Il mio blog preferito

giovedì 29 gennaio 2009

Anarchia, anarchia, per carina che tu sia...



La prima sezione che fa i prescrutini è la mia.
La prima scoperta del giorno... è che non c'è Ordine del Giorno, C'è quello dell'anno scorso, ma non facciamo i giudizi e dunque, una volta passati due minuti a raccontarci che la programmazione si svolge regolarmente, non ci sarebbe altro da dire.
Telefonata al VicePreside (perché il Nuovo Preside è ammalato, forse per tutti gli accidenti che riceve da qualche mese a questa parte da tutti noi).
Ma sì che c'è l'Ordine del Giorno, dice. In Collegio il Preside ha detto come cambiarlo.
Sì, l'avrà anche detto, ma non ci avete mandato una circolare in merito. Perché dovremmo fare l'Ordine del Giorno in base a due parole dette in Collegio?
Ma quel che si dice in Collegio vale come fosse una circolare.
Sì, magari se ci aveste mandato un verbale. Ma qua non s'è visto nemmeno il verbale di quelli di Settembre.
Il VicePreside farfuglia qualcosa.
Chi ha telefonato ritorna con un paio di istruzioni confuse.
Va bene, tanto dobbiamo parlare dei ragazzi e decidere i voti di condotta.
No, dice che secondo il Preside di voti non dobbiamo parlare. Solo di quelli dei laboratori.
Ma è grullo?
Nessuno dà una risposta, o meglio tutti diamo la stessa risposta in cuor nostro.
E passiamo a parlare dei vari voti. Il tale ha cinque insufficienze, e due sono gravi. Il talaltro sta rimediando qualcosa. Si fa il conto dei cinque, poi dei quattro, decidiamo a chi mandare le Tradizionali Lettere da Antebocciatura che così proprio non va.
(Ci sono i Bravi? Certo che sì, qualcuno anzi in netta ascesa. Ma di loro ai Consigli si parla sempre pochissimo).
Arriviamo al Teppista (che quest'anno si è molto ammansito). Qualcuno osserva che porta il berretto in classe. Brusio, no, il berretto no, non dovrebbe...
Attenzione, dico, il nostro regolamento non prevede nulla per i berretti. Posso dirgli di levarlo perché lo chiede il Consiglio di Classe, ma tenete conto che se lo leva lo fa per farci un favore e se lo porta non è per mancanza di rispetto, ma perché questa classe con me è sempre stata abituata a bardarsi come meglio credeva.
Di nuovo brusio, ma no, nessuno gli ha chiesto di levarlo, io sì, un giorno che si lamentava per il caldo, ma lui ha detto di no...
-Qualcuno sa perché lo porta? - chiedo.
Lo porta per tenersi a posto i capelli, che tiene tutti lisci con una lunga frangia sugli occhi. (Secondo me gli stanno male sia i capelli che il berretto, ma ovviamente non gliel'ho mai detto, anche perché le ragazze sembrano pensarla diversamente. E dunque, contenti loro...)
Il berretto del Teppista esce temporaneamente di scena.

Si passa ai voti di condotta.
Si parte da nove perché il dieci, via, dar il dieci in condotta è quasi offensivo.
Sì, certo, niente dieci.
La mia è una classe tranquilla e piuttosto operosa, molto assidua nella frequenza. Nove è il voto base. Otto per chi non fa sempre i compiti e ha qualche impreparato. Otto per chi a volte disturba la lezione. Sette per chi fa entrambe le cose.
Faccio osservare che, forse, a St, Mary Mead siamo un po' viziati. Da quel che leggo in rete, sette viene dato a chi ha ricevuto provvedimenti disciplinari. Da me il massimo sono un paio di note alle famiglie perché sono stati trovati impreparati e un rapporto fatto a tre ragazzi per una storia di palloni presi alle femmine durante l'intervallo e non più restituiti. I due sette sono un po' polemici con compagni e professori, un po' lamentosi, ma...
Qualcuno, davanti al nove di Armageddon, osserva che però Armageddon chiacchiera.
Sì, mi convinco, stiamo effettivamente esagerando.
Chiacchiera anche la Cerbiatta, osservo. Diamo otto anche a lei?
Armageddon si ritrova autorizzato a tenersi il suo nove. Siccome l'ho visto diverse volte a mediare conflitti, trovo che sia un nove anche più meritato di quello della Cerbiatta (che è comunque un'allieva esemplare).
Arrivati al Teppista qualcuno osserva che è un ragazzo a rischio, e poi quel berretto...
Qualcun altro nota che comunque, rispetto all'anno scorso, fa il doppio dei compiti e studia il doppio delle materie, e ormai è più regolare della Tale e del Talaltro.
Possiamo dare il sette anche a lui, dico, ma vorrei una motivazione un po' più articolata del fatto che tiene un orribile berretto in classe. Qualcuno ha qualche motivo per lamentarsi di lui?
Brusio. Beh, all'inizio dell'anno si era un po' allargato con un paio di insegnanti nuovi, ma poi è diventato molto più serio. Non chiacchiera neanche molto.
Sì, ma è un ragazzo a rischio.
Più che altro è a rischio suo fratello, osserva Matematica (che abita a St. Mary Mead).
Non possiamo mettergli sette solo perché frequenta suo fratello (con cui abita) e sospettiamo che sia a rischio, osservo.
Tutti ne convengono.
Vengono registrati i notevoli progressi fatti dalle due lumache di classe, ormai non troppo lumacose. Uno di loro (sospetto di disgrafia) di recente, chiamato alla lavagna, ha disegnato una piramide che sembrava davvero una piramide. Tutti ci congratuliamo sinceramente con Matematica per il lieto evento; anche Tecnologia sorride soddisfatta, convinta (credo a ragione) che una parte del merito sia anche sua.
Qualche chiacchiera finale, poi il Consiglio si scioglie.
Il giorno dopo il VicePreside ci spiega che abbiamo un problema: non dovevamo parlare dei voti.
Non li abbiamo fatti mettere a verbale, assicuriamo.
Non ho ancora capito questo problema dei voti, così segreti che non dobbiamo parlarne. Non mi risulta da nessuna parte. Provo a chiedere chiarimenti.
"E' il Preside che non vuole" mi spiega il VicePreside.
E come mai il Preside non vuole?
"Non lo so".

A volte ho l'impressione che quest'anno, in questa scuola, noi insegnanti siamo un po' abbandonati a noi stessi.

sabato 24 gennaio 2009

Meglio fare e pentere o non fare e pentere?


Prima che il saggio e lungimiramte Tremonti ci togliesse dall'errore, noi della scuola media usavamo preparare ogni quadrimestre i giudizi* mediante una griglia di formule con più variazioni dalla quale spuntavamo le voci che ci interessavano.
Ogni scuola aveva la sua griglia. Alcune erano piuttosto buone, altre così-e-così, altre ancora decisamente bruttine, ma quelle della Grande Scuola a cui fa capo la scuoletta di St. Mary Mead era senz'altro la più brutta che mi fosse passata tra le mani. Ogni quadrimestre tutti deprecavano e si ripromettevano di rivedere, presentare progetti al Collegio etc. etc. e al quadrimestre successivo nessuno aveva mosso un dito e la griglia era brutta come prima e più di prima e il coordinatore di turno faceva un paziente lavoro di restyling per ognuno dei giudizi - e meno male che le nostre classi sono piccole (non sempre tanto piccole, a dire il vero).
Poi era arrivata la fatidica legge che rimetteva i voti e, alle medie, toglieva ogni tipo di giudizi. Tutto ciò, in un colpo solo, ci toglieva sia l'obbligo di lamentarci delle griglie che la fatica di riscrivere i giudizi, e financo il senso di colpa per non avere preparato una griglia migliore. Almeno così sembrava.
Poi una mattina, tre settimane buone prima degli scrutini, arrivo a scuola e la custode mi consegna un fascio di fogli - ovvero il tradizionale mucchietto di griglie che spetta ad ogni coordinatore.
"Non ho un caminetto a casa, non mi servono" provo a scantonare.
La custode si scusa "Ce l'ha detto il VicePreside di consegnarvele".
Chiamo il cane col collare-spia - Scusa, ma il nostro glorioso parlamento non ha votato una legge che aboliva i giudizi alle secondarie di primo grado?".
Mi spiega che la Commissione incaricata di prepararci le tabelle per il passaggio dai giudizi ai voti aveva pensato di usare questo quadrimestre per una transizione morbida che...
Dalle brume della memoria riemerge il vago ricordo della richiesta del collegio di Settembre di di fare una commissione per i criteri di valutazione nel passaggio da giudizi a voti; dato che nei quattro mesi successivi non se ne era più saputo nulla avevo dato per scontato che l'idea fosse nata e morta lì, anche perché tutte le altre commissioni nominate a tal scopo nelle varie scuole del regno avevano riferito i frutti del loro lavoro entro la prima metà di Ottobre - e del resto si suppone che qualsiasi insegnante, per quanto imbranato, dopo quattro mesi abbia imparato in qualche modo ad arrangiarsi e i criteri di valutazione ormai in qualche modo se li sia fatti.
Insorgo:
-Ma la Commissione non ci ha mandato a dire assolutamente nulla!
-Presenterà i suoi lavori al prossimo Collegio dei Docenti.
-Questa storia dei giudizi però va anche votata.
-Sì, certo, la voteremo.
Il VicePreside sembrava molto tranquillo, a riguardo.
Ora, siamo d'accordo che qualsiasi insegnante per diventare e restare tale ha dovuto accantonare ogni paura del ridicolo; ugualmente, l'idea di essere l'unica scuola d'Italia che presenta i giudizi globali ai genitori non mi ispirava più di tanto. Ancor più mi sembrava cretina l'idea di stampare le griglie con venti giorni di anticipo, dando per scontato che tutto il corpo docente fosse d'accordo con quest'idea balzana pur senza averlo minimamente consultato - senza contare che gli anni scorsi le griglie arrivavano tre, quattro giorni prima nonostante i coordinatori le richiedessero a gran voce da tempo.
Passano i giorni e scopro che tutti i colleghi di St. Mary Mead, e del paesello vicino, e dell'altro paesello e pure qualcuno della sede centrale sono nettamente contrari a mettere i giudizi globali nella scheda.
Arriviamo al Collegio lancia in resta, con le armature scintillanti e gli elmi adeguatamente ornati di ali, meglio di Brunilde e Giovanna d'Arco e Bradamante.
Iniziano i lavori. Dietro i nostri alti e possenti scudi sonnecchiamo durante la lunga discussione sull'utilizzo del 5 in condotta, dove vengono letti ampi stralci del Decreto Applicativo che ovviamente non coincidono con la tabella tutt'altro che irragionevole elaborata dalla nostra lentissima Commissione. A quanto ho capito prevale l'idea di "interpretare" a modo nostro il Decreto. Tra le brume del sonno, voto a favore.
Si passa poi a discutere l'idea di mettere i giudizi globali sulla scheda.
Il VicePreside sostiene che mettendo i giudizi nelle schede facciamo un favore ai genitori, che abbiamo avuto a nostro fianco nella lotta contro gli sciagurati provvedimenti del ministro Gelmini (ed è verissimo che i genitori ci hanno sostenuto, ma un genitore addolorato perché sulla scheda non c'è il giudizio in didattichese stretto... certo, tutto può essere, ma non lo trovo un quadro dei più probabili).
Il NuovoPreside sostiene che lui preferisce mettere i giudizi, ma senza tirare fuori un motivo vero e proprio, tanto che finiamo col sospettare che l'idea sia in realtà partita dal VicePreside.**
La votazione porta nove voti favorevoli alla mozione del NuovoPreside, sette astenuti e ottanta e passa voti contrari. Per un attimo sembra che si stia preparando anche un lancio di bucce di banana e di torsoli di cavolo sugli incauti proponenti, poi la protesta rientra.
Una pettinata alle ali sull'elmo e le quasi ottanta valchirie più qualche occasionale Sigfrido si avviano verso casa con fare trionfante. Noi siamo persone serie e pragmatiche, applichiamo la legge, senza indulgere in sterili rimpianti e senza cogliere il peggio del nuovo accomunandolo col peggio del vecchio. Ecchediamine!
Poi, quattro giorni dopo, dal Ministero arriva una nuova circolare (la malefica Circolare 10) che si rimangia in parte le precedenti e ci spiega che "sia per la scuola primaria che per la scuola secondaria di I grado, i docenti possono comunque autonomamente prevedere che i voti in decimi siano accompagnati anche da giudizi sintetici o analitici. Possono altresì fare riferimento ad eventuali indicatori di apprendimento."
In conclusione, i giudizi avremmo potuto metterli.
Certo, non si capisce che senso avrebbe avuto metterli. A meno che non si tratti di conservare il preesistente il più possibile in attesa che le cose, dopo essere del tutto cambiate, tornino come prima, onde creare meno traumi all'utenza. Perché la possibilità che dopo che tutto è cambiato tutto ritorni come prima si va facendo abbastanza concreta.
Così questo pomeriggio, lucidando il mio scudo e spalmando l'apposito unguento impermeabilizzante sulle penne dell'elmo alato, ricordavo il vecchio dilemma: meglio fare e pentere, o non fare e pentere?
Chissà, forse anche al Ministero qualcuno sta cercando di venirne a capo.
*ovviamente cantando "Giudizio / giudizio / consorte mio, giudizio" secondo le immortali note di Mozart
**anche perché immaginare il Nuovo Preside che ha un'idea... mah... certo, tutto può essere, però...

giovedì 22 gennaio 2009

Il paese è sempre piccolo, ma la gente non mormora più


Mesi fa la tranquilla scuola di St. Mary Mead era stata investita da un'ondata di chiacchiere legate ad un'oscura storia di sesso a pagamento in cambio di ricariche telefoniche di cui tutti parlavano ma di cui non esisteva uno straccio di prova.
Qualche giorno fa mi sono informata se ci fossero più state novità.
"Ma no " mi han spiegato le colleghe col tono di chi conferma che sì, è la Terra che ruota intorno al Sole ma la cosa è risaputa ormai da qualche tempo "Era una montatura".
Scopro così che cercando di rincorrere la fonte originaria delle chiacchiere si era arrivati ad un ragazzino che gode di una meritata fama di contaballe (e pure di rompiballe). A quel punto, un interrogatorio ben condotto lo aveva portato a confessare e la cosa era rapidamente rientrata.
Tutto è bene quel che finisce bene, ma nel mio cuore restano due interrogativi che non ho osato porre ad alcuno.
1) Come diamine è possibile che anche il più sprovveduto dei compagni si sia posto anche per un solo istante il dubbio se credere o no al simpatico ma assai maligno contaballe? L'unica spiegazione ragionevole è che ad essere maligno non fosse solo il giovane contaballe e che anche ai suoi compagni piaccia sguazzare nelle maldicenze, trovando pure loro gustosissimo crogiolarsi nella Virtuosa Indignazione, nel Candore Offeso e nella Deprecazione dei Tempi Moderni.
2) Come altrettanto diamine è possibile che a raccontarmi che si era diffusa questa voce fossero venuti in almeno dieci, nel giro di 48 ore, e che a NESSUNO fosse venuto in mente di avvisarmi che le voci erano rientrate, svariate settimane fa?
Dice "Ma nessuno dei tuoi allievi è stato mai coinvolto".
Giusto; e infatti non mi sarei meravigliata se nessuno mi avesse detto niente di niente. Ma avere la fila che mi riferiva lo scandalo e non avere un cane che mi raccontasse che lo scandalo era rientrato... insomma, mi rendo conto di sembrare ingenua (del resto io sono ingenua), però lo trovo piuttosto curioso, ecco.

venerdì 16 gennaio 2009

Pannicelli e bavaglini, ovvero i piaceri delle Applicazioni Tecniche Femminili tempo la scuola era seria)



Entrai alle medie abbastanza inconsapevole della mia Preziosa Identità Femminile - in effetti tendevo a considerarmi in primo luogo un essere umano provvisto di diritti, non una creatura il cui destino era determinato irrimediabilmente dagli ormoni.
Naturalmente avevo già visto che nascere donna presentava qualche svantaggio: molti uomini si sentivano in diritto di essere scortesi e maleducati nei tuoi confronti e non sempre le leggi ti tutelavano, ma avevo già risolto la questione in cuor mio decidendo di non sposarmi: il matrimonio per una donna mi appariva una notevole fregatura, ed ero convinta che se il mio compagno non avesse avuto diritti legali  su di me questo lo avrebbe costretto a rispettare la buona educazione, ci avrebbe aiutato a preservare il nostro amore e mi avrebbe permesso di tutelare meglio i nostri figli.
In famiglia non sapevano molto di queste mie idee, e forse ne avrebbero deprecate una parte (cosa di cui all'epoca ero beatamente inconsapevole) ma non avevano mai fatto niente per convincermi che, in quanto femmina, dovessi essere sottoposta a limitazioni particolari o curare la mia reputazione a discapito della mia formazione culturale.
Ad ogni modo entrare alle medie volle dire per me dismettere il candido grembiulino con cui tanto avevo combattuto... e indossare un lungo grembiule nero. Più comodo di quello bianco, certo, e le macchie non si vedevano. Potevo lasciarlo a scuola per tutta la settimana e portarlo a casa solo Sabato per farlo lavare. Però non capivo a cosa servisse - ormai i pennarelli colorati si usavano solo ad Artistica, mi macchiavo meno facilmente di prima, e soprattutto il grembiule nero era riservato alle femminucce. No, i maschetti non erano passati al bianco, in virtù di qualche legge del contrappasso. I maschietti non portavano più grembiule.
Un giorno uno dei miei compagni ne chiese il motivo. Non so perché, scelse di chiederlo a Matematica, ovvero Mrs. Piton Maior.
"Saresti proprio bellino col grembiule!" fu la risposta. Che non significava  niente, ma fu detta in tono abbastanza lapidario da far capire che non erano gradite insistenze sull'argomento. 

Il vero trauma però arrivò con Applicazioni Tecniche, dove la classe veniva divisa tra maschi e femmine, i maschi in laboratorio col professore (che sembrava pure molto simpatico). Faceva uno strano effetto.
Anche Educazione Fisica era divisa tra maschi e femmine, ma era una materia diversa dalle altre, con regole tutte sue. Applicazioni Tecniche invece si faceva in classe, sedute al banco, con i libri...
Già, i libri. La prima lezione di Applicazioni Tecniche consisté nella lettura di passi scelti da un libro portato dall'insegnante. Chiamava alla cattedra una di noi, che leggeva a tutta la classe. A me toccò un brano che spiegava come curare l'eritema da pannicelli. Lo lessi con apparente calma, ribollendo in cuor mio per lo sbalordimento e l'indignazione.
Pannicelli? E chi li usava più, i pannicelli? L'ippopotamo Pippo già da tempo infelicitava le mie scarse frequentazioni televisive e perfino io sapevo che ogni madre accorta usava i pannolini Lines per il sederino d'oro delle sue creature, aiutandosi eventualmente con la pasta di Fissan. Né capivo perché dovesse fregarmene qualcosa di come cambiare o curare i neonati (un lavoro verso il quale non sentivo alcunissima inclinazione).
Nessuna intorno a me faceva domande, non ne feci nemmeno io. Staccai l'audio e smisi di ascoltare le lezioni di Applicazioni Tecniche.
Per amore o per forza dovetti però riaccenderlo, l'audio, quando fu stabilito che il nostro lavoro quell'anno sarebbe consistito nel confezionare un bavaglino. Un bavaglino di impalpabile tela batista, bordato con un qualche tipo di smerlo e impreziosito da un mazzetto di campanule ricamate a punto erba - insomma, l'oggetto più inutile dopo una termocoperta all'equatore. Avrei potuto capire un bel bavaglino di spugna, di quelli robusti, da sbattere in lavatrice dopo essere stati sporcati nel modo allucinante in cui solo i bambini piccoli riescono a sporcare. Ma un bavaglino di batista...
Dovetti comunque farlo, guidata con grande pazienza dalla professoressa, che aveva per me gli stessi riguardi che si hanno oggi con gli alunni certificati - prima di tutto ridurre gli obbiettivi...
Sia io che mia madre che l'insegnante eravamo sinceramente convinti che per certe cose "io non fossi adatta"; sia io che mia madre - l'ho capito dopo - avevamo fermamente risoluto in cuor nostro all'atto della nascita che per certe cose non volevamo essere adatte (in realtà col tempo ho scoperto una certa propensione per il punto croce: non sono molto precisa ma compenso con la pazienza).
Combattei per mesi con quel malefico bavaglino senza vincere né pareggiare, e l'insegnante dovette rassegnarsi a fare lei le parti più difficili. Non ricordo cosa fu fatto in seconda e in terza, né perché scelsi Applicazioni Tecniche anche quando era diventata facoltativa (forse perché l'alternativa era suonare il flauto di plastica? Eppure Musica mi piaceva), ma continuai a godere di una parziale certificazione di cui approfittai senza ritegno.
Avevo già stabilito da un pezzo che quella non era scuola né una materia di cui tener conto.
Neanche le mie compagne erano entusiaste della professoressa o di quel che facevamo, ma si mostrarono molto più adattabili di me (del resto, ci voleva davvero poco). Io invece non riuscivo a spiegarmi come mai tutti trovassero tanto normale che i maschi si divertissero mentre noi stavamo a ricamare vicino alla finestra. Ci doveva essere però qualcun altro che non lo capiva, perché pochi anni dopo, sotto il malefico influsso del 68, al Ministero smisero di pagare due professori per il lavoro che poteva fare uno, riorganizzarono il programma della materia migliorandolo alquanto, le cambiarono nome in Educazione Tecnica e la resero unisex. 
Nel frattempo i grembiuli neri simil-burqa andavano scomparendo, il che ci avrebbe permesso vent'anni dopo di guardare dall'alto in basso le nostre sorelle musulmane come se le radici giudaico-cristiane ci avessero sempre lasciate libere da condizionamenti sull'abbigliamento.
Ma mi accorgo che sto divagando.
In conclusione, quando i mulini erano bianchi e la scuola era seria, le ragazze ricamavano bavaglini invece di fare disegno tecnico e tutti lo trovavano normalissimo. 

lunedì 12 gennaio 2009

C'è un dollaro d'argento sul fondo del Sand Creek



Fabrizio De André mi è quasi sempre arrivato attraverso qualche filtro: la compagna delle medie che mi insegnava la Guerra di Piero e Carlo Martello, l'amico che cantava con la chitarra sulla spiaggia Non al denaro né all'amore né al cielo, gli amici dei miei genitori che accanto al caminetto leggevano sullo spartito Via del Campo, lo scolaro che mi cita c'è un dollaro d'argento sul fondo del Sand Creek mentre spiego cosa sono i creek... 
Per radio non passò quasi niente fino all'arrivo delle radio libere, e poco anche dopo, per qualche anno: erano tutte troppo occupate a trasmettere i cantautori che incidevano in quel periodo (una quantità immane, va detto, e molti  decisamente meritevoli di essere trasmessi e ascoltati) per avere molto spazio per le vecchie glorie. Lo trasmisero molto di più negli anni successivi, dopo il successo del tour con la PFM. Buona cosa perché, al contrario di parecchi colleghi, De André non ebbe un vero periodo d'oro - o, per meglio dire, ebbe un solo e lunghissimo periodo d'oro,  continuando fino alla fine a fare dischi diversi tra loro ma tutti molto validi.
Altra caratteristica particolare era di essere un ottimo traduttore. Credo che l'unica cosa più difficile di tradurre una poesia sia tradurre una canzone, e lui è riuscito  a fare bene entrambe le cose.
Come tutti, anch'io ho la mia ventina di sue canzoni preferite, ma oltre a questa ventina ne ho due che sono Particolarmente Preferite.
La prima è Il giudice, una storia che ho sempre apprezzato profondamente e che contiene uno dei miei versi preferiti le notti insonni vegliate a lume del rancore. De André la canta in tono distaccato: ormai libero dalle pastoie terrene che lo hanno condizionato, il giudice mantiene comunque una certa curiosità per il mistero della statura di Dio. Morgan invece, nel suo bel rifacimento vagamente disco, lo carica della rabbia che il giudice si è trascinato dietro negli anni, da vivo.
La seconda è Don Raffaé, una canzone dalla vena  profetica che ho sempre collegato in cuor mio con la valanga di Tangentopoli che arrivò poco dopo. De André, che oltre che traduttore era poeta e quindi veggente, aveva in qualche modo intuito cosa c'era nell'aria. La mia versione preferita è quella dal vivo con Roberto Murolo, che gli fece rallentare il tempo e dare una verniciata di apparente indifferenza a un testo decisamente esplosivo (oltre a portare un accento meridionale decisamente più credibile) e che venne cantata proprio nel 1992, per il concerto del 1 Maggio. Tale pregiatissima canzone contiene anche un'inarrivabile e tutt'ora assai attuale descrizione dello Stato italiano che si costerna, s'indigna, s'impegna / poi getta la spugna con gran dignità.

martedì 6 gennaio 2009

Una scuola come si deve

La scuola di St. Mary Mead, come dovrebbe essere secondo il mio savio alunno

All'ultimo tema in classe la mia terza si è trovata una traccia sulla Lettera Formale: si trattava di scrivere al Consiglio di Istituto per proporre qualche miglioria per le strutture della scuola.
Il gruppo che ha scelto questa traccia ha chiesto per lo più cose molto ragionevoli: nuovi computer, nuove carte geografiche, banchi attrezzati con dizionari e calcolatrici incorporate (che, pensandoci bene, si potrebbe fare con relativamente poca spesa e sarebbe comodo quasi quanto le leggendarie Lavagne Interattive di cui si dispera di vedere mai traccia); il giovane Armageddon, un ragazzo di animo gentile e cortese che deve il suo soprannome alla tendenza a chiudere i suoi racconti con la distruzione del mondo e, talvolta, dell'universo intero, ha proposto però un progetto più articolato, dimostrando di avere idee molto chiare su cosa dovrebbe essere la scuola.
Naturalmente non posso riportare l'intero tema senza la sua autorizzazione, per cui mi limiterò a postarne una sintesi di cui Gelmini, Tremonti e annessi e connessi farebbero assai bene a tener conto.
Inanzitutto il cosiddetto "giardino della scuola" andrebbe ristrutturato, includendo al suo interno una riserva naturale* e ospitando una piscina con idromassaggio, un centro benessere, un autoscontro, un padiglione coperto e una fontana che mandi getti di cioccolato.
Venendo all'edificio vero e proprio: la palestra dovrebbe diventare un palazzetto dello sport con adeguate attrezzature; invece il laboratorio di scienze dovrebbe trasformarsi in un centro scientifico, soprattutto nucleare, dove i migliori scienziati arrivino da tutto il mondo per svolgere e mostrarci esperimenti di tutti i tipi.
Ovviamente il laboratorio di musica dovrebbe diventare un punto di riferimento per i musicisti più conosciuti (con in più la tomba di Beethoven) mentre in quello artistico gli studenti devono avere la possibilità di studiare dal vivo i più grandi capolavori dell'arte figurativa.
Quanto al laboratorio di linguistica, oltre a strutture adeguate deve essere munito di una macchina per il teletrasporto che possa portare rapidamente gli studenti in qualsiasi parte del mondo desiderino vedere.
Un certo decoro dovrebbe venire osservato anche per le altre aule (tranne la Presidenza, che dovrebbe diventare un tugurio ma in effetti ci assomiglia abbastanza anche lasciandola così com'è): la Sala Professori andrebbe abbellita con fiori, maniglie d'oro e tavoli in smeraldo, la Segreteria ornata con opere d'arte di pregio, i bagni dovrebbero avere muri d'oro, maniglie in diamante e lavandini di smeraldo, oltre a grandi specchi contornati da cornici sbalzate in metalli preziosi. Anche l'aula di sostegno e quella di informatica andrebbero dotate delle migliori attrezzature, mentre la biblioteca dovrebbe trasformarsi in un ambiente lussuoso che consenta la proiezione di film su grande schermo, tappezzato da librerie ricolme di enormi quantità di libri.
Quanto alle classi (con banchi lussuosi e intarsiati, ovviamente) dovranno essere dotate di lavagna digitale, grandi mappamondi e finestre ben funzionanti montate in argento.
In chiusa di lettera Armageddon fa presente che, qualora le sue richieste non venissero prontamente accettate, questo innescherà le bombe automatiche da lui piazzate in ogni casa dei membri del Consiglio.
Non sono affatto sicura che sia un buon esempio di Lettera Formale. Viceversa ho molto apprezzato il tipo di scuola ivi descritta e ritengo che il ragazzo abbia dimostrato una corretta visione della funzione formativa e insieme culturale che la scuola deve avere.
Trovo inoltre molto accorto il metodo di persuasione da lui scelto, e ritengo che tale metodo andrebbe esteso ai vari funzionari del Ministero, che, forse, in questo modo la smetterebbero di vedere la scuola come qualcosa che occorre solo tagliare, potare, sfrondare e impoverire, fino a trasformare in pezzenti i nostri figli e i nostri nipoti.

*si tratta di una classe molto sensibile ai problemi ambientali.

Manuale del Perfetto Insegnante - I libri di testo alle medie - 2



Ma perché occuparsi di carta patinata se ben presto i libri scolastici diventeranno virtuali, elettronici e quant'altro? Lo dice la legge, no?
Ah sì, la legge lo dice. Le leggi dicono un sacco di cose, in Italia; quando poi prevedono l'introduzione di qualcosa entro una certa data, spesso dicono anche che si fa la proroga. Al momento mi sembra improbabile che nel giro di due anni l'insegnante medio riesca a districarsi con gli e-book e che la scuola in cui lavora glieli stampi senza problemi. Se poi dovesse stamparli l'editore, non c'è problema: l'editore li stamperà solo e soltanto su carta patinata - per garantire un'adeguata resa grafica etc. etc.
E torniamo appunto agli editori scolastici - che non è la categoria che più rientra nelle mie simpatie, devo dire. Strano ma vero, che ci fossero governi di destra, di centro o di sinistra, gli editori di libri scolastici han continuato serenamente a fare il loro miglio: aumentare i prezzi ogni anno, cambiare edizione ogni anno, aumentare ogni anno i gadget grafici per dare al libro un aspetto "dinamico e moderno" - un tipo di specchietto da allodole cui abbocca molto più facilmente l'insegnante dell'alunno (che, anche quando interessato e ben disposto verso la scuola, non valuta certo un libro scolastico con gli stessi parametri con cui valuterebbe un videogioco con cui può liberamente scegliere se giocare o non giocare).
Il settore è ben protetto e ha saputo tutelarsi, immagino, con accordi interni; altrimenti non si spiega come mai i prezzi dei libri delle varie materie all'incirca si equivalgano e perfino gli aumenti si somiglino molto. 
Non esiste un equivalente della vecchia BUR o dell'attuale casa editrice Newton-Compton, tra i libri scolastici; eppure verrebbe da pensare che, almeno per le antologie di italiano o la cosiddetta "narrativa" potrebbe offrire un suo contributo: un editore magari con pochi titoli mantenuti a lungo nel catalogo, con veste grafica semplice... strano ma vero, non c'è niente di nemmeno lontanamente paragonabile. Eppure esistono molti libri che, attraverso qualche decina di nuove edizioni e variazioni (variazioni che a volte comprendono solo la numerazione delle pagine con gli esercizi...) imperversano per interi lustri sui banchi di scuola.
Aumentando di prezzo ogni anno, si capisce.

Ancora auguri? Massì...


Sì, lo so che più che una Befana sembra una strega: in nero, sulla scopa, con cappello a punta e regolamentare gatto nero al seguito...
Perché, la Befana non è una strega?
E allora godiamoci questo supplemento della Festa della Donna, che è anche l'ultima festa per un po'. Niente mimose ma agrifogli, qualche torrone residuo, propositi di dieta disintossicante...
Quanto ai regali, mi dicono che tante colleghe sono intente a preparare calzette per le loro amate scolaresche. Considerando gli attuali sviluppi della crisi ucraina, sarà bene abbondare con il carbone.

sabato 3 gennaio 2009

Manuale del perfetto insegnante - I libri di testo alle medie - 1


Com'è noto, i libri scolastici sono cari assaettati, tanto che al Ministero hanno istituito un tetto di spesa che però è praticamente impossibile osservare: infatti gli editori ogni anno si inventano una nuova edizione, aiutati in questo dal nostro ineffabile Ministero dell'Istruzione che quasi ogni anno straparla di riforme. E quindi abbiamo l'edizione col portfolio (che nessuno ha mai capito cosa diavolo è, tanto che alla fine l'hanno abolito per manifesta indefinibilità del suddetto), l'edizione a moduli, la Nuova Edizione Riformata etc. etc..
Ad ogni modo, anche quando il Ministero lascia le cose come stanno, esiste sempre la Tecnica dell'Aumento Subdolo, Per intendersi: si adotta un libro in tre volumi che costa 10 euro, l'anno dopo il secondo volume costa 12 euro, e quando arrivi al terzo volume se ti va bene sono 13,90 euro, con un tasso di inflazione che nemmeno fossimo in Argentina ai tempi d'oro.
Sì, certo, l'aumento della carta. Ragazzi, ma quanto aumenta 'sta carta!
D'altra parte il problema del prezzo ci si può porre soltanto in prima, perché in seconda e in terza si devono mantenere i libri già adottati, e dunque una normale terza media si ritrova inevitabilmente a sforare il tetto di svariate decine di euro, anche ricorrendo a escamotage quali non mettere in lista la cosiddetta "narrativa".
Ogni tanto, davanti alla cifra complessiva, qualche genitore bofonchia; il genitore, ricordiamolo, è quel curioso animale che può avere un figlio ma può anche averne tre o quattro, di solito in età ravvicinata, da rifornire ogni anno di libri scolastici. 
Gli insegnanti insorgono: ah, questi genitori cui non interessa la formazione e la cultura dei figli! Eppure spendono senza pensarci su, quando si tratta di videogiochi o di scarpe firmate! (Su questo argomento delle scarpe firmate alcuni insegnanti sono un po' fissati, forse perché non sempre possono permettersele; sta di fatto che per molti di loro la spesa dei libri scolastici per i figli non è un gran problema perché intervengono in loro aiuto colleghi e rappresentanti).
Se qualcuno prova a fargli osservare timidamente che, al di là dell'importanza di acculturare i pargoli, oggettivamente i libri scolastici quasi mai valgono quel che costano, le risposte sono varianti sul tema "Ah, ma i genitori non hanno mica la cultura e la competenza per valutare il prezzo di un libro scolastico!".
Sorvolando sul fatto che non proprio tutti i genitori escono dalla caverna armati di clava per vagare nella giungla in cerca esclusiva di scarpe firmate e videogiochi, anzi qualcuno oltre a comprare libri li scrive o lavora nell'editoria, resta il fatto che il rapporto qualità-prezzo è di solito molto più alto nei videogiochi e nelle scarpe firmate che nei libri scolastici per le scuole medie, e che la maggior parte dei genitori è abbastanza esperta del viver del mondo per intuirlo; inoltre videogiochi e scarpe firmate sono spesso accolti con gran feste dai loro figli, mentre i libri scolastici suscitano un entusiasmo assai minore.
Il Buon Libro Scolastico si manifesta in ogni dettaglio come un vero inno allo spreco: tanto per cominciare, in virtù di qualche legge non scritta, deve essere stampato su carta patinata e pesantissima. "E' per le fotografie", ti spiegano. Ma non è chiaro perché anche i libri di narrativa e di antologia debbano ospitare fotografie - di solito non le ospitano, infatti. Ospitano disegni. Su carta patinata.
Ci sarebbe molto da dire sulle illustrazioni delle antologie di letteratura delle medie, ma niente che possa figurare in un blog rispettabile scritto da una signora e letto da gentilpersone. Diciamo che non sempre risultano di qualità eccelsa, ecco. Qualche fotografia a colori potrebbe far comodo, ma si potrebbe stamparla su alcune pagine in carta patinata - anche se le moderne stampanti stampano a colori su carta normale che è una meraviglia.
Inoltre non si capisce perchè quasi tutti i libri di testo abbiano grossi fascioni bianchi a lato. No, non quelli per le rubriche e le parole chiave, proprio fascioni bianchi completamente vuoti - e nemmeno perché tutti, indistintamente, debbano avere ricche e gaie copertine plastificate, ornate di fotografie o disegni orripilanti. Cosa ci sarebbe di male in una sobria copertina telata, magari accompagnata a una buona colla da usare per la rilegatura, onde impedire che il libro caro assaettato si sfasci verso il quarto mese?
Quasi tutti i libri scolastici poi contengono qualche demenziale introduzione (che quasi tutti gli insegnanti saltano a pié pari per non essere presi a sassate dalla scolaresca): in essa introduzione qualche personaggio storico malamente disegnato ma dall'aria molto divertita (saprà ben lui il perché) promette gli incauti lettori che li guiderà alla scoperta dell'affascinantissima materia X. Qualche volta il personaggio è opera di fantasia, e allora ci si ritrova a rimpiangere quelli storici.
Segue poi l'introduzione alla materia: coloratissima, allegra, con pretese di accattivanza. In questo modulo scoprirai questo e quest'altro, imparerai quello e quell'altro e alla fine sarai in grado di fare questo e quest'altro ancora. Queste pagine allegre (?) e dinamiche (?) possono arrivare a occupare un decimo delle pagine e del peso del tomo. La maggior parte degli studenti le salta, alcuni le scorrono e le trovano irritanti - tutti, comunque, le hanno pagate.
E poi ci sono le foto, talvolta spettacolari - e molto spesso INUTILI; ci sono foto inutili (si stenta a crederlo) perfino nei libri di artistica o di geografia, e danno particolarmente sui nervi perché chi le paga (e anche chi non le paga, come gli insegnanti che tra i pochi vantaggi del loro mestiere hanno quello di non dover pagare i libri su cui lavorano) si irrita pensando a quante altre fotografie belle e utilissime potevano metterci invece.
Naturalmente tutto questo si basa sul criterio che "tanto i ragazzi non se ne accorgono, figuriamoci i genitori". I ragazzi però su quei libri ci passano un tot di tempo e, almeno a livello istintivo, si accorgono di un sacco di cose; e pure i genitori, anche quelli con la clava appena usciti dalla caverna per la caccia alle scarpe firmate, notano un bel po' di dettagli.
E trovano che i libri di scuola sono cari (e pesanti).

venerdì 2 gennaio 2009

I miei insegnanti - Il professor Ruf

In quest'immagine c'è il prof. Ruf, ma anche sapendolo non è facile individuarlo. 
Non è un tipo molto appariscente, ecco.

Nella saga di Harry Potter il grigio professor Ruf (Cuthbert Binns, nella versione originale) è un insegnante fantasma: un giorno, mentre faceva lezione, era morto e non se n'era accorto, così aveva continuato a fare lezione. Visto che svolgeva il suo lavoro esattamente come prima non c'era motivo di sollevarlo dall'incarico, e la cattedra era rimasta a lui. 
Da quando ho letto per la prima volta Harry Potter e la pietra filosofale l'ho immaginato come un fedele ritratto del mio altrettanto grigio e polveroso professore di storia e filosofia del liceo. 
Costui era vecchio e grigio e traballante nel passo, tanto che circolava la leggenda che avesse già passato l'età massima per insegnare, ma che fosse rimasto in servizio usufruendo di una particolare legge per profughi, soldati o vittime di guerra. Continuò a insegnare per diversi anni dopo che ebbi finito il liceo, e quando andò infine in pensione avevo ormai da tempo scoperto che non esisteva nessuna legge del genere e che il nostro professor Ruf stava in cattedra semplicemente perché aveva ancora l'età per farlo - in pratica, quando l'avevo conosciuto aveva poco più di mio padre, anche se sembrava il mio bisnonno.
Ricordo l'inizio della sua prima lezione con lui, perché fu l'unica che ascoltai, almeno in parte: parlava piano e ci voleva una notevole fatica per seguirlo. Ci spiegò cosa pensava della psicologia (disse "psicologia", ma mi diede l'impressione di parlare in realtà della psicanalisi): che non ci credeva, che comunque non funzionava se non in pochissimi casi... staccai l'audio quasi subito: non vedevo perché avrei dovuto scomodarmi a seguire uno che parlava a ultrasuoni, senza dire nulla di pertinente alla sua materia e infilando sciocchezze su qualcosa che non era nel suo programma e di cui nessuno gli aveva chiesto di parlare. 
Il suo tono basso e monotono non ci conciliava il sonno, perché eravamo una classe che non sprecava il suo tempo: c'erano tante cose di cui chiacchierare, tanti bigliettini da scriverci, tanti fard e ciprie e ombretti da provare e tante lezioni da fare, copiare o ripassare per le ore successive. Non so se qualcuno lo abbia mai ascoltato, ma credo che un gruppetto abbia fatto più di un onesto tentativo in proposito.
Non ricordo se mi mise qualche impreparato o se venni semplicemente interrogata tardi, in virtù di una serie di assenze strategiche, sta di fatto che al primo quadrimestre della prima avevo sei in pagella. In seguito mi stabilizzai su un rispettabile sette per entrambe le materie, facilmente gestibile perché avevamo elaborato una brillante strategia a base di volontari per le interrogazioni. Quando toccava a me studiavo, facevo la mia brava esposizione sugli ultimi capitoli del programma, incassavo il mio sette e questo era quanto. I miei compagni si regolavano in modo analogo; i più bravi, naturalmente, prendevano i voti più alti. 
Di solito alle interrogazioni il professor Ruf si faceva delle domande e si dava delle risposte e l'unica vera difficoltà era trovare il momento adatto per inserirsi e ripetere la nostra lezioncina. 
Il libro di testo di filosofia era il La Manna, a suo tempo assai famoso e carico di anni: ci aveva studiato anche mia madre, e ha sempre sostenuto di non averci mai capito niente - il che vuol dire, immagino, che almeno ci aveva provato. 
Io non mi facevo tanti scrupoli: seguivo i ragionamenti principali e li esponevo; perché quella brava gente ivi descritta si facesse tante seghe sull'essere, la conoscenza, il senso dell'esistenza e simili non lo sapevo e non mi interessava. Sospettavo che filosofia potesse essere meno insignificante di così,  perché avevo amiche in un'altra scuola che me ne parlavano come di materia assai interessante; ne conclusi che ero negata. In effetti non ero del tutto negata per la filosofia greca (che mi arrivava attraverso la letteratura), e più avanti negli anni scoprii una certa simpatia per Pascal e, attraverso un esame di filosofia medievale preparato con pazienza e devozione, imparai almeno a distinguere un filosofo medievale da un paracarro. Ad ogni modo, a tutt'oggi, l'intera mia conoscenza della filosofia dal 1600 ai giorni nostri si riassume nel detto "Le monadi non hanno finestre" - da cui era partita un'analisi con la mia compagna di banco che ci aveva portato a concludere che cotali monadi non spendevano nulla in Vetril ma molto in luce elettrica.
A storia invece era successo uno strano prodigio: mosso dalla convinzione che tre autori per tre periodi storici avrebbero garantito maggior accuratezza (convinzione, per quanto ho potuto constatare, assolutamente sensata) aveva scelto il Cracco-Prandi-Traniello, un manuale enorme, grande all'incirca il doppio degli altri manuali - anche perché conteneva più del doppio degli argomenti. Alle interrogazioni il professor Ruf chiedeva comunque dei sunti del Bignami, ed era risaputo che storia si studiava sul Bignami o pubblicazione analoga, e leggere il libro ufficiale era solo una perdita di tempo, quando non una complicazione inutile.
Io, che amavo molto la storia, continuai impavidamente per due anni a studiare sul libro di testo (salvo poi ripassare sul Bignami per le interrogazioni); in terza allentai molto le briglie, perché la storia contemporanea mi interessava meno. 
Quella moderna mi interessava abbastanza, invece, e andavo matta per quella medievale. Sul manuale di Cracco c'era di tutto: arabi, bizantini, disquisizioni teologiche, dinastie su dinastie, approfondimenti sulle tecniche agricole e artigiane, sul diritto civile e canonico, sugli ordini monastici e sulla letteratura... Quando le mie amiche dell'altra scuola mi mostrarono il loro manuale di storia mi sembrò una risciacquatura di piatti, al confronto. Scoprii in seguito che il Cracco era ritenuto un manuale a livello universitario (per quanto all'università ho visto accettare manuali molto più scadenti e addirittura lo Spini che, con tutto il rispetto, era davvero un po' datato per gli anni '80).
Così quel professore, che non ascoltai mai per partito preso, ebbe in realtà un'influenza molto profonda sulla mia vita, convincendomi che la filosofia non era pane per i miei denti (indipendentemente dal numero di finestre che può avere una monade) ma che la storia al contrario lo era moltissimo, e in particolar modo quella medievale.
Inoltre grazie a lui (e al signor Cracco, naturalmente) passai direttamente alla fase "il Medioevo era un'età molto ma molto ganza" saltando a pié pari quella de "il Medioevo è un'età buia e noiosa di decadenza e di mentalità ristretta" che ancor oggi ha grande e immeritata circolazione.