si procura una di quelle Residenze Ideali che sono una sua specialità. Anche stavolta il caso la aiuta generosamente: la pensione dove abitualmente risiedono gli insegnanti fuorisede della cittadina le è preclusa perché nella cittadina il potentissimo clan dei Pringle (che con grande disappunto del lettore non è una famiglia che produce squisite patatine fritte variamente aromatizzate) le ha dichiarato guerra perché sperava che il posto di preside venisse assegnato a uno di loro.
Essere avversati dai Pringle, per quanto in modo sotterraneo, in una ckttadina come Summerside equivale praticamente alla morte civile, e Anne avrà inizialmente le sue brave difficoltà. Ma, tanto per cominciare, invece che nella solita insulsa pensioncina finisce a Windy Willows, la casa dei salici al vento: deliziosa casetta con torretta, e a lei toccherà appunto la camera nella torretta, con una finestra che si estende su tre pareti e ben munita di abbaini e perfino di un letto a baldacchino dove si deve salire con una scaletta, e squisitamente circondata da splendidi salici, dove c'è perfino un bel micione maltese: il nobile Dusty Miller. Naturalmente anche le sue padrone di casa - in teoria due, in realtà tre, legate da complessi legami di potere dove si cambia idea ogni due capitoli su chi comanda davvero per poi concludere che, oh beh, facciano un po' loro - sono persone deliziose e la trattano benissimo.
I Pringle combattono con varie armi, una più infida dell'altra, ma Anne ha la prudenza del serpente e la semplicità di una colomba, come si può vedere da come riesce a scansare la trappola tesa durante una recita; e ha anche un buon carattere, tanto da decidersi a regalare a due alte esponenti del clan un vecchio diario di bordo del padre di cui è entrata in possesso per caso e che contiene un infamante racconto del suddetto padre, cui Anne non aveva nemmeno fatto gran caso. Siccome i Pringles hanno sì l'astuzia del serpente velenoso, ma proprio niente della semplicità di una colomba, scambiano il tutto per un sottile ricatto e finiscono per arrendersi - e quando l'equivoco verrà infine chiarito sarà troppo tardi per rimangiarsi la resa. In sostanza, le ostilità cessano completamente e anzi Anna viene accettata a pieno titolo in una delle molte scene assai gustose che farciscono il romanzo.
Sola soletta e senza fidanzato, con soltanto una scuola da dirigere e una cattedra a tempo pieno, cosa può fare Anne? Ovviamente si occupa degli altri: sistema fidanzamenti, accompagna fidanzati all'altare, rende la gioia di vivere a una collega assai accigliata e nel complesso compie una incrdedibile serie di buone azioni, tanto che il lettore finisce per domandarsi "Ma è possibile che questa ragazza che a suo tempo non era riuscita nemmeno a invitare una amica per il té senza ubriacarla, adesso non sbagli un colpo che è uno?".
E proprio mentre se lo sta domandando, ecco che la vediamo cadere in una delle insidie più comuni, di quelle dove siamo cascati tutti (ma proprio tutti) almeno una volta nella vita, ovvero si ritrova a farsi mediatrice tra due persone che assicurano di provare verso di lei una amicizia sconfinata e assai prossima all'adorazione e che sembrano divisi solo da un modesto malinteso. E come sempre succede in questi casi, Anne interviene.... e riesce in un colpo solo a litigare con entrambi e a ottenere uno scopo completamente diverso da quello che si era prefissato. Siccome le cose nonostante tutto finiscono bene (o almeno così sembra - ma vai a sapere in futuro) e soprattutto i due si levano dai piedi una buona volta, e com'è noto gente simile è molto, molto e molto meglio perderla che trovarla, anche stavolta possiamo comunque dire che in qualche modo ci guadagna. Dove invece risulterà completamente sconfitta sarà in un campo che un tempo le era assai familiare, ovvero la gestione di due pestiferi gemelli dove, come chiunque ci abbia avuto a che fare, non le rimane che ammettere di essere stata battuta.
A parte questi due incidenti di percorso e un buon numero di sorprese incontrate mentre sistema gli affari degli altri - che non sempre sono come sembrano, e sempre invece si rivelano piuttosto stratificati -  i tre anni trascorrono serenamente, con grande piacere del lettore che alla fine vede con rimpianto Anne che lascia i Salici al Vento, per avviarsi verso la sua futura vita coniugale.
Con cui spero di intrattenermi se la bibliotecaria di St. Mary Mead si mostrerà molto, molto collaborativa.

Libro perfetto per tutte le stagioni, ma forse particolarmente indicato per l'inverno, perfetto per essere letto con le gambe sotto al kotatsu sbucciando mandarini, e anche stavolta la lettura è caldamente raccomandata.
Con questo post partecipo all'ultimo momento (ma spero che non diventi una abitudine) al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone letture a chiunque passi di qua.

lunedì 6 novembre 2017

Sulle complicanze delle relazioni e sulla tecnica del Nodo di Gordio (post tecnico)

Ci sono molti tipi di relazioni: quelle che legano gli elementi chimici, per esempio, o quelle affettive - e naturalmente anche gli insegnanti, come tutti, hanno una loro vita sentimentale.
Tuttavia in alcuni determinati periodi dell'anno per chi insegna la parola "relazione" non evoca al primo pensiero un partner più o meno discinto che altro non attende che elargirti i suoi favori, ma un deprimente susseguirsi di cartelle in A4 dove fare copia&incolla: è il tempo della Consegna delle Relazioni.
Dette relazioni sono di tue tipi: relazioni di inizio anno e relazioni di fine anno e vi si scrive solitamente una presentazione della classe, quel che si intende fare durante l'anno (o che si è fatto durante l'anno) e lunghi sproloqui sugli obbiettivi che si intendono raggiungere o si sono raggiunti e le metodologie con cui si spera di raggiungerli o si sono (o non si sono) raggiunti.
Si tratta in realtà di scartoffie che le segreterie insistono perché gli vengano consegnate entro una certa data ma che nessuno mai, a memoria d'uomo, risulta aver letto, tanto che più volte è stato ipotizzato di scriverci "scemo chi legge" o simili, nella più completa sicurezza che tale innocuo scherzo mai sarebbe stato scoperto. Una mia cara amica, che è anche collega, suggeriva invece di riassumere la relazione di inizio anno in un cappelletto con su scritto "Considerata la situazione della classe, le sue problematiche e le sue potenzialità" seguito per le relazioni di inizio d'anno dalla formula "si farà quel che si può"  e, per le relazioni finali "si è fatto quel che si è potuto". Tuttavia, per quanto posso attestare in ormai diciotto anni di onorato servizio, non ho notizia che nessuno abbia mai tentato alcuno di questi metodi e tutti abbiamo continuato a fare copia&incolla da modalità, metodologie e obbiettivi dagli anni precedenti, a volte con risultati involontariamente comici.
Alcune scuole pietose forniscono ai docenti moduli da compilare, mi dicono. Ahimé, non quelle dove ho avuto il piacere di lavorare.

All'inizio della mia insegnantesca carriera, molto tremebonda, chiesi lumi e assistenza all'insegnante che sostituivo, che mi fornì il formulario che usava lei. Lo copiai con riconoscenza, anche se era lungo e sterminato, e per anni lo appiccicai con gratitudine a tutte le mie relazioni, che erano sempre lunghette assai. Poi una gentile collega mi diede un modello che mi appariva più sensato (ma non meno lungo).
Per vari anni andai avanti alternando i due modelli in modo del tutto meccanico, sostituendone ogni volta un pezzetto, finché mi accorsi con orrore che avevo fuso i due modelli creando pure dei doppioni delle voci. Ci sarebbe voluta una bella revisione con relativa potatura, ma francamente mi sembrava un lavoro del tutto inutile.
L'unica parte che svolgevo con gran cura era la presentazione della classe, che mi veniva sempre piuttosto facile. Del resto, era anche l'unica parte con un po' di vita dentro e che aveva una sua utilità, caso mai l'anno seguente fosse arrivato qualcun altro al posto mio.
Nel frattempo passavano gli anni, si succedevano i ministeri e le riforme e cambiava il tipo di didattichese impiegato, ma io ero sempre inchiodata ai miei obbiettivi socio-affettivi e alle mie strategie di recupero e a metodologie che il passare del tempo e l'arrivo delle LIM rendevano sempre più desuete.
Cambiando computer, quest'anno, mi sono ritrovata un vasto patrimonio di relazioni e mi sono detta che una sfoltita si imponeva.
Poi mi sono detta che era ora di abbandonare i salvagente: ho buttato tutto a mare, compresa la formuletta introduttiva "la classe 3C è formata da 21 alunni, 10 dei quali maschi e 11 femmine, tutti provenienti da questo istituto" e che un anno mi accorsi di aver usato anche se dopo specificavo che erano arrivati due alunni nuovi, uno da Casa del Diavolo di sotto e l'altro direttamente da Catania.
Ormai conosco il didattichese e lo maneggio come fosse la mia lingua madre. So anche che, dopo le nuove indicazioni ministeriali che mi sono letta coscienziosamente, sono cambiati gli obbiettivi e pure le competenze richieste, e sugli obbiettivi socio-affettivi ormai pascolano i dinosauri (parlo del formulario, naturalmente: in realtà il nuovo indirizzo ce ne chiede anche più di prima e lo trovo pure giusto).
Insomma, ho cancellato tutto e ho scritto quattro brevi e sintetiche relazioni dove non ci sono quasi elenchi e mi limito ad accennare che curo molto l'esposizione, incoraggio il lavoro autonomo e le tipologie delle verifiche che uso sono molto varie. Niente metodo induttivo e deduttivo, niente verifiche sommative, niente strategie di recupero - insomma, niente più ciarpame.
A sorpresa, una mattinata di lavoro non troppo duro è bastata e avanzata, perché non ho dovuto riguardare nessun elenco per adattarlo allo scorrer del tempo e al mutare della didattica.
Non cambia molto, perché nessuno leggerà mai quel che ho scritto; ma descrivere le classi partendo da zero e segnando solo quel che secondo me era degno di rilievo mi è tutto sommato servito per un riepilogo mentale del mio lavoro, e stamani con grande soddisfazione interiore ho stampato e inserito le mie brevi relazioni nelle cartellette delle classi ancora quasi vuote. Nessuno le leggerà mai, ma scriverle non è stata per me una perdita di tempo, non mi sono particolarmente annoiata e, soprattutto, me le sono infine levate dai piedi, festeggiando la mia personale dichiarazione di indipendenza.
Didattichese sì, ma a modo mio. Almeno fin quando qualcuno non deciderà di sollevare la scuola media di St. Mary Mead dalla perenne anarchia in cui naviga da anni, dotandoci di formulari prestampati.

martedì 31 ottobre 2017

Il Vero Insegnante Non Teme il Ridicolo - Halloween è uno stato d'animo


Mentre prendevo il caffè, alle prime luci dell'alba, ho avuto una specie di ispirazione. Così ho frugato nel baule dove da tempo immemorabile riposa un immortale vestito lungo di splendida lana nera, di taglio quasi monacale, che in un tempo molto lontano è stato la cosa più simile che abbia mai avuto a un abito da sera ma che da ragazza ho usato ad ogni ora del giorno e della notte e più avanti è stato l'abito da battaglia per gli archivi freddi. Era ancora in perfetta forma, anche se un po' spiegazzato - ma in base al principio che qualsiasi vestito tu abbia indosso dopo un po' è comunque spiegazzato (che con quel vestito, in realtà, non è nemmeno vero perché la lana pettinata non si spiegazza quasi mai, se proprio non la tieni per anni compressa in una busta di plastica formato A4) l'ho indossato, e andava benissimo. Poi ho ripescato dopo parecche ricerche la fusciacca nera che lo legava in vita e l'ho fermata con una prosaica spilla da balia nera decorata a brillantini. C'è stato un tempo della mia vita in cui vestivo quasi soltanto di nero, ed è durato un bel po'; poi da un giorno all'altro ho smesso completamente di vestirmi di nero e sono passata ai colorini. L'abito però ha resistito mirabilmente alla lunga dormita, e ha un taglio eterno, di quelli che non sono mai davvero alla moda e quindi non sono mai nemmeno veramente fuori moda - adoro quel tipo di vestiti.
Poi ho frugato tra i miei infiniti orecchini e ne ho ripescati un paio un po' piccolini, ma con disegnato un gatto nero come quello del celebre manifesto. E ho tirato fuori il mio drago più bello come collana. Sulle spalle una frivola sciarpetta azzurro scuro a gatti, perché l'abito ha lo scollo a barca e in questi giorni a scuola fa assai freschetto. Calze nere, stivaletti neri.
Prima di uscire mi guardo allo specchio.
"Ma in fondo è solo un vestito nero" mi sono detta malinconica "Nessuno si accorgerà che vesto così perché è la vigilia di Halloween". Ma poi mi sono detta che l'importante era che io sapessi di essere vestita da strega. In fondo Halloween è anche uno stato d'animo, giusto?
E sono uscita, col giaccone imbottito nero di tutti i giorni.

In Sala Professori hanno educatamente apprezzato la bellezza del vestito che non avevano mai visto, ma nessuno l'ha collegato col calendario.
Suona la campana. Prima ora nella Terza Amichevole. Mentre aggiorno il registro dietro a me brusiscono - niente di strano, lo fanno sempre mentre aggiorno il registro. Che altro dovrebbero fare?
Poi la domanda:
"Prof, ma si è vestita di nero perché stanotte c'è Halloween oppure è un caso?".
Se ne sono accorti.
Mi giro con un sorriso a trentasei denti "No, non è un caso".
Loro se ne sono accorti.


FELICE NOTTE DEL GRANDE COCOMERO A TUTTI

lunedì 30 ottobre 2017

L'album delle figurine, ovvero la Nostra Segreteria

Le prime sono state le figurine Liebig, ancora oggi apprezzatissime dai collezionisti. 
Poi sono arrivati gli album dei calciatori, quelli degli animali, quelli dei personaggi Disney... a tutt'oggi ogni insegnante, genitore o zio prova un pizzico di emozione quando vede un gruppo di ragazzini cimentarsi nel sacro rito del "celo/manca" smazzando mucchi di doppioni: quanti ricordi, e che bello vedere che certe tradizioni non tramontano...
Anche noi alla scuola media di St. Mary Mead facciamo la raccolta di figure e figurine, ma non soltanto di carta: collezioniamo infatti, con scarso entusiasmo, anche figure di palta e di vari altri materiali, che puntualmente ci ritroviamo a fare con l'utenza (sì, i genitori) grazie alla nostra segreteria. E che album lunghi stiamo allestendo!
Ma andiamo per ordine: quando la nostra scuola media è diventata Istituto Comprensivo abbiamo ereditato la segreteria delle elementari di St. Mary Mead. Correva voce che fossero bravissimi, e tutti noi abbandonammo con un certo sollievo la vecchia segreteria, dove la Segretaria Principale era una gran rompiscatole che ci chiamava ogni due per tre per improbabili questioni di lana caprina. Io stessa mi sono ritrovata almeno due volte messaggi drammaticissimi nella segreteria telefonica... alle una di Sabato, quando comunque prima di Lunedì non avrei potuto fare niente. Imparai a fregarmene, come tutti. Adesso ricordiamo quella santa donna, talvolta un po' apprensiva, con gran rimpianto.

La prima caratteristica della nostra attuale segreteria è di essere una segreteria delle elementari che ancora non ha capito che esistono le scuole medie e che funzionano in modo un po' diverso; così ci ritroviamo regolarmente circolari che ci invitano a fare cose da elementari con l'organico delle elementari, e ogni volta sbuffiamo offesissimi.
Ma, siamo sinceri, quello è il meno, anche se irrita alquanto la nostra delicata suscettibilità.
La vera tragedia sono i Tagliandi.
Chiamansi "tagliandi", in gergo St.MaryMeadiano, quelle striscioline in fondo a lunghi avvisi che recapitiamo ai genitori. I genitori devono ritagliare il "tagliando" (che vuol dire appunto "ciò che va tagliato") e firmarlo per assicurarci che hanno preso atto del lungo annuncio che gli abbiamo mandato. I ragazzi poi restituiscono detti tagliandi al coordinatore, che con gran pazienza ne fa elaborate ghirlande da custodire in apposito raccoglitore. In pratica sono un modo per garantirci che i genitori abbiano ricevuto l'avviso di scioperi, ricevimenti o simili. Se poi abbiano davvero letto l'avviso fluviale è esclusivamente affar loro, a noi basta che firmino di averlo ricevuto.
Con i tagliandi sono precisissima: le mie ghirlande sono sempre in ordine alfabetico e complete, perché stresso l'alunno di turno finché non ha riportato ciò che deve.
Ma neanch'io li leggo: sono sempre piena di libri da leggere, pile di libri aspettano pazientemente di essere degnati di uno sguardo, ho addirittura due scaffali in camera dedicati ai libri che aspettano di essere letti - figurarsi se perdo tempo a leggere tagliandi.
Ma forse dovrei. 
Anche i genitori di solito non li leggono - magari leggono l'avviso, ma il tagliando si limitano a firmarlo. La maggior parte, almeno.
Tuttavia qualche precisino si trova sempre, per tacer dei ragazzi. E così, regolarmente, salta fuori che nel tagliando c'è qualcosa che lo rende del tutto invalido come garanzia per la scuola.
Memorabili sotto questo aspetto sono le molte volte in cui è saltato fuori che lo sciopero per cui non davamo garanzie dei servizi era avvenuto l'anno prima. Anche l'assemblea sindacale per cui i ragazzi entravano in ritardo spesso era già avvenuta l'anno precedente.
In pratica la segreteria si limita a incollare il tagliando della volta precedente e così i genitori firmano la presa visione dell'avviso di scioperi ormai morti e sepolti.
Qualche volta qualcuno se ne accorge in tempo e fa correggere a mano la data ai ragazzi - che rende il tagliando valido sino a un certo punto; più spesso nessuno nota nulla. Di sicuro, nessuno nota mai nulla se, per lo meno, i custodi non hanno già preparato e smazzato le fotocopie per tutta la scuola. Perché anche i custodi non li leggono. Onestamente: perché dovrebbero? Sono chiamati per l'appunto custodi o bidelli, non revisori di circolari, e nessun mansionario della categoria ha mai stabilito che debbano controllare che ciò che gli viene dato da fotocopiare abbia un senso o no.
Quest'anno siamo partiti a orario incompleto perché mancavano alcuni insegnanti. Passata la prima settimana è apparso chiaro che l'orario incompleto sarebbe proseguito anche nella seconda settimana, ed è stato mandato regolare tagliando alle famiglie.
Il Venerdì della seconda settimana, verso la quarta ora, a Qualcuno nelle Alte Sfere è venuto in mente che forse l'orario ridotto poteva continuare anche nella settimana successiva. Eccellente pensata, in una scuola dove non c'è più lezione il Sabato. Mo' come le avvisi, le famiglie? Senza contare che, entro la fine della quinta ora,  ai ragazzi andava pur detto qualcosa, quanbtomeno perché sapessero che libri infilare nello zaino.
Alla fine non se n'è fatto di niente, MA è stato dato un bellissimo avviso dove nel testo si diceva che iniziava l'orario definitivo (almeno spero), ma il tagliando precisava che l'avviso riguardava la proroga dell'orario ridotto - anche se, una volta tanto, la segreteria è giustificato se ha fatto una certa confusione, visto che nel giro di novanta minuti ha ricevuto tre diversi tipi di istruzioni.
Per nostra buona sorte nessuna famiglia ha letto il tagliando prima di firmare, o almeno se anche l'hanno letto non l'hanno preso sul serio, e tutti i ragazzi si sono presentati cammellandosi dietro il necessario per la loro prima giornata di sei ore.
La settimana scorsa abbiamo avuto le elezioni dei rappresentanti di classe. In tale circostanza usa da noi che il coordinatore intrattenga le famiglie con un po' di chiacchiere di vario argomento.
Dieci  minuti dieci prima di salire nelle classi siamo stati raggiunti da nove mazzetti di carta spillata, uno per classe.
"Dobbiamo dirgli che adesso il voto in condotta è un giudizio e quindi non fa più media per il voto di ammissione all'esame, e spiegargli i nuovi criteri in base alla legge della Buona Scuola" ci è stato spiegato in fretta dalla VicePreside.
"Il voto in condotta non ha mai fatto media per il voto d'ammissione all'esame delle medie" ho proclamato fieramente, non per la prima volta "E' una fissazione collettiva dei presidi che hanno deciso che era così perché alle superiori faceva media per l'ammissione alla maturità. La legge specifica chiaramente la cosa per le superiori, ma per le medie non dice niente".
Siccome l'ho già detto un'infinità di volte, anche al momento degli scrutini di ammissione e a vari presidi, nessuno ci ha fatto caso. Credo la considerino una mia innocua fissazione, che la nuova legge ha reso vieppiù innocua.
Quanto ai criteri, niente da dire: ispirata da un misterioso spirito-guida, o forse solo da un certo buonsenso e dalle indicazioni ministeriali, l'apposita commissione del POF che due anni fa aveva stabilito i criteri per l'assegnazione del voto di condotta aveva già divinato tutti i criteri indicati dalla normativa (e di ciò mi sono compiaciuta assai, perché in quella commissione c'ero anch'io).
La prof. Quadrella però, invece di perdersi in vane recriminazioni o ancor più vani compiacimenti, ha letto la copertina del fascicoletto che recava fieramente: "Nuovi criteri per l'assegnazione del voto di condotta" e sotto "Legge n. 5 2009".
"Ma la legge della Buona Scuola non è mica del 2009" ha osservato "Questa è la legge Gelmini che istituiva il voto di condotta in numeri".
Così nove pazienti coordinatori hanno pazientemente sbianchettato il riferimento normativo, rimpiazzandolo con quello nuovo.
"Ma gliel'ha chiesto qualcuno, di mettere la data della legge?" domandavamo intanto "O pensavano seriamente che i genitori si sarebbero offesi per la mancanza del riferimento normativo? E dovevano scriverli per forza così grandi, numero e data della legge? Ed è proprio obbligatorio fare una figura di merda a settimana, con i genitori? Non potrebbero evitarcene qualcuna ogni tanto, così, giusto per il piacere di farci provare il gusto di una nuova esperienza?"
Tutte domande destinate a restare senza risposta, ahimé.

venerdì 27 ottobre 2017

Il baule dei sogni - Lucy Maud Montgomery

Il terzo volume della serie di Anna dai Capelli Rossi gode stranamente di una copertina accettabile, anche se il titolo non c'entra nulla con l'originale Anne of the Island e in tutto il romanzo non c'è l'ombra di un baule tranne, forse, quello che Anne prepara nei primi capitoli.
Perché questa volta Anne parte davvero, e inizia una nuova vita lasciando la sua casa di Green Gables. Ci tornerà, naturalmente, ma in vacanza, quasi da ospite: da quel momento la sua vita sarà altrove - anche se poi l'avvenimento più importante del romanzo avverrà proprio lì.
Per quattro anni dunque Anne fa la studentessa fuorisede - che a Richmond, Canada, sembra meno esasperante di quel che è a Firenze. Resta il fatto che il primo anno se lo passa in una sistemazione non proprio imperdibile, che si affaccia su un cimitero - pittoresco quant'altri mai, ma insomma un cimitero.
Molto meglio andrà l'anno seguente, quando una deliziosissima casetta con immancabile giardino scoperta per caso durante una passeggiata le viene affittata da alcune simpatiche signore desiderose di lasciarla in mani adeguate per andarsene in giro per il mondo (e lo gireranno, con grande accortezza, esattamente per il tempo che servirà ad Anne per laurearsi). Lì, con tre compagne di corso (Stella e Priscilla, vecchie amiche di Avonlea, più la nuova arrivata Phil, una ragazza brillante, imprevedibile e pronta a sostenere con fermezza le sue convinzioni per poi rimangiarsele senza alcuna esitazione quando le sembra che non vadano più bene, con una classe davvero impagabile e un magnifico senso dell'umorismo), ben tre gatti e una chaperon (la zia di una delle compagne, dal folle nome di Jamesina, che non so se in lingua originale suona proprio così) avvieranno una piacevolissima convivenza. I gatti gatteggeranno da par loro, la zia dispenserà saggi ma non sempre convenzionali consigli e le quattro ragazze faranno una splendida vita che i fuorisede di Firenze possono solo sognarsi la notte.
In sottofondo all'inizio, e poi con sempre più forza ci sarà il tema dell'amore e ognuna delle ragazze avrà il suo personale angolo romance, non privo di sorprese. 
Gilbert, naturalmente. Dopo essere stato a candire con pazienza per due anni, Gilbert si dichiara. Anna non rimane sorpresa, ma ha da tempo stabilito a tavolino che l'Amore non è lui e lo rifiuta, in una scena che ricorda molto, molto da vicino una delle più celebri pagine della letteratura young adult (che all'epoca si chiamava più banalmente "narrativa per ragazze"), ovvero quella in cui Jo rifiuta di sposare Laurie.
Molto simili nella struttura, le due scene poggiano su basi completamente diverse. So che sul mancato matrimonio di Jo e Laurie si sono versati fiumi di inchiostro e di deprecazione, ma personalmente ho sempre trovato che Jo facesse, per quanto a malincuore, l'unica cosa sensata da fare - e se poi invece del bel giovane brillante e ricco preferisce sposarsi un professore un po' bigio e avanti negli anni, beh, il fatto è che a lei quel professore bigio piace. Le lettrici potranno non trovarlo entusiasmante, ma Jo ne sembra soddisfattissima e io credo fermamente che in questo genere di faccende il lettore debba lasciar decidere al personaggio quel che più gli aggrada, così come sono convintissima che la coppia Amy-Laurie funzioni nel migliore dei modi.
Anne dunque rifiuta Gilbert, non per incompatibilità di carattere o di interessi, ma in nome di un Amore Ideale che ancora non ha incontrato ma che sogna sin da bambina. Più avanti nel libro troverà qualcosa di abbastanza ideale, tale Royal Garner, bello e di buona famiglia, assai romantico all'apparenza ma che al lettore appare subito un tantino soporifero. L'idillio tra i due procede felicemente, la famiglia di lui non è proprio pazza di gioia ma alla fine si adatta e tutto sembrerebbe andare nel migliore dei modi - salvo il piccolo dettaglio che al momento della formale richiesta di matrimonio da parte di Royal, Anne si accorge che non lo vuole, o comunque non lo vuole abbastanza. E una volta compiuto il Gran Rifiuto finalmente si rende conto di amare Gilbert, cosa che qualsiasi lettore avrebbe potuto dirle svariate centinaia di pagine prima e che un discreto numero di personaggi ha in effetti detto e ridetto, talvolta anche con una certa insistenza.
Il romanzo si chiude dunque sull'idillio finalmente cominciato nella generale soddisfazione. Altri personaggi (non Royal, naturalmente) si godono le loro personali situazioni, le proprietarie della casetta idilliaca ritornano dal loro giro del mondo, i tre gatti restano con Jamesina. In sottofondo, verso metà del romanzo, una scena narrata quasi in sottotono racconta il comune dolore dell'umanità: è un personaggio minore, che abbiamo intravisto a spizzichi, ma che si ritrova ad affrontare un destino particolarmente crudele - perché la morte fa parte della vita, e ci sono domande a cui nemmeno la fede può davvero rispondere e allora l'unica scelta possibile è farsi capaci e accettare le cose per quel che sono, per quanto possano sembrare ingiuste.
In una curiosa alternanza di dolce e forte, questo romanzo chiude la storia della formazione di Anne. Il tempo degli studi è definitivamente finito... e adesso tocca al resto.
Caldamente consigliato, come i primi due, adatto a tutte le stagioni e a tutte le circostanze.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro un felice Halloween a chiunque passi di qua.

giovedì 26 ottobre 2017

Il giorno della marmotta - 2

Una brava mamma marmotta con i suoi cuccioli.

Quando l'attuale Terza Amichevole era ancora una Prima Amichevole abbiamo avuto lunghe e complesse traversie e traversine col computer, fin quando improvvisamente le mie silenziose preghiere vennero esaudite e in classe approdò uno dei Mac regalatici in elemosina.
All'inizio della Seconda il Mac sparì, sostituito da un decoroso computer atto a supportare una altrettanto decorosa LIM. Non me ne lamentai, visto che la LIM in questione aveva perfino un sonoro funzionante. Tuttavia quando accesi trionfante il computer per compilare il Registro Elettronico... scoprii che lo schermo del computer in questione non era collegato con la LIM. O meglio: potevi collegare il computer con la LIM oppure, a scelta, con lo schermo, e tutto questo perché non disponevamo di un cavo maschio-femmina bensì di un cavo maschio-maschio.
Così, alla prima ora libera, scesi in Sala Insegnanti, placcai la VicePreside e le piantai una lunga, lunghissima lagna sul fatto che io avevo tre dislessici in classe, per uno di loro portare il computer a scuola era un problema perché in famiglia non ci avevano i soldi per un portatile e allora quando li facevo scrivere doveva scrivere a mano ma per lui era molto difficile e bla e bla e bla, e insomma la scuola poteva farci avere un cavo maschio-femmina? 
Poi andai da Jorge e gli feci una lagna talmente lagnosa che al confronto quella con la VicePreside era uno zuccherino. 
Infine scesi in Segreteria e piantai analoga lagna alla responsabile acquisti ricamando a punto croce, sopraggitto e punto pieno sul fatto che avevo tre dislessici in classe.
Pur di chetarmi tutti assicurarono che avrebbero provveduto.
Passarono le settimane e, in seguito a circostanze imprevedibili, la Seconda Amichevole traslocò in una aula dove non c'era la LIM ma in compenso computer e schermo erano collegati nel più efficace dei modi. Così mi dimenticai la questione e mi dimenticai di attaccarmi come il tradizionale gattino alla sottana di preside, vicepreside e segretaria.
Circostanze ancor più imprevedibili mi tennero per tre mesi a casa, e confesso che del computer di classe, del suo cavo e dei suoi complessi problemi di identità sessuale mi dimenticai più che completamente.
Tornata a scuola che fui, la questione riaffiorò al primo e unico tema in classe che feci in quei periglioso chiuder dell'anno scolastico. E così al primo consiglio di classe deprecai senza mezzi termini il fatto che mentre io stavo nel mio letto di dolore (sì, dissi proprio così) nessuno si fosse preoccupato dei miei tre poveri dislessici, uno dei quali povero davvero e che non aveva i soldi per un computer e bla e bla e ancora bla. La Vicepreside fece atto di contrizione ma a sua volta ammise che il pensiero del mio cavo transgender, durante l'anno, non era stata l'unica questione scolastica che aveva occupato la mia mente e che, una volta richiesto il pezzo, aveva senz'altro accantonato la questione in cuor suo. Promise però che avrebbe sollecitato di nuovo l'acquisto del pezzo.
Non so se l'abbia fatto, ma in quel periodo il mio povero cervellino faticava assai a contenere più di un pensiero per volta, e a mia volta dimenticai la questione.
Passarono gli esami della Terza Effervescente, passò l'estate e, ancora un po' rintronata ma nuovamente presente a me stessa, tornai a scuola dove nella Terza Amichevole mi aspettava il solito schermo staccato ma un nuovo cavo... sbagliato.
Smoccolando smontai l'inutile cavo, misi lo schermo nell'armadio perché a quel punto era solo un impiccio in più e piantai la solita lagna che volevo un cavo transgender perché avevo tre dislessici in classe eccetera eccetera. Tutti mi assicurarono che avrebbero prontamente ordinato il cavo.
Passarono i giorni e una bella mattina misi la classe a scrivere. E qualcuno suggerì: "Perché non dà lo schermo ad ADSL? Basta staccare la LIM e attaccare invece lo schermo, così lui può scriverci in pace il suo tema".
"Giusto, è una ottima idea" convenni, e aprii prontamente l'armadio. Dove lo schermo non c'era. 
Cercammo sopra, cercammo sotto, cercammo a destra e pure a sinistra ma non c'era più nessuno schermo. ADSL disse che pazienza, non importava, e fece il suo testo a mano.
Io però ero decisamente irritata, e appena la lezione finì scesi in Sala Insegnanti e avevo due canini lunghi lunghi e la brace negli occhi.
Chiesi alla VicePreside che fine aveva fatto lo schermo che aveva ingombrato di sua inutile presenza l'armadio di classe per tanti mesi ed era sparito proprio quando una volta tanto poteva fare qualcosa di utile nella sua informatica esistenza. Ma la VicePreside giurò di non saperne nulla.
Allora chiesi a Jorge, ma anche lui giurò di non saperne nulla. Suggerì però che forse potesse averlo preso temporaneamente Tecnologia per il laboratorio di Informatica. 
Allora chiesi a Tecnologia, ma lei giurò di non saperne niente.
Ero sconcertata. E' vero che, già dal terzo giorno di scuola, si è parlato di furti nelle classi, ma uno schermo, anche di quelli più moderni e piatti, non è cosa che si possa far scivolare in un taschino per poi andarsene via fischiettando come se nulla fosse: è sottile, sì, ma solo paragonato agli schermi di qualche anno fa. Ed è anche bello peso.
Infine, come ultimissima possibilità ma senza coltivare alcuna speranza, chiesi alle due custodi. E la Seconda Custode, con grande serenità, ammise che l'aveva preso lei "perché tanto lì in classe dava solo fastidio".
Il mio cervello rutilava di risposte ad alto contenuto acido - tanto per cominciare, perché aveva improvvisamente deciso che "dava solo fastidio" dopo più di un anno? E soprattutto, perché diavolo non aveva almeno accennato alla cosa con me o con qualcun altro degli insegnanti?
Tuttavia le nostre custodi sono preziose come orchidee di serra - sì, anche la Seconda che negli ultimi anni ha perso qualche colpo - e inimicarmele era l'ultima cosa che desideravo (inimicarmi i custodi è sempre stata una cosa che ho evitato con cura, da quando insegno, perché Essi hanno i poteri più vari e possono farti i miracoli, se solo lo desiderano). Tuttavia, per quanto cercassi di controllarmi, un flebile "Ma almeno avvisare..." lo dissi. La Seconda Custode si dichiarò assai contrita e promise di riportarlo in classe quanto prima (cosa che ha poi fatto).
Adesso ho di nuovo uno schermo che si può collegare al computer solo staccando la LIM, e continuo ad aspettare un cavo bisex che non arriva, e continuo a sentirmi in pieno Giorno della Marmotta.
Anche perché il cavo non arriva.
Eccheppalle.

lunedì 23 ottobre 2017

Calava sempre il sole con lentezza e precisione (parte seconda)

Qualche tempo fa, nel suo blog, Pellegrina (cui auguro una pronta guarigione) raccontava di come avesse un giorno proposto in lettura una bella poesia di Majakovskij dove il poeta raccontava una straordinaria avventura occorsagli in campagna, ovvero di come avesse invitato il sole a prendere il tè da lui... e il sole fosse venuto, con tutte le conseguenze del caso compreso un curioso sodalizio tra lui e l'astro che avevano abolito la notte impegnandosi a splendere sempre con gran fervore.
E' noto che di poesia non capisco nulla, nonostante ne abbia frequentata parecchia, e figurarsi di poesia russa che non ho praticamente mai nemmeno sfiorato. Questa però mi era proprio piaciuta e mi aveva fatto risuonare una corda particolare: quella dell'insegnante perennemente a caccia di testi adatti alle sue classi.
Certo, la poesia va fatta in lingua originale sennò si perde la magia del suono, tuttavia... dopotutto, anche nelle antologie si trova spesso poesia tradotta... e insomma questa mi sembrava davvero adatta a degli adolescenti: risplendere sempre, risplendere ovunque, risplendere e nient'altro! 
E comunque i testi da leggere in classe li scelgo io, e chi vuole qualcosa di diverso se lo cerchi pure da solo.
Insomma me la sono stampata e fotocopiata e ho passato un buon paio d'ore a decidere come leggerla, provando e riprovando e incespicando più volte un po' in tutti i versi. Altro che risplendere sempre.
E una bella mattina ho fatto sfoggio delle mie (modeste) capacità di lettura e l'ho scodellata ai miei pazienti alunni.
E dopo tanti sforzi contavo almeno su qualche parere positivo.
Invece i primi commenti sono stati decisamente seccati "Che brutta!" "Ma non si capisce niente" "Non ci sono nemmeno le rime!"
Oh?
Il lamento sulla mancanza di rime mi ha fatto suonare un bel campanello. Eddài, hanno letto Omero e Virgilio, lo sanno benissimo che in poesia non ci sono sempre le rime.
"Bene, proviamo a vedere cosa avete capito" chiedo, invece di spiegarla senz'altro, come mi ero proposta di fare.
"Mh... c'è questo qui che fa una partaccia al sole..."
A quanto pare, qualcosina hanno capito.
"E perché gli fa una partaccia?"
"Perché lui, il sole, sta sempre a poltrire mentre lui deve lavorare..."
Pian piano, col gioco delle domande e delle risposte, me la spiegano tutta, dall'inizio alla fine. L'unica cosa che sono costretta a spiegare io è il samovar. Comprensibile, visto che oggi non usa leggere romanzi russi in tenerissima età.
Si lamentano che è una storia impossibile. Beh, su questo hanno ragione: qualsiasi tentativo di ospitare il sole nel proprio salotto avrebbe conseguenze disastrose per l'intero pianeta.
Non chiedo il significato: se lo vogliono capire lo capiscono, e comunque il "significato" di una poesia è una bestia di cui ho imparato a diffidare da tempo immemorabile: se hai in mente un significato preciso non scrivi una poesia, scrivi un saggio. E poi la poesia è di chi l'ascolta, il significato che vuol dargli l'autore sono fatti suoi.
Ricostruita in tutti i suoi dettagli la curiosa vicenda, li metto a fare una piccola esercitazione scritta: prima mi devono, appunto, raccontare la storia che la poesia racconta, poi farmi una lista delle parole che non conoscevano (tra cui, misteriosamente, ciarpame ha un posto d'onore) e infine dare un voto da uno a dieci motivandolo.
Così han passato qualche decina di minuti a rileggersi e riguardarsi quella strana roba russa, e qualcuno gli ha dato pure un bel voto. Tutti, comunque, han dovuto confrontarsi con un modo abbastanza nuovo di presentare la realtà. Perché la poesia di Majakovskij ha quasi cent'anni, ma a molti di loro è risultata una roba praticamente... rivoluzionaria.
Ebbene sì, la Terza Amichevole è una classe di adolescenti conformisti, molto amanti del conosciuto e molto spaventati dalle novità - una roba degna di essere presentata al Centro Studi Antropologici per essere studiata. E secondo me leggere quella poesia è stata una scelta davvero felice e mi ha fatto capire tante cose su di loro.
Compreso il fatto che sono pigri in modo abominevole e che trovano molto più comodo non capire anche quando capiscono benissimo (o forse, più che pigri, parecchio impauriti).

domenica 22 ottobre 2017

#metoo

La metamorfosi di Atteone (Parmigianino, 1524)
Perché Diana sapeva come affrontare certe questioni. Del resto, sappiamo farlo tutti quando siamo i più forti.

Alfin tornata in rete dopo crudelissimo e del tutto involontario esilio, nella navigatina sui blog che frequento e che finalmente posso di nuovo leggere scopro dalla 'povna di essermi persa l'onda di #metoo, cui avrei partecipato molto volentieri, e senza remore di sorta, perché non ho mai avuto alcuna difficoltà a definirmi femminista - del resto, quando ero ragazzina era abbastanza scontato che tutte le donne lo fossero e di solito nessuno ci trovava da ridire. So che oggi è diverso, anche se non sono sicura di aver capito perché.
Porto volentieri la testimonianza dei miei ricordi; niente di drammatico (tranne nell'ultimo  caso, che non mi riguarda direttamente) e tutto senza sensi di colpa (tranne nel caso di cui sopra).
Perché, devo aggiungere, la mia buona mamma, rispettabile e borghesissima madre di famiglia che non ha mai fatto alzare un piatto a mio padre, femminista anche lei ma di un femminismo quieto e casalingo, senza cortei e che mai mi risulta aver bruciato un reggiseno in piazza (ma che non mi risulta nemmeno aver disapprovato i cortei né taluni slogan piuttosto accesi), pur impartendomi una educazione piuttosto convenzionale per quegli anni si dimenticò completamente di trasmettermi alcun senso di colpa verso le molestie sessuali - forse perché a sua volta non ne aveva mai sofferto, a giudicare da come raccontava taluni episodi della sua tranquilla e rispettabile gioventù.
La mancanza di senso di colpa e l'implicita legittimazione della rabbia con cui reagire a un sopruso - qualsiasi tipo di sopruso, non solo le molestie sessuali - ha reso tutto molto più facile da gestire. Aggiungo che anche mio padre ha sempre mostrato di condividere questo insolito punto di vista, e a occhio mi vien da dire che anche lui l'aveva ereditato da suo padre, che ho conosciuto poco ma che risulta essere stato quel che si usava un tempo definire "un gentiluomo". Perché, e anche questo va ricordato, i gentiluomini ci sono sempre stati, e per esserlo non era necessario aver ricevuto una particolare istruzione o aver frequentato giri particolarmente raffinati. Bastava e basta esserlo.
Ero una brava ragazza, dall'apparenza tranquilla. Vestivo in modo piuttosto stravagante ma senza la tendenza a scoprirmi troppo; del resto, ai miei tempi non usava scoprirsi molto. 
Bastava questo a preservare una fanciulla dalle insidie?
Ma nemmeno per idea, come sappiamo tutte benissimo.
- il mio primo (e unico) pedofilo:
passeggiavo tranquilla tornando da una commissione, tipo comprare il latte. Era pieno pomeriggio. Mi accostò con una rivista - che solo anni dopo ho capito essere porno. "Guarda che roba ho trovato per terra. Ma guarda che roba. Che faccio, la butto via?" "Beh, direi di sì" (sì, mi esprimevo proprio così, con tutti i condizionali precisini). Tornai a casa, riferii lo strano episodio ai miei e assistetti al curioso spettacolo di due tigri che, dopo essersi informate dettagliatamente sul posto esatto e avermi strappato una descrizione dell'individuo, uscirono a gran velocità per la battuta di caccia. Non trovarono nessuno - o così mi dissero. Credo che avrei completamente dimenticato l'episodio, senza quella loro reazione che cercarono di soffocare in mia presenza ma che percepii benissimo.
- il sorvegliante della colonia, che mi fece oggetto di uno stranissimo corteggiamento molesto. Cercai di scansarlo con cura (sono bravissima a scansare chiunque) ma davo assolutamente per scontato che mi stesse prendendo in giro, rifiutandomi per principio di credere che un uomo sulla trentina potesse provare un qualsiasi tipo di interesse per una ragazzina che stava per compierne dodici - d'altra parte non capivo perché stesse sempre tra i piedi, visto che mostravo chiaramente di non apprezzare la sua viscidetta compagnia. Solo molti anni dopo, ricordando casualmente quelle tre settimane, fui assalita dal forte sospetto di averla scampata bella. La mia natura spinosa, che lui tanto criticò, si era rivelata la miglior difesa - ma non sarei stata affatto spinosa se lui non mi fosse stato così antipatico - e naturalmente non mi sarebbe stato antipatico se non avesse avuto qualcosa di viscido inside.
- gli Incontri d'Agosto. Anche se sono cresciuta col mito che la notte per una ragazza fosse pericoloso andare a giro da sola, quelle poche volte che mi trovai da sola di notte per circostanze imprevedibili non mi successe niente di niente di niente, salvo un gruppetto di giovani (suppongo abbastanza ubriachi) che cantavano in coro "Te violentiamo! Forza la fregna!" ma che non mi si accostarono nemmeno, restando a cantare sull'altro lato del marciapiede. In compenso, fare una passeggiata da sola in Agosto, fosse mattina o pomeriggio o ora di pranzo, prevedeva quasi inevitabilmente qualche approccio, a volte decisamente esplicito. Vabbé, in centro a Firenze c'era comunque gente. Diciamo che imparai ad evitare quelle belle passeggiate nei pittoreschi viali sulle colline verso Fiesole che durante il resto dell'anno erano così piacevoli. A quel punto avevo ormai compiuto i vent'anni e, anche se restavo salda nella mia determinazione a non pensare male di nessuno per principio, sapevo riconoscere una sega quando la vedevo, specie se chi se la faceva camminava all'indietro appunto perché la vedessi. In quella specifica occasione finii per fermare una macchina e chiedere un passaggio. Disgraziatamente chi guidava era un uomo. Fortunatamente si limitò a darmi il passaggio e quando capì cos'era successo ("Ehm, sa, c'era un uomo un pochino esibizionista") si chiuse in un dignitoso silenzio e mi lasciò su mia richiesta appena raggiungemmo una strada mediamente frequentata. Lo ringraziai molto.
- L'episodio più spinoso, a diciassette anni. Diciamo un amico di famiglia, diciamo il marito di una persona a me molto cara che frequentavo con una certa regolarità. Mi veniva a prendere alla fermata del tram e mi riaccompagnava alla fermata dopo la visita a sua moglie. Una volta (l'ultima volta, in effetti, perché dopo, con vari pretesti, diradai alquanto le visite alla moglie e andavo in folta compagnia) mi saltò addosso, e dovetti usare una reazione decisamente brusca per levarmelo di dosso. Per tutto il tempo di quella visita, mentre chiacchieravo piacevolmente (beh, mica tanto piacevolmente, per una volta) con la signora, due Grandi Interrogativi invadevano i miei pensieri: cosa mai poteva aver spinto quel perfetto idiota a pensare che fossi disponibile? Aveva quarant'anni buoni più di me, e sono sicurissima di non aver lanciato alcun segnale di incoraggiamento. Ma soprattutto: e come pensava che dopo, qualsiasi "dopo" avesse potuto esserci, avrei affrontato una chiacchierata con la sua consorte? Il viaggio di ritorno fu punteggiato da aperte lamentele sulla mia mancanza di generosità, alle quali risposi con un cupo silenzio.La moglie ci sarebbe rimasta decisamente male se avesse immaginato alcunché, questo era sicuro. Così tacqui l'accaduto con chiunque, ma un anno dopo lo raccontai a tre compagne di scuola, che ne rimasero più che sbalordite, ma che a quanto so osservarono a loro volta un rigoroso silenzio. Almeno spero, perché una conosceva anche il protagonista della vicenda.
- L'episodio più doloroso: una ragazzina che frequentava casa mia e che confidò al mio compagno di essere stata violentata dallo zio. La madre, alternativissima di sinistrissima e femministissima, si era limitata a scrivere al cognato una letteraccia ma non aveva sporto denuncia sostenendo che la sua (di lei e della ragazzina) famiglia aveva un rapporto un po' particolare con la polizia (qualche fermo per disordini nei cortei) e che quindi non era il caso. Francamente ci sembrava una bieca scusa. Lui mi riferì l'episodio perché voleva sapere se conoscevo un qualche tipo di circolo o collettivo di aiuto per vittime di violenza - e in verità c'era, godeva ottima reputazione e lo conoscevo piuttosto bene per interposta persona. Mi precipitai lì il giorno dopo per raccontare il triste caso. Ebbero calde parole di solidarietà e promisero aiuto e assistenza psicologica professionista gratuitissima per la giovane vittima se appena si fosse fatta viva, e del resto era appunto un centro contro la violenza alle donne nato per quello. La ragazzina ringraziò molto... ma a conti fatti non ci andò e rimase impastata nel suo vischio familiare cercando di assorbire il trauma da sola. Deprecammo molto, ma non ce la potevamo certo portare di peso (...o sì?). Rimanemmo entrambi  sbalorditi per la reazione della femministissima madre davanti allo stupro familiare della figlioletta - che a conti fatti sembrava più che altro una forma di rivalsa verso la madre, oltre che a un modo di marcare il territorio, il tutto alle soglie del 2000. Ci domandammo a lungo se potevamo fare di più, ma non vedevamo come. Però in qualche modo la coscienza ci rimordeva. 
- L'episodio più recente: quando vennero a trovarmi due colleghe durante la convalescenza, e mi raccontarono del corso di educazione sessuale che stavano facendo a scuola. Chiacchierando variamente gli raccontai che proprio in quei giorni avevo letto di una attrice molto famosa (Jane Fonda, forse) che aveva parlato di una violenza subita da ragazzina. Osservai che erano tante, ma proprio tante, le attrici che a distanza di decenni raccontavano storie del genere. "Evidentemente succede spesso, molto più spesso di quel che si pensa" commentò una delle colleghe "Conosciamo quel che è successo alle più famose, ma a quante altre sarà capitato?".

A cosa serve questo amarcord fuori tempo? 
Non ne ho idea, comunque anch'io ho portato i miei due centesimi. Posso solo ringraziare la mia buona sorte che siano stati appunto due centesimi e non due dobloni d'oro. A proteggermi c'è stata una certa dose di fortuna, un buon rapporto con la mia aggressività ma anche, credo fermamente, un forte aiuto da parte dei miei genitori, insieme alla sicurezza che da loro avrei ricevuto solo aiuto, appoggio e solidarietà se qualcosa di più grave ci fosse stato. E', quella, una grossa protezione che aiuta molto contro la paura e i sensi di colpa - di cui in effetti non ho mai sofferto.

venerdì 13 ottobre 2017

L'età meravigliosa - Lucy Maud Montgomery

Secondo episodio della serie di Anna dai Capelli Rossi:   Anne of Avonlea, tradotto  in Italia col titolo L'età meravigliosa, sauppongo per indicare che ormai Anne è nell'età in cui le fanciulle fioriscono. Come nel primo romanzo la protagonista è onorata dalle edizioni Mursia di una copertina dove sembra reduce da uno spinello di notevole efficacia; ma siccome si tratta dell'unica traduzione italiana conviene adattarsi senza far troppo gli schifiltosi, anche perché magari la copertina non è un granché ma il romanzo è decisamente bello.
Avonlea è il paese dove abita Anne. Secondo quanto osservava la 'povna nei commenti della recensione al primo libro, i titoli associano sempre Anne a un luogo, secondo una prospettiva che via via si allarga. Anne ha ormai sedici anni; non è ancora adulta ma lo sta diventando: giusto in chiusura del primo libro aveva fatto la sua prima scelta importante, preferendo restare a casa per aiutare Marilla nella sua delicata congiuntura, invece di andare all'università a studiare. Questo le permette di mantenere il confortevole guscio di Green Gables, l'unica casa che abbia conosciuto; ma una personalità come quella di Anne non può restare confinata in una casa, e già all'inizio di questo libro la vediamo fondare una società per il miglioramento estetico del paesello di Avonlea, che tra alti e bassi consegue anche lusinghieri successi coinvolgendo pian piano l'intera comunità. Ma, soprattutto, comincia a lavorare - in pratica diventa la maestra del paese, anche lì con buoni risultati.
Per chi insegna questo è un ulteriore motivo di interesse: per molti di noi il primo giorno di scuola dall'altra parte della barricata è stato traumatico e meraviglioso nello stesso tempo e i dubbi e i proponimenti di Anne riguardano temi con cui tutti noi insegnanti ci siamo confrontati notte e giorno  - salvo quello di decidere se picchiare o no i ragazzi, che per noi non è più un dubbio in quanto è rigorosamente vietato dalla legge. 
Nello stesso tempo ci troviamo a conoscere una scuola profondamente diversa sin nelle strutture, dove i ragazzi dei più vari anni sono riuniti insieme e l'insegnante di turno si occupa un po' degli uni e un po' degli altri - un lavoro di alta acrobazia, viene da pensare, almeno a me che una pluriclasse non l'ho mai nemmeno sfiorata; e comunque da noi anche nei rari casi in cui c'è è la pluriclasse è una roba completamente diversa.
Compare qui anche una caratteristica di Anne Lucy Montgomery, ovvero la capacità di seminare i suoi romanzi di casette assolutamente deliziose e circondate da una profusione di bellissimi fiori dove la lettrice guaiola per andare a vivere e dove Anne finirà regolarmente per approdare. Qui ne abbiamo due: una specie di cimitero di lusso per una giovane sposa che amava molto i fiori, e una casetta di zucchero molto fiabesca dove abitano una signorina sognatrice e la sua giovanissima e più concreta cameriera - e proprio nella signorina sognatrice Anne scoprirà qualcosa di cui è in perenne ricerca, ovvero uno spirito affine al suo e tra le due nascerà una forte amicizia che altri e più stretti legami rinsalderanno.
Altro tema sotterraneo è l'amore: non tanto per Anne (a Gilbert verranno dedicati solo tre passaggi dicesi tre, anche se nel loro genere piuttosto espliciti) ma, come dire, intorno a lei: il malinconico ma dolce romanzo della sposa morta giovane tra i suoi amati fiori, il fidanzamento della migliore amica di Anne - all'apparenza meno romantico di quanto previsto nei loro sogni di fanciulle, ma con una piacevole concretezza che fa risuonare una corda nascosta nella protagonista, il prosaico racconto dei contrasti coniugali del vicino intrattabile di Green Gables (che tanto intrattabile a dire il vero non è, specie dopo che la moglie decide di ritornare) e soprattutto la storia di un amore perduto che una serie di coincidenze riesce finalmente a concretizzare.
Il romanzo si chiude dunque in una girandola di coppie felici mentre Anne prepara le valigie: stavolta all'università ci andrà davvero: l'efficientissima Marilla, che non ha mai accantonato il sogno di vederla laureata, si organizza una comoda sistemazione che preserverà la sua salute e i suoi risparmi. Per Anne è tempo di volare fuori dal nido, il comodo nido che, forse, cominciava a andarle stretto ma in cui stava comodissima. Anne lascerà i suoi amici, il suo allievo preferito e tante altre cose; ma per lei è ormai tempo di volare lontano da Avonlea.
Credo di aver trovato questo secondo romanzo anche migliore del primo, forse perché meno frammentato - e insomma ne consiglio la lettura a tutti gli amanti delle piccole storie di provincia, nel cui numero sono fiera di annoverarmi.

Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e auguro a tutti un fine settimana pieno di piacevoli letture o di quant'altro vi piaccia fare.