Il mio blog preferito

giovedì 29 novembre 2012

Genitori in graticola

La Seconda Effervescente in uno dei suoi momenti più composti e tranquilli

Passa un giorno e passa l'altro, e alla fine il Consiglio ha dovuto arrendersi all'evidenza dei fatti: la Seconda Effervescente, che l'anno scorso era una classe bella e vivace e affamata, se pure un po' faticosa da tenere, quest'anno gira a vuoto, assai più presa dalle sue aggrovigliatissime meccaniche interne che da questioni terrene quali le guerre di Carlo V e il teorema di Pitagora. 
Le lezioni sono punteggiate da un profluvio di commenti, scambi di battute, botte e risposte, discussioni che finiscono per impegnare gruppi di cinque-sei studenti, domande accavallate e ripetute più volte; e va pur ammesso che, dopo la trentesima interruzione in quindici minuti, cotali lezioni diventano pappine insipide e assai frammentate anche da parte di quei docenti che in condizioni normali si distinguono per brillantezza di eloquio e saldezza nell'impostazione strutturale degli argomenti.
D'altra parte, schifide o memorabili che siano le nostre spiegazioni, i ragazzi le ascoltano assai distrattamente e, una volta a casa, non degnano di grande attenzione nemmeno quanto è scritto sui libri.
In sintesi: la classe lavora poco e male (detto e non concesso che lavori) e il profitto è in forte calo.

Tutto ciò ha costituito la portata principale dell'Incontro con i Genitori, durante il Consiglio di Classe. La scena era delle più classiche: il Consiglio schierato in fila compatta da una parte del lungo tavolo, i genitori schierati in un più blando semicerchio ad ascoltare, impegnatissimi ad avere un'aria adeguatamente contrita & insieme costruttiva, e  ben attenti a non farci capire che il loro principale desiderio era in realtà di mandarci a Fanculo.

Il rosario dei luoghi comuni si è snodato senza mancare un colpo.
Prima il Coordinatore ha sciorinato un lungo e dettagliato quaderno di doglianze. Poi i genitori hanno espresso il loro rincrescimento. E dopo anche noi abbiamo espresso il nostro rincrescimento.
A questo punto i genitori, non riuscendo bene a capire cosa diamine volevamo da loro hanno cominciato a proporre soluzioni. Rudimentali e inapplicabili, naturalmente; ma occorre considerare che costoro non gestiscono classi, non sanno se non in base a vaghi ricordi cos'è una classe, e di dinamiche interne delle classi non si interessano né tanto né poco; inoltre sono abituati a gestirsi uno/due figli per volta sulla base di rapporti molto diversi da quelli che caratterizzano insegnanti e alunni.

"D'ora in poi segnalateci sempre quando fanno qualcosa che non va, e noi interverremo" suggerisce il primo Padre Ben Intenzionato. Con bel garbo, gli viene fatto  capire che un insegnante vorrebbe fare qualcos'altro, nelle sue ore di lezione frontale, che non sia passarle a  scrivere note e rapporti.
Un altro Genitore Ben Intenzionato suggerisce di rispiegare le regole del corretto comportamento in classe. Gli viene spiegato che i ragazzi le conoscono benissimo, le regole, ma se ne fregano di applicarle. I Genitori ci guardano con aperta disapprovazione: non è possibile che i loro Pregiati Figli se ne freghino delle regole: i loro Pregiati Figli sono magari un po' sventati, ma buoni. Può essere che pecchino per ignoranza, ma non certo per cattiveria.
Provo a spiegargli che non è questione di cattiveria, ma che nel momento in cui entrano in classe, la Classe prende il sopravvento sull'Individuo, e il Bravo Ragazzo, pur desideroso di non deludere o dare dispiacere ai suoi genitori, si scorda financo della loro esistenza dedicando invece ogni sua energia ad inserirsi nel fascinoso vortice magmatico formato dal gruppo dei suoi coetanei, amati, odiati, insopportabili, adorabili e comunque del tutto indispensabili.
Mi guardano male. Non osano prendermi apertamente a sassate, ma vorrebbero. Gli sto spiegando che non hanno più potere assoluto sui loro figli. Peggio ancora, gli sto spiegando una cosa che da qualche parte del loro cuore stanno imparando giorno per giorno. Fosse una completa sciocchezza, gli sarebbe molto più facile scusarmi.
D'altra parte di solito non si cerca di convincere oche e capponi della bellezza intrinseca dei pranzi di Natale - e quand'anche si cercasse, difficilmente si otterrebbero oceani di consenso. Mi prendo le sassate virtuali e mi cheto in bell'ordine, meglio tardi che mai.
Infine, con gran garbo e un lungo giro di parole, un genitore lascia intendere che venire a capo della classe è affar nostro, non loro. Siccome è impossibile dargli torto, nessuno lo contraddice - ma lo guardiamo male pur dietro sorrisi falsi e parole di miele avvelenato.
Eh sì, gestire la Seconda Effervescente sarebbe proprio affar nostro. E lo faremmo anche molto volentieri, se solo ci riuscisse.
Gli spieghiamo che, con l'aria che tira, i voti non saranno dei migliori e dovranno farsene una ragione. Questo rasserena un po' l'atmosfera: un voto basso è qualcosa di facilmente comprensibile anche se non sei un insegnante, e a un voto basso qualsiasi genitore sa come reagire (che poi la reazione produca qualche frutto è tutto da vedersi, ma anche queste sono cose che si sanno).

Dopo una quarantina di minuti di chiacchiere inconcludenti la riunione del Consiglio si scioglie, senza essere addivenuta ad alcunché di concreto. Un gruppo di genitori vagamente immusoniti se ne va, un gruppo di insegnanti vagamente frustrati si predispone al Consiglio successivo.
Anche questo fa parte degli Intramontabili Rituali della Scuola. Certamente si poteva fare di più e meglio, e certamente non ci è riuscito, come già a tanti prima di noi.
La soluzione ce l'hanno i ragazzi della Seconda Effervescente. Con l'augurio che la tirino fuori presto.

mercoledì 28 novembre 2012

28 Novembre: Buon compleanno Albania!

No, non è un nuovo tipo di selciato, è una torta. Sissignori, proprio una torta.

Il 28 Novembre 1912, nel corso della Prima Guerra Balcanica,  Ismail Qemali dichiarò da Valona (che diventò poi la prima capitale del futuro stato) l'indipendenza dell'Albania dall'impero ottomano. 
Inizia da lì la storia moderna dell'Albania, che la vide in seguito occupata dall'Italia, poi allineata al patto di Varsavia e infine nuovamente autonoma, a partire dal 1990. Da allora molti albanesi sono venuti da noi, e molti piccoli albanesi sono stati concepiti e partoriti in terra italiana o hanno raggiunto le italiche sponde ancora piccolissimi. Nella mia zona, in particolare, i giovani albanesi sono comuni come le margherite in primavera. Dietro i loro sorrisi e le loro famiglie ansiose ci sono spesso storie di barconi e parenti morti nel tentativo di raggiungere l'Italia.
Ho avuto e ho (e avrò, immagino) decine e decine di alunni albanesi. Frammento dopo frammento ho cominciato a imparare qualcosa di quel piccolo paese geograficamente vicino ma per me ignoto quanto e più del mio celebre Nepal africano e quando mi passa sott'occhio qualche notizia la leggo sempre con attenzione-per me è un po' come avere notizie degli zii che vivono all'estero.

Così ho scoperto che il 28 Novembre è stato il centesimo compleanno dell'Albania e che per festeggiarlo più dolcemente, 200 pasticcieri di Tirana hanno lavorato indefessamente per costruire una torta di 18 tonnellate e 550 metri quadri (nella foto) che per glassa aveva la bandiera nazionale. L'aquila bicefala è stata fatta con crema di cioccolato, mentre la parte rossa è stata realizzata con crema rossa e chicchi di melograno. Dal patriottico dessert dovrebbero uscire circa 120.000 porzioni che andranno ad addolcire la giornata agli albanesi di Albania e agli ospiti albanesi da Kosovo, Macedonia, Montenegro e Serbia.

All'ancor giovane nazione i miei più dolci e sentiti auguri.

venerdì 23 novembre 2012

Uno studio in rosso - sir Arthur Conan Doyle



Il 1887 è la data della prima apparizione in pubblico del grande Sherlock Holmes.
Per presentarlo Conan Doyle scelse la forma del romanzo, che non gli venne neanche molto bene. 
Il pubblico non si entusiasmò più di tanto. Solo tre anni dopo, con la pubblicazione quasi casuale del secondo romanzo Il segno dei quattro, arrivò il successo e la leggenda di Holmes cominciò a imporsi. Per fortuna negli anni successivi Conan Doyle si dedicò soprattutto ai racconti brevi, dove Holmes funzionava molto meglio.

Dunque quello davanti a cui qualsiasi holmesiano si inchina con reverenza come alla noce d'oro che racchiude in sé il più dolce dei gherigli, ovvero tutte le future avventure di Sherlock Holmes, avrebbe potuto essere la sua unica e ben presto dimenticata apparizione. Orribile a pensarci.

Eppure Holmes non nasce come un personaggio abbozzato e in via di assestamento: come è nel primo libro, così resta fino alla sua prima morte e anche oltre; ed è un grande personaggio, di quelli che ti riempiono la stanza e la pagina: assai deduttivo, si capisce, ma anche sarcastico, brillante, stravagante, egocentrico, pigro, suscettibile, perfezionista, assolutamente insopportabile con gli ispettori di Scotland Yard (che non lo strozzano a mani nude solo e soltanto perché, per quanto insopportabile, gli fa la parte più difficile del lavoro senza pretendere ricompensa alcuna), immerso in strani esperimenti di chimica o perso in interminabili sedute col suo violino, avvolto in una perenne nuvola di fumo, assorto nella beatifica contemplazione di un sentiero infangato percorso da una carrozza e da due serie di impronte di cui saprà decrivere gli autori financo nel colorito e nelle preferenze politiche e musicali... Perfino la cocaina fa una fuggevole comparsa, come un lieve tocco d'ala, quando Watson lo vede così assente da essere quasi sfiorato dal sospetto che prenda qualche droga*. 

Il personaggio cattura l'attenzione, ma farlo lavorare in un romanzo ha i suoi inconvenienti: il Nostro, infatti, ha la deplorevole tendenza a capire chi è il colpevole e come ha fatto a colpire già dopo mezz'ora di indagine. Nei racconti questo va benissimo e lascia il lettore colmo di reverente ammirazione, ma in un romanzo è un bell'intralcio, perché le pagine vanno pur riempite in qualche modo.

Così Doyle elaborò una struttura, non tanto insolita per l'epoca, e con quella si barcamenò in tre romanzi su quattro (Il mastino dei Baskerville è un caso a sé. Un bellissimo caso a sé): si comincia con una introduzione dove Holmes fa qualche gioco di destrezza con tanto di Prodigiose Deduzioni con in più qualche considerazione personale sul pensiero, la mente dell'uomo, la concatenazione degli eventi eccetera (a distanza di più di cento anni, sono sempre interessanti da leggere, e ogni holmesiano è perfettamente in grado di ripeterle a memoria anche all'indietro a semplice richiesta).
Arrivano il cliente o l'ispettore di Scotland Yard con il Caso. Holmes va, esamina il Caso e nel giro di poche pagine comprende chi è il colpevole e come ha fatto ad agire. A quel punto cerca di rintracciarlo (mentre gli ispettori di Scotland Yard si sperdono su piste del tutto improponibili cui restano saldamente attaccati nonostante i garbati tentativi di Holmes di richiamarli all'evidenza dei fatti).
Qualche capitolo se ne va per star dietro a un intralcio particolarmente intralcioso, che blocca Holmes ma annoia discreatamente anche il lettore. Infine gli ispettori di Scotland Yard, molto soddisfatti di sé, sfoderano con fare trionfante soluzioni assai macchinose e con più buchi di un groviera. Holmes li ascolta benevolo, poi schiocca le dita e tira fuori da un cassettino il colpevole vero, che risulta colto di sorpresa esattamente come Watson e i poliziotti. La seconda parte del romanzo comprende un fluviale racconto  dell'antefatto del delitto, ormai vecchio di decenni (storie anche avvincenti, a modo loro, ma del tutto prive della sia pur minima traccia di Holmes) più un breve sunto fatto da Holmes medesimo delle sue deduzioni, mentre il lettore gode voluttuosamente vedendo i funzionari di polizia fare una volta di più la figura di perfetti idioti.
Son libri che scorrono bene, e qualsiasi appassionato del periodo vittoriano li legge volentieri.  Sul piano strettamente holmesiano presentano però un difetto: non c'è molto Holmes.

In Uno studio in rosso (titolo assai suggestivo) assistiamo ad un duplice omicidio che vendica un torto avvenuto in un altro tempo e in un altro spazio. Dell'antefatto Holmes non sa niente, e le sue deduzioni partono da indizi concreti: impronte nel fango, cenere di sigarette, larghezza del passo di una carrozza, andirivieni di cavalli... Catturato l'assassino, il compito di raccontare la storia passata se lo prende l'Autore Onnisciente. Il resto della narrazione è invece affidato al dottor Watson, stimabile cittadino britannico che con grande serenità ed equilibrio ha accettato per decenni di fare la parte del cronista imbecille (in realtà non è affatto un imbecille, bensì una degna persona assai provvista di buonsenso ma che di mestiere fa il medico e non il genio deduttivo). Qui, alla sua prima apparizione, Watson è un po' più malandato e di abitudini più irregolari di quanto sarà in seguito, ma è ancora in convalescenza per vari malanni di guerra. I due formano sin dall'inizio un'ottima coppia, dove Holmes fa quel che gli pare e Watson si adegua senza batter ciglio, purché gli venga garantito il suo posto in prima fila per lo spettacolo, con o senza popcorn; non prende mai appunti, ma di ogni caso è in grado di stilare un bel resoconto preciso, di cui Holmes non manca mai di rinfacciargli (con palese malafede) un eccesso di sensazionalismo.
Il romanzo infatti si chiude con la promessa di Watson di scrivere un accurato resoconto - proposito a cui manterrà fede per la gioia di noi lettori.

A Sherlock Holmes il mio cuore si è legato indissolubilmente da quando avevo tredici anni. E' per me un onore dedicargli questo  Venerdì del libro di Homemademamma.

*Mancano, e mancheranno sempre nel canone scritto, il tradizionale impermeabile giallo e il berretto a scacchi, insieme al celebre "Elementare, mio caro Watson". Ma queste son cose che qualsiasi holmesiano, per quanto minimale, sa benissimo.


martedì 20 novembre 2012

Sulla crociata contro gli insegnanti - 1 - (in ritardo di due anni)

Cavalieri teutoni all'attacco dei russi. 
Non sembrano molto sicuri?
Forse dipende dal fatto che, sotto gli zoccoli dei cavalli, c'era il ghiaccio. Fragile.

L'immondo video col quale introduco questo post non è per tutti gli stomaci, e me ne scuso. Proverò a darne una sintesi per chi preferisce non mettere a rischio la digestione dell'ultimo pasto, e garantisco in supplemento a quei lettori di salda tempra che desiderino cimentarsi nell'impresa di vederlo, a parziale risarcimento del disgustoso spettacolo, una garbata canzoncina-parodia: la celebre Renato Renato Renato con un testo un po' diverso dalla versione portata al successo da Mina.
In cotale video uno dei nostri ex-ministri (non il più competente, né il più alto, né il più solerte ed operoso) straparlava dei tagli del FUS agli Enti Lirici, lodandoli ed esortando i "falsi cantanti, falsi orchestrali e falsi scenografi" ad andare a lavorare, loro che non si sono mai "confrontati col mercato".
La storia risale a un paio di anni e qualcosa fa, e ai miei occhi di melomane ha sempre rappresentato uno dei punti di caduta libera di quello che solo con grande sfoggio di retorica può essere chiamato "governo" invece di "associazione a delinquere". Tuttavia quella specifica comparsata dell'allora ministro mi sfuggì, per buona sorte mia e del mio povero fegato che difficilmente avrebbe retto al colpo.

Ognuno ha i suoi santi speciali sull'altarino. Quanto a me, ho sempre nutrito un incondizionato rispetto per le buone orchestre e per tutti coloro che, a qualsiasi titolo, sono coinvolti nel loro lavoro; inoltre, da cittadina, italiana sono sempre stata fiera non solo delle orchestre italiane ma anche dei cori italiani e financo degli scenografi italiani. Mi sentivo ben rappresentata da loro. Magari la migliore orchestra del mondo non è italiana, ma in Italia ci sono ottime orchestre che brillano di luce propria e sono capaci di splendide esecuzioni.
Ed ecco che arriva un qualsiasi incapace, dal basso di un'ignoranza stratosferica; uno che non saprebbe montare un pannello di scenografia nemmeno per salvarsi la vita (perché, caso mai l'avesse fatto, saprebbe benissimo che è un lavoro, eccome, e pure molto faticoso oltre che complesso e delicato), che non distinguerebbe un clarino da un'anatra e non ha la minima idea di cos'è un cantante, e che si permette di dare di incapaci e sfaticati 
ai nostri orchestrali, e pure di sostenere che non si sono mai confrontati col mercato - balla solenne, perché il Mercato non ha mai mostrato alcuna antipatia per orchestre e cantanti italiani, che partecipano regolarmente ai tour internazionali e incidono CD che vendono all'incirca quanto quelli delle orchestre straniere (il che non è moltissimo, ma questa è un'altra storia).

E' possibile che i fondi del FUS abbiano rappresentato per molti teatri italiani una garanzia che non li ha spinti a cercare nuove strade di possibile guadagno, e che per certi aspetti qualche ritocco ai finanziamenti degli enti lirici (qualche ritocco, non la mannaia che c'è stata) avrebbe sortito effetti positivi spingendoli a sfruttare al meglio le occasioni che potevano presentarsi; ma niente al mondo potrebbe autorizzare nessuno, nemmeno un politico vero o un vero economista, a esprimersi in quel tono su persone di grande competenza e capacità, insultandoli dal basso della sua totale incompetenza e incapacità.

Per cinque anni, nel penultimo governo, l'invidia, il pressappochismo, il livore e la malafede hanno offeso e calpestato un po' tutto quel che gli passava davanti, purché munito di qualche capacità. In effetti, il vero problema degli orchestrali italiani è che, al contrario dei loro ministri, qualcosa in vita loro hanno dimostrato di saperla fare.
Chissà, forse anche gli insegnanti sono afflitti dallo stesso problema? La scuola pubblica, nonostante il nostro continuo flagellarci, stava forse dimostrando un eccesso di efficienza? Soprattutto, un deplorevole eccesso di efficienza rispetto a quella clericale? Noi che ci stiamo dentro vediamo tutto quello che non funziona, soffriamo per tutto quel che non riusciamo a fare, ci angustiamo di non venire apprezzati da tutti. Ma forse anche così, con le aule container, i computer costruiti ai tempi della spedizione africana di Scipione, le cartucce perennemente esaurite, le carte geografiche strappate alle pareti, le biblioteche polverose, con le nomine in ritardo e il riscaldamento a singhiozzo, anche così il problema è che siamo, troppo, diabolicamente efficienti. Forse i nostri ex-ministri erano troppo occupati a ricordarsi la fatica che gli era costata sbarcare un diploma per riflettere sui deficit formativi, organizzativi e didattici di cui la scuola italiana ha sempre sofferto.

Mi ritengo un'insegnante di livello medio, con qualche occasionale puntata verso il medio-alto. Mai e poi mai oserei paragonarmi a un soprano del Maggio Musicale o a un oboe della Scala; nemmeno sotto minaccia di tortura potrei mai affermare che io e Daniela Barcellona abbiamo in comune altro oltre alla cittadinanza italiana e l'appartenere al sesso femminile: laddove lei è uno dei migliori contralti viventi, io posso al più definirmi una modesta mestierante armata di una certa competenza di base, molta buona volontà e un po' di pratica.
Pure, pensare che le crociate isteriche del penultimo governo, a partire dalla prima uscita della Gelmini sul MIUR come stipendificio (dietro suggerimento del perfido Tremonti) mi abbiano accomunato per un breve periodo a tutti costoro è un onore, per quanto immeritato.
(E un'ulteriore, ennesima dimostrazione della totale ignoranza in cui versava il precedente governo).

sabato 17 novembre 2012

17 Novembre 2012 - Festa del Gatto Nero




Ed eccoci una volta in più a festeggiare il nobile gatto nero, bello fra tutti i bei gatti che popolano questo mondo. E per cantarne i pregi, cosa possiamo dire di meglio se non la sua prima, grande e meravigliosa qualità?
Perché un gatto nero è, prima di tutto 
UN GATTO 
e dunque splendido per definizione.
Auguri a tutti i gatti neri, e anche a quelli parzialmente neri o diversamente neri!




giovedì 15 novembre 2012

Finalmente l'occasione per dirlo!


"Prof, qual è la classe che le piace di più in questa scuola?" chiede un primino.
"Ehm, ne conosco solo quattro, quelle dove insegno" tento di svicolare. In realtà ne conosco di più, grazie agli Approfondimenti dell'anno scorso. Ma perché scendere nei dettagli, visto che di due su tre di quelle classi ho un'opinione profondamente negativa?
"E qual è la classe che le piace di più, tra queste quattro?".
Da più di dieci anni aspettavo questo momento, e finalmente i cari e cortesi alunni della Prima d'Ogni Grazia Adorna me lo porgono, su un vassoio d'argento e con le patatine attorno.
Con voce flautata spiego:
"Per un insegnante ogni classe è la classe che gli piace di più, e ogni alunno di ogni classe è il suo alunno preferito".
"Questa è da applauso" stabilisce uno. 
E l'intera classe mi ha applaudito a scena aperta. Per breve tempo, perché sono ragazzi con un grande senso delle convenienze.
E poi la lezione è ripresa.

venerdì 9 novembre 2012

Quando l'automobile uccise la cavalleria - Giorgio Caponetti



Romanzo storico, con leggere venature à la Codice da Vinci, nel senso di interpretare liberamente alcune vicende storiche non del tutto chiare e che in effetti avrebbero anche potuto effettivamente andare come le fa andare l'autore. In tutta sincerità, però, e detto da una lettrice che non conosce bene il passaggio tra XIX e XX secolo in Italia, le forzature sono molto meno lampanti di quelle narrate nel Codice. Diciamo: più probabili del Codice e altrettanto difficilmente provabili.

Il romanzo è lungo, dettagliato e scorrevole, e l'autore scrive senz'altro meglio della media dei romanzieri italiani contemporanei. Le parole non sono mai usate a caso o in modo approssimativo, e anche il titolo ha il suo bel perché.
Si racconta del passaggio epocale che va dai primi aggeggi a motore che sterzavano con l'aiuto di una manovella e gloriosamente sfrecciavano alla media di sedici chilometri all'ora (WOW!) sulle loro tre ruote di gomma piena, fino all'affermarsi dell'automobile come mezzo di trasporto di lusso, con conseguente sparizione delle carrozze a cavalli - diciamo dal 1886 al 1906, e lo si racconta dall'interno dell'alta aristocrazia e dell'altissima borghesia. I tre personaggi principali (storicissimi) sono: il maggiore Caprilli, appassionato di cavalli ed equitazione, che riuscì a rivoluzionare le tecniche di addestramento e di guida della cavalleria militare (fatica quasi inutile perché la cavalleria venne ben presto soppiantata), un ricchissimo e nobilissimo gentiluomo grande amico di Caprilli, Emanuele Cacherano di Bricherasio, che fu tra i fondatori della F.I.A.T. nel 1996, e un tal Giovanni Agnelli, anche lui tra i fondatori della F.I.A.T., che si dimostrò dotato di una bella tempra di imprenditore e uomo d'affari. In mezzo una folla di personaggi meno importanti ai fini della trama ma molto più noti al comune lettore, a partire dal tedesco Benz, alla ricerca dei combustibili più adatti ai motori, continuando col signor Dunlop, che sperimentava gomme vuote, fino a De Amicis e a Pellizza da Volpedo.
Leggendo il libro ho imparato un'infinità di cose, di varia utilità ed interesse: che D'Annunzio montava a cavallo senza stile, che la donna in primo piano nel Quarto Stato di Canizza da Volpedo era la di lui consorte e che il pittore dipinse l'enorme quadro a prezzo di grandi sacrifici perché era povero ed emarginato in quanto socialista, che il quadro faceva una gran paura ai ricchi (che all'epoca si spaventavano facilmente, e con ragione, ma ciò non bastò a spingerli ad essere più ragionevoli), che l'autore dell'abominevole Cuore più avanti diventò socialista e come tale venne pure lui emarginato dagli editori (ma siccome aveva fatto un sacco di soldi con Cuore non divenne mai povero, alla faccia di nobili e borghesi affamatori del popolo), perché la Fiat nacque F.I.A.T. ma oggi si scrive Fiat (fallì e venne rifondata con un nome leggermente diverso: quella di oggi è la Fiat Spa) e tante tante altre ancora.

Il finale ha interessanti sfumature gialle magari completamente false ma che lasciano riflettere. Ancor più però lasciano riflettere altri particolari storici seminati nel libro, che spiegano certe caratteristiche che ancora oggi la Fiat mantiene: un legame piuttosto stretto con il governo, per esempio, o una certa capacità di autotutela, come nel caso di una gara in automobile articolata su più giorni e su un lungo percorso, organizzata dal Club dell'Automobile (dove i dirigenti erano anche i dirigenti della F.I.A.T.) e, guarda un po' i casi della vita, il Club si dimentica di organizzare il rifornimento di benzina ma la provvida F.I.A.T. lo organizza eccome, ma solo per le sue vetture.

Diciamo: un romanzo storico nella migliore tradizione italiana, che parla del passato con tanti possibili agganci al presente - come i Promessi Sposi o Il nome della rosa, tanto per fare due esempi.

Con questo post partecipo ai Venerdì del libro di Homemademamma. Buona lettura e buon fine settimana a tutti noi!

mercoledì 7 novembre 2012

YES, WE CAT!

Rallegramenti a Barack Obama, che ha appena incassato il secondo mandato presidenziale, e rallegramenti a tutti noi italiani che avremo per altri  quattro anni scarse opportunità per esportare la democrazia.


Per fargli i nostri migliori auguri di un quadriennio operoso e proficuo, niente di meglio di un gatto, animale tanto bello quanto accorto. Naturalmente NERO!




Haeretica - Quel caprone di Propp


Giusto per fare un po' di scaricabarile, la definizione non è mia: io in realtà non ho nulla contro lo strutturalismo applicato alle fiabe, né contro lo strutturalismo in generale; anzi l'ho sempre trovato molto interessante da quando l'ho incrociato per la prima volta, giusto alle medie, nell'antologia, e mi affascinano molto quei giochini in cui prendi due storie diversissime e scopri che hanno la stessa impalcatura. 
Di fatto le storie-base sono poche e semplici, e tutti gli autori di tutti i tempi hanno continuato a narrarle e rinarrarle, cambiando qualche dettaglio qua e là: si tratta sempre di vita, di morte, di rinascita, di nascite, di unioni, di separazioni,  di crescita e di passaggi, nelle fiabe come nella mitologia, nei romanzi e nei film; allo stesso modo  mangiamo sempre proteine, lipidi e glucidi, ma l'anatra all'arancia e la mousse di salmone hanno un loro perché, come lo hanno le storie sulla guerra di Troia e Anna Karenina, anche se tutti sappiamo già, prima ancora  di leggere la prima parola, che in guerra si muore e che l'amore può essere un sentimento anarchico e pericoloso.

Dunque Propp ha fatto un lavoro meritorio classificando personaggi e tappe di sviluppo delle fiabe, e non ce l'ho minimamente con lui.
Ce l'ho invece a morte con le antologie per le scuole medie (questa sì che è una novità!) e per come trattano fiabe e mitologia. E mi irrito assai, anche se faccio del mio meglio per non darlo a vedere, quando i miei colleghi danno per scontato che io prenda sul serio le antologie in questione e segua passo per passo il loro approccio a cotali espressioni letterarie, approccio che a me pare delirante in sommo grado.

In primis, ci si aspetta che faccia una gran questione della distinzione tra favole e fiabe, prendendola assai sul serio e aspettandomi che pure gli alunni la tengano in grandissima considerazione come se fosse una cosa importante.
Ma in italiano "fiaba" e "favola" sono sinonimi. Quegli irritanti raccontini di Esopo, Fedro e consimili sono chiamati di solito favole (di solito, ma non sempre), ma Cenerentola, la Bella Addormentata e Biancaneve sono definite sia favole che fiabe con assoluta intercambiabilità - anche perché entrambe le parole hanno la stessa radice e lo stesso significato, derivando entrambi da "fabula" che vuol dire "intreccio, racconto".
E infatti i ragazzi imparano coscienziosamente la differenza e se la dimenticano tre giorni dopo, come ho sempre fatto anch'io.
Del resto, non ho mai capito questa grande indispensabilità di infarcire la mente delle giovani leve con le favole propriamente dette: sono racconti squallidi con una morale meschina e irritante, popolati da grandissimi deficienti del tutto sprovvisti di altruismo e generosità. Non importa leggere le favole, le viviamo ogni giorno.

Le leggi morali all'interno delle fiabe mi piacciono molto di più: lì il protagonista viene ricompensato se nutre la cicala o scalda la serpe in seno, insomma se fa qualcosa di gentile a titolo gratuito, mentre chi si comporta come quella grandissima carogna della formica finisce giustamente male, o comunque non sposa né il principe né la principessa. Inoltre nelle fiabe vige una certa parità dei sessi, perché le eroine fanno all'incirca tutto quello che fanno gli eroi. Insomma, mi sembra un universo molto più decoroso da presentare ad un giovinetto in crescita, senza contare che si lavora sugli archetipi, e gli archetipi ai giovinetti in crescita piacciono molto (anche se non a tutti piacciono le fiabe). Da brava tolkieniana, sono convinta che le fiabe piacciano o non piacciano a seconda dei gusti, e che non sia una questione di età - a me per esempio piacciono e ne tengo diverse raccolte in libreria, e quando le leggo non penso alle funzioni di Propp, di solito - anche se rintracciare i motivi ricorrenti mi diverte molto.
Nelle antologie ci sono sei o sette fiabe (quando va bene), più un gruppo di varianti sul tema (fiabe alternative, fiabe africane che stando alla loro demenziale distinzione sarebbero in realtà favole, fiabe internazionali di solito scelte male) e una valanga di pagine di commento e di esercizi irritanti, oltre alle solite orripilanti illustrazioni - va detto comunque che commenti demenziali, esercizi insulsi e illustrazioni orripilanti ci sono in tutta l'antologia, non solo nella sezione dedicata alle fiabe. Arriva però regolarmente il momento in cui ci si aspetta che il giovane virgulto sappia costruire una fiaba e/o una favola, e tale esercizio gli viene serenamente assegnato, salvo poi lamentarsi che "hanno scritto delle fiabe proprio brutte, e non hanno nemmeno seguito le funzioni di Propp", come se scrivere una fiaba fosse alla portata di tutti. E perché no un'orazione contro Catilina o per Celio, già che ci siamo?

Si arriva poi alla mitologia e all'epica - temi affrontati a volte con grande cautela perché "i ragazzi non sono ancora in grado di capire il concetto di mito" - il che dà per scontato che esista un concetto ben definito e universalmente condiviso di mito da capire una volta per tutte, e beato chi lo conosce.
L'idea che miti e fiabe trattino gli stessi argomenti e spesso raccontino alla lettera le stesse storie non sembra molto diffusa. In compenso tutti sembrano convinti (autori delle antologie in primis) che i miti abbiano una spiegazione, e anzi siano altrettanti tentativi di spiegare i fenomeni naturali (ho sentito ripetermi questa strampalata teoria persino da gente che, avendo frequentato il liceo classico, avrebbe pur dovuto saperne qualcosina di più, e se poi qualuno mi sa spiegare il fenomeno naturale che viene spiegato con le storie di Amore e Psiche o di Orfeo ed Euridice, complimenti sinceri e si faccia avanti a dirlo). Mi rendo conto che per alcuni è importante pensare che ogni religione al di fuori di quella cristiana viva di storielline inventate per tenere buoni i bambini quando fuori piove, ma spacciare questo ripo di pregiudizi per Verità Universalmente Riconosciute mi sembra una vera stupidaggine.

Ad ogni modo, anche ammettendo per assurdo che il rapimento di Proserpina sia stato inventato per spiegare l'alternarsi di inverno ed estate* e che gli antichi, perplessi davanti allo schianto del fulmine, si fossero tranquillizzati dopo essersi spiegati a vicenda che il fulmine c'era perché un dio lo mandava dall'alto (che mi sembra la classica spiegazione che apre molti più interrogativi di quanti ne risolva) resta il fatto che le strutture e i temi dei miti sono proprio gli stessi delle fiabe, tanto che alcune fiabe derivano proprio dalla mitologia - o forse sarebbe più esatto dire che ad un certo punto della loro esistenza hanno preso la forma della fiaba, e in altri momenti quella di mito.

D'accordo, non è necessario fare impazzire i ragazzi con tutti gli intrecci, narrativi e non, legati alla mitologia, soprattutto quella esoterica. Si può anche restare in un sorridente ambito ovidiano, dove le storie vengono semplicemente narrate, con solo qualche spia ogni tanto a ricordarci che quegli déi frivoli e libertini erano anche terribilmente pericolosi, e chiuderla lì - ma per favore la storia dell'interpretazione naturalistica risparmiatecela.
E magari piantatela di espurgare i miti. D'accordo, con quelli greci è difficile, ma volendo ci si può arrangiare. O comunque scegliere. 
Insomma, è proprio necessario, tra tante e tante divine ed eroiche vicende, scegliere quella di Edipo per tirare fuori una storia completamente inventata dove non c'è ombra di violenza e il giovane Edipo si limita ad avere un po' di avventure, peraltro molto noiose, pescate dio solo sa da quale autore minorissimo e ubriaco? Capisco che una storia di parricidi e fratricidi possa disturbare, per tacere dell'incesto, ma allora ripiegate su qualche garbato quadretto alessandrino del genere Aci e Galatea, o su qualcosa che sia più facilmente addomesticabile, come la storia di Orfeo.
E se la mitologia greca vi dà tanta noia che non sopportate di averci a che fare, fate una sezione su qualcos'altro.

*anche se allo stesso modo si potrebbe sostenere che l'alternarsi di inverno ed estate era stata inventata per illustrare meglio la storia del rapimento di Proserpina

lunedì 5 novembre 2012

Manuale del Perfetto Insegnante - Tipologie di Genitori - 1. Il Genitore Ansioso


Venendo ordunque ad esaminare le tipologie più consuete di Genitori, possiamo senz'altro cominciare dal Genitore Ansioso, che è una delle più facili da individuare.
Non sono comunissimi, ma in compenso si assomigliano molto tra loro e, una volta visto uno, è un po' come averli visti tutti.
Il Figlio* del Genitore Ansioso rientra a sua volta in una casistica a sé: si tratta in generale di un carattere non aggressivo, un po' introverso e non propenso alle discussioni. Di solito è anche molto diligente nello svolgimento dei compiti e studia parecchio, con buoni risultati. Non buonissimi, ma buoni. Non appena i risultati calano, sia pure leggermente, il Genitore Ansioso piomba come un falco in Sala Professori. Non si mostra aggressivo, solo ansioso - del resto, è o non è un Genitore Ansioso?
Il voto oggetto della discussione solitamente non è un quattro, e di solito nemmeno un cinque: il vero Genitore Ansioso di solito si muove già con un cinque e mezzo e financo con un sei/sette. Qualora il figlio non abbia la buona creanza di fornire nemmeno un sei/sette, il Genitore Ansioso sarà comunque estremamente assiduo ai colloqui, spesso in modo esasperante.
L'insegnante, una volta esaurito il repertorio del caso - bravo ragazzo assiduo, regolare nel profitto, senza vistosi conflitti - viene tenuto in ostaggio per un tempo interminabile alla ricerca del Problema. Naturalmente, l'unico e vero Problema del Figlio di un Genitore Ansioso è spesso proprio il fatto di avere un Genitore Ansioso, ma un fondo di prudenza trattiene anche i meno diplomatici tra gli insegnanti dallo spiattellare questa ovvia constatazione. Chi mai abbia avuto la sciagurata idea di esternare cotal suo pensiero, ha comunque imparato a sue spese che è del tutto inutile: il Genitore Ansioso si flagellerà a lungo per il fatto di essere Ansioso, continuando a ripetere gli stessi argomenti all'infinito, ma non si schioderà di lì, nemmeno se dietro di lui ci sono decine di genitori che aspettano di discutere di questioni solide e concrete, o semplicemente vengono lì una volta ogni qualche mese per timbrare il cartellino come richiesto dagli usi e costumi scolastici.
Il Genitore Ansioso non si schioda: questa è la sua principale caratteristica. Non ha niente di particolare da dire ma questo niente lo dice una buona cinquantina di volte, con variazioni infinitesimali, e scava e analizza alla ricerca di una risposta, che tarda a venire perché non c'è nemmeno la domanda.
Di fatto, il vero problema del Genitore Ansioso è di non avere niente di particolare per cui essere ansioso in qualità di genitore: la cappa di ansia con cui circonda il figlio e tutto quel che riguarda la scuola inibisce l'emergere di seri conflitti e l'unico problema serio di cui la sua prole rischia di soffrire è una certa ansia da prestazione - moderata, però, perché naturalmente un figlio con la media del nove o del dieci manderebbe completamente nel pallone il genitore. La Pagella Ideale del Genitore Ansioso non va oltre qualche otto, ma il voto preferito è il sette pieno.

Il Genitore Ansioso è indomabile, ma nel complesso innocuo (per gli insegnanti. Per il figlio non  è detto). Passa il suo tempo a farsi delle mostruose seghe mentali al primo stormir di vento, e anche senza stormire alcuno, però non chiede all'Insegnante altro che un orecchio paziente e qualche occasionale risposta rassicurante. Qualsiasi accenno al fatto che il figlio è forse un po' compresso scivola su di lui senza lasciare la minima traccia. E' dunque da escludersi la possibilità di utilizzare l'interminabile tempo dei colloqui per il cosiddetto franco e amichevole confronto - insomma, per parlare effettivamente della creatura in questione, al di là dei suoi sei/sette o dell'occasionale cinque e mezzo. Accetterebbe anche dei compiti supplementari, ma di solito l'insegnante evita di proporli perché gli sembra che il ragazzo di tempo a studiare ne passi anche troppo.

In pratica, il Genitore Ansioso rappresenta principalmente un Esercizio di Pazienza nonché un utile Allenamento alla Noia. Al termine dell'Ansioso Colloquio inoltre l'insegnante può dedicarsi a interessanti riflessioni del tipo "Ma quello lì  l'ha presente cos'è un vero problema scolastico?" oppure "Io non lo reggo più dopo un quarto d'ora. Come farà a reggerlo il povero figlio?".
Entrambe le domande presentano risposte inquietanti.

*o Figlia, naturalmente. Tutto quanto è scritto vale in modo perfettamente equalitario per maschi e femmine. Parimenti, la casistica del Genitore Ansioso è rigorosamente unisex, e se l'impressione esterna è che prevalgano le Madri ansiose, ciò dipende esclusivamente dal fatto che tuttora i colloqui con gli insegnanti sono gestiti in prevalenza dalle madri.

venerdì 2 novembre 2012

Haeretica - Su Halloween e il Satanismo e le Feste Importate e i Rompiscatole Che Non Gli Va Mai Bene Niente, ma Proprio Niente Niente



Per quelli della mia generazione Halloween è arrivato attraverso i Peanuts, quando Linus aspettava il Grande Cocomero in un orto di cocomeri sinceri (o era un orto di vere zucche? Ah, i misteri degli adattamenti... perché qualcuno si era messo in testa che, non sapendo nulla il lettore medio di Halloween, per lui aspettare il Grande Cocomero risultasse più comprensibile). Poi c'erano quei film americani per ragazzi, dove ogni tanto la sera i bambini si vestivano da scheletri e fantasmi e andavano a chiedere dolcetti ai vicini.
Con il passare degli anni Halloween è approdato anche da noi, con il suo corredo di zucche intagliate e mangiate (ebbene sì, anche in Italia abbiamo le zucche. E un sacco di ricette con la zucca, anche. Cuciniamo la zucca in tutti i modi, dall'antipasto al dolce), e bambini che si riuniscono per festeggiare (non più solo bambini, sta salendo verso gli adolescenti, mi sembra) e portacandele a forma di zucca e ragni di gomma e... botti. Tanti botti - ecco, dei botti farei volentieri a meno, potendo. Eppure sono una tradizione molto nostrana. E pure cretina, secondo me.

Siccome è imperativo categorico che, quando qualcuno si diverte, ci deve per forza essere qualcun altro che depreca, specie quando chi si diverte appartiene alle giovani generazioni, notoriamente debosciate e prive dei requisiti etici minimali, anche Halloween è oggetto di molte polemiche, imperniate principalmente sul fatto che "non è una festa della nostra tradizione" e che "incita al satanismo".
Ora, sul fatto che le zucche intagliate non appartengano alle nostre tradizioni si può anche essere d'accordo, nel senso che non le abbiamo inventate in Italia. Ma non so perché dovrebbe essere un problema, dal momento che siamo pieni di cose che non facevano parte delle nostre tradizioni... prima di entrarci (l'albero di Natale e le vacanze al mare, per dirne due. Per tacere del cioccolato in tazza). Sul fatto che sia un male accogliere nella nostra vita elementi nuovi solo perché non li abbiamo inventati noi, mi permetto di dissentire: se gli uomini avessero rifiutato per principio di accogliere nella loro vita elementi esterni, saremmo ancora tutti nelle caverne a nutrirci di vermi crudi e bacche selvatiche (tranne quelli che per primi scoprirono il fuoco e che mangerebbero vermi lessi e bacche selvatiche bollite, che se vogliamo non è neppure un miglioramento stratosferico).
Detto questo, la Festa dei Morti fa parte, eccome, del nostro retaggio culturale, e infatti siamo pieni di biscottini e dolcetti vari chiamati "ossa dei morti" "fave dei defunti" e simili, uno più italiano dell'altro.
Di fatto, una festa come Halloween ce l'hanno tutte le culture: Halloween è la notte in cui si aprono i cancelli che normalmente separano i vivi dai morti, sia i morti buoni che ci proteggono, sia i morti cattivi di cui aver paura - e in certi casi non è una notte, ma un periodo più lungo (c'è una zona, mi pare in Abruzzo, dove dura ben dieci giorni). Altri paesi hanno date diverse, ma un giorno, o meglio una notte in cui le porte si aprono c'è sempre, anche se non sempre si richiudono all'alba del giorno seguente.

In epoche molto lontane la Chiesa scelse di commemorare una speciale categoria di defunti, ovvero martiri e santi, guida, aiuto ed esempio per tutti i fedeli nelle tribolazioni della vita; per farlo scelse il 1 Novembre, che era la data di un'antica festa celtica, il noto Samhain. In seguito i monaci cluniacensi estesero la commemorazione dei morti al 2 di Novembre, tanto per lasciare un po' di spazio anche a chi non era stato santo né martire  - ma magari i figli avevano piacere lo stesso di ricordarlo. 
Niente di strano, in questo: le feste più importanti del calendario cristiano sono tutte nate dalle ceneri di feste di altri culti, a loro volta nate in omaggio al ciclo delle stagioni. E così i Morti arrivano alle porte dell'inverno, quando le giornate accorciano e le notti diventano lunghe e il cielo piange; Gesù nasce insieme all'anno nuovo e muore e risorge in primavera perché in primavera la vita risorge; la Madonna, madre per eccellenza, è festeggiata a Maggio perché a Maggio i parti sono assai frequenti, eccetera eccetera. Oppure, se vogliamo vederla in modo meno semplicistico, ci sono dei momenti dell'anno in cui si è particolarmente inclini a festeggiare, per motivi agricoli, stagionali e pure di bioritmo, e lì cadono le feste, cristiane e non cristiane, con la stessa naturalezza con cui le uova scocciate cadono in una ciotola. Uno di questi momenti è il punto in cui l'autunno si avvia verso l'inverno.

Quanto al satanismo (che fa parte delle tradizioni cristiane, anche perché lo hanno inventato i cristiani, non certo i pagani), la questione è lunga e complessa, e soprattutto ricolma di perversione: ai miei tempi i detrattori del satanismo passavano i pomeriggi ascoltando alla rovescia i dischi, soprattutto quelli di hard-rock, e assicuravano che ascoltandoli con attenzione (e rovinandoli in modo irreparabile, immagino) si sentivano i riferimenti a Satana e i cantanti che proclamavano di adorarlo - e come facessero, costoro, a cantare alla rovescia nessuno l'ha mai saputo spiegare. In seguito sono arrivati i CD, che non possono essere suonati alla rovescia, ma i satanisti hanno continuato la loro discutibile attività, trovando tracce di riferimenti satanici in Harry Potter, nei cartoni della Disney, nella cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Londra e in un sacco di altre situazioni insospettabili - e davvero è triste vedere gente così indemoniata e ossessionata da perdere il suo tempo a cercare possibili tracce infinitesimali del demonio in una zucca intagliata o in un brano dei Black Sabbath in un mondo che, volendo, offre esempi ben più appariscenti di un eventuale forza malefica al lavoro; ed è assai pauroso pensare che sia gente che cammina in mezzo a noi. Cosa c'entri però Satana con nostra sorella morte corporale, dalla quale null'omo vivente può scampare non mi è molto chiaro; il problema è che non sembra essere molto chiaro nemmeno a loro.

In conclusione: la Morte spesso fa paura, per cui festeggiarla è comunque una buona idea. Magari, mentre danza, si dimentica di noi? Branduardi qualche anno fa ci fece su una bella canzone (che fa parte della tradizione italica, anche se la base musicale mi pare sia francese). 
E la zucca è buona.
E per i bambini qualsiasi scusa è buona per ingozzarsi di dolcetti.
Sarà il demonio, che li istiga a preferirli alle verdure lesse e scondite?
Chissà...