Il mio blog preferito

martedì 31 dicembre 2013

La notte del passaggio




Felice ultima notte dell’anno  e possano gli unicorni guidarci verso il migliore degli anni possibili

Non siamo noi, bensì quelli che verranno dopo di noi, a creare le leggende sui nostri tempi

La pergamena dove Isildur descrive l'Anello, antica testimonianza di un evento scivolato pian piano nella leggenda, svolge un non piccolo ruolo nel romanzo

Eomer di Rohan è uomo concreto e sensato, al punto da inghiottire senza difficoltà sia la ricomparsa improvvisa di un erede di Isildur (con tutte le conseguenze che la cosa si porta dietro) sia la reale esistenza della Signora del Bosco d'Oro, nota a Rohan solo dalle antiche storie. Gli uomini di Rohan infatti sono saggi ma non dotti; non scrivono libri ma cantano canzoni; e Eomer si rende conto che quando i tempi sono strani, come quello che stanno vivendo sogni e leggende divengono realtà e sorgono dall'erba dei prati
Tuttavia anche per i cavalieri di Rohan c'è un limite, e curiosamente questo limite arriva quando Aragorn cita gli hobbit, detti anche Mezzuomini.
"Mezzuomini!" esclama ridendo un cavaliere "Ma è soltanto un popolo di piccoli esseri di cui parlavano vecchie canzoni e leggende del Nord. Stiamo camminando in un mondo di favole o su verdi praterie alla luce del sole?".
Aragorn, che di certe cose si intende perché è nato in una leggenda, ha vissuto  circondato da leggende e ne sta pure realizzando alcune, soprattutto nel tentativo di rimediare a un errore commesso da un suo leggendario antenato riguardo a un piccolo oggettino d'oro, non ha difficoltà a spiegare che una cosa non esclude l'altra perchè non siamo noi, bensì coloro che verranno dopo, a creare le leggende sui nostri tempi, e del resto le verdi praterie sono ottimi argomenti per una favola, anche quando vengono calpestate alla luce del sole.
Leggende, favole e realtà sono qui equiparate e infilate in un unico calderone - quello stesso calderone dove, secondo Tolkien, elementi reali e spunti narrativi ben fusi producono alla fine le storie, che nascono e si evolvono con un percorso tutto loro*.

Undici giorni dopo, in cima alle scale di Cirith Ungol, giusto prima di entrare nella Terra di Mordor, Frodo e Sam discutono lo stesso argomento, ma con una visuale più ampia - perché ormai hanno capito benissimo di essere dentro a un futuro racconto eroico, e hanno anche capito come nascono, questi racconti: semplicemente, i protagonisti ci si trovano in mezzo. Spesso hanno la possibilità di tornare indietro, non una ma molte volte, ma noi conosciamo le storie di chi non l'ha fatto, ed ha proseguito, non tutti verso una felice fine, o comunque non verso quella che i protagonisti di una storia chiamano una felice fine come è stato per Bilbo (ma sappiamo che anche per lui la fine non è stata poi così felice); e le storie con una fine felice sono quelle magari migliori da vivere ma probabilmente non sono quelle migliori da ascoltare.
A quel punto della vicenda né Sam né Frodo sanno ancora in quale delle due categorie sono finiti (anche se di lì a poco Frodo comincerà a chiarirsi le idee in proposito) ma è così che accade nelle storie vere: Tu potresti sapere o indovinare di che genere di storia si tratta, se finisce bene o male, ma la gente che la vive non lo sa, e tu non vuoi che lo sappia. E loro due, osserva Frodo, sono proprio nel punto peggiore della storia, quando il bambino chiede al padre "Chiudi il libro adesso, non ho più voglia di leggere". Anche se Sam è sicuro che non chiederebbe mai una cosa dl genere perché ciò che è passato e finito e fa parte di un lungo racconto è ormai diverso.

In principio dunque è la vita, e chi la vive procede a tastoni, non ha letto il libro, non sa la trama e si arrangia come può. Altri verranno dopo, riordineranno il materiale e gli daranno la giusta direzione (un problema che Tolkien conosce bene, perché proprio scrivendo il seguito de Lo Hobbit ha capito che il punto centrale della storia non era quello che aveva immaginato all'inizio). E magari perfino Gollum potrebbe venire bene, in una favola, osserva Sam, e si domanda se in quel caso si vedrebbe come l'eroe o il cattivo; ma molto giustamente Gollum non risponde ed anzi è scappato ben lontano da questo tipo di discorsi: perché in tutti i casi la sua parte è spiacevolissima da vivere dall'inizio alla fine - e quanto a dire se è l'eroe o il cattivo, non ci riesce nemmeno l'autore, e figurarsi lui.

Le storie nascono dalla vita, dunque; ma nascono anche come prosieguo di altre storie, anche lì seguendo un corso imprevedibile a tutti (...autore compreso...). E non hanno mai fine. Quella che i due hobbit stanno vivendo è il seguito della storia di Bilbo, ma anche di Sauron e di Isildur; e con loro ad aiutarli c'è una scintilla della luce del Silmaril, e Silmaril vuol dire anche Beren e Luthien (e la famiglia di Aragorn al seguito), la luce degli alberi di Arda, la creazione di Arda...    davvero la Via prosegue senza fine, lontano dall'uscio da cui parte, e chi imbocca il sentiero lo fa a suo rischio e pericolo, senza sapere dove andrà.

*così spiega Tolkien nel saggio Sulle fiabe che la maggior parte dei tolkieniani e la quasi totalità dei critici letterari sembra non avere ancora digerito a dovere - mai capito perché, dal momento che la tesi di base mi sembra tanto concreta quanto sensata. Forse che tra i miei antenati c'è qualche cavaliere di Rohan?

domenica 29 dicembre 2013

Percorrendo la Contea


Per tutto Lo Hobbit  Bilbo sogna e rimpiange Casa Baggins come la fonte di ogni piacere e confort; e quando, finalmente, dopo lunghe avventure e prove di ogni tipo, che comprendono anche  un'infinità di pasti saltati, riesce a tornarci... la trova completamente messa a soqquadro, con un asta in corso dove vendono i suoi beni dopo averlo dichiarato morto.
Non proprio un ritorno tranquillo, ecco, e sarà un lavoro lungo e complesso recuperare tutto quanto e rimetterlo al suo giusto posto; parecchie cose, in realtà, le dovrà addirittura ricomprare.
Un finale curioso, per un libro di quel tipo. L'Eroe è tornato a casa, con una piccola ricompensa (piccola solo perché non ne ha voluta una più grande) ma in sua assenza il mondo si è mosso, e non in modo a lui favorevole. Anche se poi, certo, con un po' di lavoro tutto torna come deve.

Ma quando i quattro hobbit tornano a casa nel Signore degli Anelli, con addosso i segni tangibili dell'amicizia e della profonda riconoscenza dei più importanti sovrani della Terra di Mezzo, quel che ritrovano è infinitamente peggiore. Casa Baggins è una tomba spoglia, dove è successo ben di peggio che il furto di qualche pezzo di argenteria, e addirittura  l'Albero della Festa è stato abbattuto (vedendolo Sam piange, ma anche il lettore, o comunque la lettrice, sente qualcosa spezzarsi dentro) e questo è ancora il meno: è tutta la Contea che è stata violata e devastata. Gli hobbit hanno visto andare in pezzi il loro pacifico e prospero mondo e sono stati privati della loro libertà - una libertà quietamente autogestita, una quasi completa anarchia dove un sindaco e pochi Guardiani ai confini bastavano e avanzavano per regolare una terra senza conflitti. 
Pochi mesi sono bastati per trasformare la Contea in una terra squallida e miserabile, a dimostrazione di quanto libertà e benssere vadano custoditi con cura vigile e armata.
"Erano protetti, ma lo dimenticarono".
Una strana dittatura assolutista (qualche critico ha detto fascista, qualche altro comunista, ma sempre con scarsi elementi) dove è scomparsa ogni forma di bellezza, ogni traccia di prospera abbondanza, ogni piacere, e pochi malviventi della Gente Alta hanno facilmente avuto ragione dei pacifici e piccoli hobbit. 
All'inizio sembra un disastro irreparabile.
Qua e là però rimangono focolai di resistenza, primi fra tutti i Grandi Smial dei Took. Lo squillo del corno di Rohan, regalo d'addio di Eowyn a Meriadoc, li chiama a raccolta. In breve gli invasori vengono cacciati, Saruman (sì, proprio lui. Un bell'abbassamento, da Capo del Bianco Consiglio scelto dai massimi saggi della Terra di Mezzo, a Capo della Contea insediatosi con la violenza) e Vermilinguo sono uccisi; il resto dei danni verrà riparato dai laboriosi hobbit nel giro di poco più di un anno, Casa Baggins rimessa a puntino, e l'albero della festa sostituito niente di meno che da un mallorn, albero dei fiori d'oro regalato da Galadriel in persona a Sam. Anche stavolta tutto torna come prima, salvo qualche ritocco in meglio. Infine ritornano anche le reti protettive, e Aragorn provvede a rinsaldarle, fino a estendere anche a lui stesso medesimo il divieto per la Gente Alta di entrare nella Contea (con grande disappunto degli hobbit, immagino).

Le pagine dedicate alla riscossa della Contea risvegliano la speranza: ci sono tanti tipi di forza, non tutti malvagi, il buon senso e la gioia di vivere possono prevalere sempre, e i danni si riparano quasi sempre, anche i peggiori, anche quelli all'apparenza senza rimedio. Ma il messaggio è doppio: la bellezza e la libertà vanno custoditi con vigile cura, e davanti al tradizionale latte versato piangere non serve a nulla, mentre un'accorta operosità è al contrario di grande aiuto. La vita a volte va in pezzi, ma i pezzi si possono sempre ricomporre.
Certo, c'è sempre un prezzo per tutto. Questa volta il prezzo lo pagano Bilbo e Frodo: qualcuno deve rinunciare alle belle cose perché altri possano goderne. Le ferite inferte da Saruman guariscono in fretta, ma le ferite causate dall'Anello vanno molto più a fondo.
Per gli altri, comunque, le cose alla fine si aggiustano proprio bene.

mercoledì 25 dicembre 2013

martedì 24 dicembre 2013

Notte di Natale 2013




Auguri 
per una felice notte di Natale 
e possano le renne portarvi 
i più ricchi doni 
(deduttivi o induttivi poco importa)
e le più brillanti soluzioni per ogni problema

Arrivano le aquile!


Altro tema che Il Signore degli Anelli  riprende dallo Hobbit sono le aquile, note tra i fan anche come Gwaihir Airlines.
In realtà nello Hobbit non sembrano affatto una compagnia di aerotaxi: intervengono una prima volta, quando Gandalf e i nani e Bilbo si trovano assai a mal partito davanti a un attacco incrociato di lupi e orchetti (che verrà replicato con una certa fedeltà nel Signore degli Anelli presso le porte di Moria, ma senza alcun intervento aquilano). In ricordo di un antico debito di riconoscenza con Gandalf il Signore delle Aquile e i suoi portano via la Compagnia, la ristorano sui loro nidi con spiedini arrosto e li ospitano per una notte. 

Le aquile ricompaiono  poi nella Battaglia dei Cinque Eserciti ed è Bilbo che le annuncia gridando; ma non vengono per fare servizio di trasporto, vengono per combattere e lo fanno anche con una certa energia. Bilbo però lo sa solo per sentito dire, perché proprio mentre grida che le aquile stanno arrivando viene colpito e perde conoscenza.

Nel Signore degli Anelli invece facciamo la conoscenza con Gwaihir, il miglior aerotaxi con le piume. E' un servizio di cui Gandalf sembra avere l'esclusiva: Gwaihir infatti è specializzato nel ripescare lo stregone quando è bloccato in qualche luogo alto, che sia la torre di Orthanc o il pinnacolo di Zirakzigil.
Verso la fine del libro le aquile partecipano al Grande Bluff, ovvero la battaglia davanti al Cancello Nero improvvisata da Aragorn e Gandalf per tentare di guadagnare un po' di tempo a Frodo e Sam. Vengono per combattere contro i Nazgul, ma i Nazgul scappano davanti a loro: giusto in quel momento Frodo si è arrogato l'Anello e improvvisamente i Nazgul scoprono di avere qualcosa di molto più importante da fare che combattere ai cancelli di Mordor: salvare l'Anello e loro stessi e Sauron.
Non arriveranno in tempo, naturalmente  - proprio non sarebbe possibile - e si dissolvono nell'aria. Gwaihir e due delle sue aquile più veloci invece ricoprono per l'ultima volta la funzione di aerotaxi per amore di Gandalf: stavolta c'è da salvare niente meno che i due Portatori. Arriveranno in tempo; appena appena in tempo, ma comunque in tempo, prima che la corrente di lava ingoi i due hobbit.
Un'altra aquila, il giorno dopo, va a portare la bella notizia a Minas Tirith, e per l'occasione le rende il suo antico nome: Minas Anor, la Torre del Sole: Cantate, gente della Torre di Anor, perché il regno di Sauron è finito per sempre.





Il regno di Sauron dunque è finito per sempre; e tuttavia c'è qualcosa che non avrà mai fine, ed è l'eterna, esasperante domanda "Ma perché non mandano l'Anello con le aquile al Monte Fato? Risparmierebbero un sacco di tempo e di fatica" - con l'aggiunta, da quando è uscito il primo film de Lo Hobbit, della domanda analoga "Ma perché le aquile, ormai che ci sono, non portano Bilbo e Gandalf e i nani direttamente a Erebor?".

Ora, a parte che a me non sembra cortese starsi a lamentare perché chi ti ha sottratto da morte certa non si è anche premurato di risparmiarti la seconda parte del tuo viaggio, del quale viaggio a lui importa men che zero; dicevo, a parte questo, le aquile avrebbero in effetti potuto portare Bilbo e i Nani su Erebor senza altro rischio che quello di affaticarsi; poi sarebbe stato affare dei nani decidere come cavarsela senza provviste e senza abiti pesanti.
Ma l'idea di far viaggiare le aquile nello spazio aereo di Mordor, ad ali spiegate verso il Monte Fato, è semplicemente criminale: le poverette sarebbero state avvistate nel giro di pochi minuti, fermate, abbattute, perquisite... sciocchezza per sciocchezza, tanto valeva spedire un pacchetto con l'Anello al sig. Sauron, Torre Oscura, Mordor, almeno si sarebbero risparmiati (per davvero) tempo e fatica, non solo ai protagonisti ma anche a Sauron e ai Nazgul.

lunedì 23 dicembre 2013

Finalmente l'occasione per farlo!


Strano ma vero, l'ultimo giorno di scuola funzionavano sia la LIM che il collegamento in rete (ADSL, nientemeno). Così ho deciso di rallietare gli alunni della Terza Effervescente con il Laboratorio di Storia*, sospeso ormai da diverse settimane per cause tecniche (e perché volevo fare un giro di interrogazioni).
Inizio con i primi venti minuti di Tempi moderni, perfetti per spiegare come funziona(va?) la catena di montaggio.
Poi l'inno dell'URSS, cantato dall'Armata Rossa e corredato di varie foto della seconda guerra mondiale. No, non abbiamo fatto la seconda guerra mondiale, e nemmeno la prima, però ogni scusa è buona per me per sentire l'inno russo, che è un bel pezzo trascinante. E poi Rosvita da due settimane mi chiedeva un inno, uno qualsiasi, anche nei momenti meno opportuni (e sapendo benissimo che erano i momenti meno opportuni, aggiungo). E abbiamo parlato parecchio di comunismo.

Infine Rossini. 
Cosa c'entra Rossini?
C'entra, c'entra.
"Alla fine del primo atto delle opere buffe l'azione finiva sempre con un coro in cui tutti i personaggi erano in scena e si dichiaravano sorpresi e storditi da quanto stava succedendo. Poi calava il sipario. Questo è il finale del primo atto del Barbiere di Siviglia. Eccovi il testo" (segue distribuzione di fotocopie).

Mi par d'essere con la testa
in un'orrida fucina,
dove cresce e mai non resta
delle incudini sonore
l'importuno strepitar.
Alternando questo e quello
pesantissimo martello
fa con barbara armonia
muri e volte rimbombar.
E il cervello, poverello,
già stordito, sbalordito,
non ragiona, si confonde,
si riduce ad impazzar.


Spiego qualche parola poi aggiungo "Ho scelto questo coro perché descrive perfettamente lo stato d'animo in cui ogni insegnante si ritrova alla fine di una lezione con voi".

Finito il coro suona la campana. Li lascio allegramente carichi e in piena effervescenza, più che pronti a far impazzare il cervello (poverello) del prossimo sventurato insegnante che si accinge a darmi il cambio; naturalmente non senza avergli fatto i miei migliori auguri di buone feste.
Ricambiano gli auguri.

*ovvero una selezione di video, di solito pescati da YouTube, più o meno attinenti al periodo storico affrontato al momento.

domenica 22 dicembre 2013

Il Custode Tibetano (e l'insegnante fondamentalista)


Il Custode Tibetano di St. Mary Mead in realtà non è tibetano, e purtroppo non è nemmeno un custode, bensì uno di quegli individui che prestano lavori socialmente utili e forniti dal Comune per ovviare alla pesante mancanza di custodi che in questi anni affligge le scuole di St. Mary Mead nonché di tutta Italia.
La prof. Casini ci ha raccontato una di lui biografia abbastanza completa (ma non sappiamo quanto attendibile, venendo dalla prof. Casini, abilissima nel drammatizzare qualsiasi voce le arrrivi, e ad inventare quelle voci che per avventura non le arrivano) che comprende tra l'altro una madre indiana e un soggiorno in India durato parecchi anni.
Quel che è certo, comunque, è che il nostro custode simil-tibetano si tiene occupato nelle ore di inattività con testi sapienziali indiani ed è di una cortesia e di una pazienza davvero degna di un illuminato. Saluta tutti a mani giunte e chinando la testa (che, al momento dell'uscita, non è affare di poco conto) e a tutti noi, senza distinzione di grado e di età, ha fornito la lettura del nome, seguendo principi musical-sillabici che niente hanno a che spartire con le consuete etimologie. Ad esempio io sono "Colei che porta le cose a fioritura e compimento", mentre la Casini è "Colei che apre e avvia i percorsi". Tutto questo lo ha fatto anche per i ragazzi, quando sono andati a chiedergli il significato del loro nome - e, ovviamente, ci sono andati tutti.
Si tratta insomma di una persona davvero fuor dal comune, con una prospettiva originale e fresca su tutto, e nel giro di pochi giorni ci ha conquistati. Quasi mi trema la mano sulla tastiera a scriverlo ma... ebbene, perfino la prof. Casini non soltanto non ha ancora detto nulla contro di lui, ma addirittura è stata sorpresa più volte a dirne bene in pubblico (e la prof. Casini che dice bene di qualcuno, garantisco, non è cosa che si veda tutti i giorni; anzi io non l'ho vista mai, anche se va considerato che sono stata a St. Mary Mead solo per sei anni).

L'ultimo giorno di Natale l'ha passato con un pacco di mandala da colorare su fogli in A4 da una parte e fronde varie dall'altra. Ha arrotolato i mandala, ci ha messo dentro ramerino e foglie di bambù, poi ha infiocchettato il tutto. Alla quarta ora è passato per le classi, un mandala per ogni alunno (e non siamo una scuola-formicaio, ma abbiamo comunque le nostre nove classi con una media di venti alunni l'una). E per le insegnanti? Niente mandala, ma altre foglie e un bastoncino d'incenso.
Ci ha spiegato la funzione delle varie erbe per la meditazione e ci ha fatto gli auguri per il Solstizio d'Inverno, che sarebbe stato quella notte. Naturalmente applausi e ringraziamenti si sono sprecati.
Personalmente sono molto contenta che la scuola abbia acquistato un tocco di spiritualità. Anzi, sembra che siamo contenti un po' tutti.
Tranne il nuovo insegnante di Religione.

Costui, detto per inciso, deve aver ingoiato un serpente a sonagli senza essere mai riuscito a digerirlo a dovere. Sta di fatto che non gli va bene niente di niente, compreso il custode tibetano che, secondo lui, non dovrebbe parlare con i ragazzi. No, non durante le lezioni: durante l'intervallo, quando i ragazzi gli si affollano intorno come api all'alveare. E' perfino andato dalla vicepreside a sporgere doverosa lamentela; la cattolicissima vicepreside però lo ha mandato con molto garbo a spagliare, e adesso il Serpente si è un po' calmato.
I ragazzi hanno invece avviato la consueta processione in Segreteria per cancellarsi dall'ora di religione, ma pare che ad anno scolastico iniziato non si possa più.

Il Custode Tibetano non sembra molto preoccupato da tutto ciò. Continua a inchinarsi a mani unite quando passiamo, ma non disdegna di occuparsi anche di incombenze terrene quali pulire i pavimenti.

venerdì 13 dicembre 2013

Lo schiaccianoci. Una fiaba di Natale - E.T.A. Hoffmann + Alexandre Dumas



Siamo ormai sotto Natale e ormai da più di un secolo una delle colonne sonore più classiche del Natale è quella dello Schiaccianoci, balletto in due atti composto da Chajkovskj nel 1892. 
Si tratta di un balletto di assai grande e colorato effetto, dove non si risparmiano fiocchi di neve e piogge di fiori, costumi colorati e complicatissime acrobazie sulle punte, funghetti e dolcetti e danze tradizionali dei più vari paesi.
A teatro dura un'ora e mezzo più intervallo, ma Chajkovskj ne trasse anche una suite di una ventina di minuti, che è quella che più facilmente si ascolta su disco. Quasi sempre però, sotto Natale, qualche corpo di ballo ex-sovietico arriva nelle  città italiane e lo danza per la gioia dei bambini (e soprattutto delle bambine che spesso attraversano una breve fase in cui sognano di fare la Fata Confetta) e di chi, come me, adora ogni singolo attimo di questo balletto.
La storia è ambientata alla vigilia di Natale, in una famiglia più che benestante. Un grande albero di Natale in fase di decorazione troneggia sullo sfondo, parenti e amici passano a trovare la famiglia e lasciano regali per i bambini;  uno di questi regali, consegnato dal padrino della figlia maggiore Clara, è un grosso schiaccianoci di legno in forma di ufficiale, con divisa colorata e aria intrepida e fiera. Nel corso della serata, a forza di schiacciare noci, lo schiaccianoci si rompe ma il padrino lo aggiusta. Infine tutti vanno a dormire MA nella notte Schiaccianoci è attaccato da dei cattivissimi topi, uno dei quali è il padrino, o almeno sembra, forse, chissà, che sia lui. Clara interviene e con un colpo di pantofola sconfigge il topastro cattivo. Per riconoscenza Schiaccianoci, che da pupazzo di legno è diventato un bel giovane finalmente libero da una crudele maledizione grazie al coraggioso intervento della ragazza, la porta nel paese di cui è principe. I due danzano e guardano danzare, fanno un bellissimo passo a due dopo il celeberrimo Valzer dei Fiori e finiscono il balletto da innamorati.

Messa così la trama ha diversi punti oscuri, primo fra tutti il ruolo del padrino che di giorno è una persona gentile e molto apprezzata da tutta la famiglia di Clara e di notte si trasforma in malvagio topastro. Quando si arriva alle fonti letterarie però le cose diventano ancora meno chiare, perché Clara, che nei racconti si chiama Marie... ha nove anni, e il suo matrimonio col principe avviene, con regolamentare consenso dei genitori, un anno dopo gli avvenimenti ivi narrati, per tacere di un sacco di altre questioni che riguardano, tra l'altro, statuine di zucchero e una noce impossibile da schiacciare.

Due anni fa l'editore Donzelli decise di fare un'opera meritoria agli occhi dei fanatici-da-Schiaccianoci nelle cui file mi vanto di militare sin dalla più tenera età, e ha raccolto in un libro entrambi i racconti dai quali il balletto, in maniera piuttosto libera, trae spunto.
Il primo racconto è di E.T.A. Hoffmann, si intitola Schiaccianoci e il re dei topi e risale al 1816. Nel 1845 Alexandre Dumas riscrisse la storia in francese col titolo Storia di uno schiaccianoci cambiando un po' la trama e, ufficialmente, fornendo a Chajkovskj la storia per il balletto - anche se il minimo che si può dire è che nel balletto ci sono stati un bel po' di ulteriori cambiamenti. 
Il libro è poi impreziosito da ben 62 bei disegni originali (e in parte a colori) di Aurelia Fronty. Il bel volumetto che ne viene fuori costa sui 24 euro. Sarà un regalo gradito a qualsiasi fanatico/a dello Schiaccianoci a prescindere dall'età e le illustrazioni sono comunque molto carine. Inoltre, averlo in casa vi lascerà la rasserenante certezza di potervi togliere in ogni momento qualsiasi dubbio sulle origini della storia di Schiaccianoci che rischi di turbare la quiete del viver vostro.

Detto questo, prima di ammanirlo a un bambino che dello Schiaccianoci si interessi il giusto, e soprattutto che non sia un robusto e assai paziente e onnivoro lettore, ci penserei bene tre volte e poi non ne farei di nulla. Hoffmann e Dumas sono senza dubbio grandi scrittori, e l'arte di intrattenere i lettori non gli manca di certo, ma per leggere queste due lunghe fiabe ci vuole una certa dose di pazienza perché l'estrema zuccherosità (l'aggettivo non è scelto a caso) della storia può seriamente mettere a rischio non solo la dentatura del destinatario, ma anche la sua sopportazione. Diciamo che è un caso in cui gli anni si sentono, e il lettore ideale per questo libro è adulto e piuttosto resistente.

E' uno sconsiglio? Assolutissimamente no. Come ho detto, per gli appassionati del balletto sarà un dono più che gradito, ancor più se in casa ci son dei bambini o dei ragazzi parimenti appassionati.
Caso mai qualcuno volesse osservare che, a quel punto, il target dei destinatari non sembra vastissimo non potrò che dargli ragione. Io, comunque, ne ho tratto gran piacere e sono molto lieta di averlo nella mia libreria - sezione musica.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone feste e soprattutto un felice pre-Natale adeguatamente zuccheroso a tutti gli altri partecipanti e a chiunque passi di qua. Possa la Fata Confetta coprirvi di dolci!

mercoledì 11 dicembre 2013

Di ragni, di pungiglioni e di stelle (A Elbereth Gilthoniel)

Gordon Sumner, in arte Sting, è una stella del rock che ci ha donato splendide canzoni in cui ha parlato di vari argomenti, comprese le tartarughe azzurre, ma mai di ragni - e non è che uno dei suoi molti pregi. Questo post non parla di lui; per chi vuole, però, qui c'è una canzone.

Qualcuno (e mi dispiace molto non ricordare chi) ha scritto che Il Signore degli Anelli, più che un seguito de Lo Hobbit, è una riscrittura, e in In effetti le due strutture si somigliano davvero molto. Ma c'è di più: abbiamo delle somiglianze anche con il terzo libro che Tolkien ha dedicato alla Terra di Mezzo, ovvero l'incompleto Silmarillion, bloccato dopo la morte dell'autore in una forma che non era e non poteva essere quella definitiva, anche perché in fondo Tolkien una forma definitiva al Silmarillion non l'ha mai data, e forse non ha nemmeno mai davvero voluto completarlo (altrimenti, vien da supporre, l'avrebbe completato).

E qual è il punto in comune tra i tre libri?
Forse gli elfi?
Beh, sì, gli elfi ci sono in tutti i tre libri, ma fare un libro sulla Terra di Mezzo senza elfi non sarebbe semplice.
Oppure l'accentramento su un gioiello di tal valore che sarebbe impossibile dargli un prezzo?
Ah, certo, anche quello, ma in fondo nello Hobbit è un tema che arriva solo verso la fine.
Oppure la perenne lotta della Luce contro le Tenebre?
In effetti, la lotta della Luce contro le tenebre c'è, ma insomma è un tema diffuso anche al di fuori dell'universo tolkieniano. Però un ramo di questo tema è presente in tutti e tre i libri... 

...

I ragni. 
Enormi ragnacci dai poteri smisurati che è quasi impossibile sconfiggere. Molto  tenebrosi. Ragni che odiano la luce.

Ma io mi domando e dico, tra tanti temi nobili ed elevati, proprio i ragni?
E poi, che ragni! Ma nemmeno quelli della foresta amazzonica, che gli indigeni fanno alla griglia. Ragni enormi, immensi, incommensurabili. In effetti non sono nemmeno ragni, sono... ragne. Femmine. E se è pur vero che il ragno è una delle forme della Grande Dea (come mi hanno spiegato una volta ma io mi sono ben guardata dal cercare conferme o chiedere dettagli) certamente non è la forma che prediligo. Anche perché a me i ragni stanno antipatici. Tutti, senza distinzioni. E tuttavia non sono mai arrivata a figurarmeli in quel modo.

Ma andiamo per ordine. Si comincia con Ungoliant, la tessitrice di tenebre che in origine era addirittura una Maiar. Sì, una dea, come Gandalf. Ad un un certo punto della sua divina esistenza si ragnò, si avvolse ben bene nelle tenebre da lei stessa medesima tessute e distrusse i due Alberi di Valinor... sì, quelli dalla cui luce furono tratti i Silmaril. Le ragne tolkieniane non hanno alcuna simpatia per la luce, e amano soffocarla con la tenebra più cupa.

Tra i discendenti di Ungoliant c'è anche Shelob, il ragno-femmina per eccellenza, quello che Frodo e Sam incontrano nel momento... beh, certamente nel momento più buio del loro viaggio. Shelob custodisce uno degli ingressi laterali di Mordor ormai da tempo immemorabile, ben prima che arrivasse Sauron. Vive nella sua tana a Cirith Ungol (il Crepaccio del Ragnaccio, appunto), è invincibile e praticamente immortale, mangia carne viva e tesse, o meglio vomita, oscurità. Vive circondata da un terrore accecante, in una tenebra senza scampo e in un posto che... ma no, non c'è motivo di descrivere la tana di Shelob: lo fa già Tolkien, e nel più efficace dei modi.

Per chiudere il cerchio, o meglio per invischiarci ulteriormente nella ragnatela di rimandi, da Shelob discendono i ragni di Bosco Atro (sì, certo, ragni di quel tipo in un bosco luminoso alla Lothlorien sarebbero piuttosto a disagio). E proprio i ragni tessono il punto chiave di svolta del romanzo, quando Bilbo, non avendo assolutamente più nessuno che lo badi, si decide infine a badarsi da solo, con eccellenti risultati. Tuttavia, nonostante il coraggio e l'accortezza che mostra in quell'occasione, è dubbio che ne sarebbe venuto a capo senza l'Anello e soprattutto senza la sua piccola spada elfica, che proprio in quell'occasione riceve da lui il nome di Sting (in italiano Pungolo o Pungiglione, a seconda del traduttore). La spada elfica sembra infatti avere un discreto feeling verso i ragni e laddove spade più blasonate hanno fallito, Sting affonda come nel burro e lascia segni indelebili.

L'incontro con Shelob sarà molto meno felice: l'unico concreto vantaggio per i due hobbit (se vogliamo chiamarlo un vantaggio) sarà quello di riuscire bene o male - più male che bene, in effetti - ad entrare nella terra di Mordor, oltre a una temporanea liberazione da Gollum, che in effetti li ha portati lì come delicatesse per Shelob, nella speranza che la ragna gli consegni vestiti e accessori dei due hobbit, Anello compreso.

E tutto va bene (dal punto di vista di Gollum e di Shelob) finché Sting non entra in scena: Shelob morde Frodo per addormentarlo, in attesa di succhiarlo come un sorbetto (e la sua ferita è uno dei motivi per cui Frodo non riuscirà più a vivere nella Terra di Mezzo, dopo, e dovrà passare il mare) ma l'intervento di Sting rovina il suo snack: la lama elfica infatti riuscirà non soltanto a tagliare l'enorme ragnatela (cioè, la chiamano ragnatela, anche se dalla descrizione sembra più un cancello elettrificato con l'alta tensione) ma addirittura a  tagliare seriamente lei, impresa mai riuscita ad alcuno prima.

Ma non c'è solo Sting, c'è anche la Stella di Cristallo: perché la saggia Galadriel, stabilito che Frodo sarebbe andato nella Terra d'Ombra, presso l'Oscuro Signore e la Torre Nera eccetera eccetera, pensa bene di provvederlo di un po' di luce: nientemeno che una scintilla di luce dei Silmaril, le tre gemme che racchiudono la luce dei Due Alberi di Valinor creati da Yavanna. La luce, imprigionata in una fiala di cristallo, svolgerà egregiamente il suo compito fin quasi alla fine, spegnendosi solo nel cuore di Mordor, là dove più forte è il potere di Sauron, ma su Shelob avrà addirittura un effetto micidiale, perché è una luce antica come lei. L'infezione di luce, quella lucentezza inesorabile, unita ai colpi della piccola ma indomabile spada elfica la feriranno così a fondo da spingerla a rintanarsi nella sua oscura tana a leccarsi le repellenti ferite, sparendo di circolazione forse per sempre.

Si tratta in buona parte di un duello al femminile: Galadriel tesse luce di origine paradisiaca, Shelob tesse tenebra immonda: stavolta vince la luce, e di molte distanze.
Quanto ai due hobbit, ormai abbandonati da Gollum, più che vincere riescono a non perdere nel più disastroso dei modi.
Considerate le circostanze, si tratta comunque di un'impresa non da poco.

Ultima nota strettamente culturale: da Shelob e Ungoliant, o, più probabilmente, dai ragni di Bosco Atro (corre voce che Lady Rowling abbia dichiarato di non aver mai letto il Signore degli Anelli, ma solo lo Hobbit) discende per via letteraria Aragog, il ragnetto allevato amorevolmente da Hagrid in una cantina di Hogwarts e poi liberato nella Foresta Proibita, dove si riproduce generosamente. E di nuovo la lettrice si domanda: ma insomma, tra tanti nobili ed elevati temi, proprio i ragni giganti?!?

sabato 7 dicembre 2013

Se mi attacco Gollum, non si stacca più



Mi scuso con i gatti Sphynx e i loro umani per l'implicito paragone, ma non ho voluto lasciarmi sfuggire questa possibilità assolutamente unica di associare Gollum con un gatto

Nello Hobbit Gollum vive il suo momento di gloria in un capitoletto e l'autore lo lascia lì a strepitare,  con scarso rimpianto del lettore. Nel Signore degli Anelli invece è un'ombra che riappare sin dal primo capitolo, quando Bilbo lo cita, e prende sempre maggior consistenza: a Moria un eco fantasma di soffici passi, a Lotholorien un'apparizione indistinta sugli alberi vicino al confine, sull'Anduin un ceppo con gli occhi che rema....
Infine, dopo settecento pagine rieccolo in tutta la sua sibilante e scheletrica concretezza. Sam e Frodo riescono a catturarlo e infine a vincolarlo con un giuramento sul Tessoro, l'unico che possa avere un valore per quella sventurata creatura.
Oppure è Gollum che ha imprigionato loro?

I vincoli che legano il singolare terzetto sono perversi in sommo grado: gli hobbit si portano dietro Gollum perché averlo con loro è pur sempre un modo di sorvegliarlo ed evitare che li strangoli mentre dormono per poi allontanarsi col suo Tessoro; Gollum li segue e li guida per restare vicino al suo Tessoro e nella speranza di riuscire a vederlo, toccarlo, RIPRENDERSELO e ricominciare la stessa miserabile vita che ci conduceva prima che Bilbo arrivasse a spezzare il cerchio malefico che lo aveva imprigionato.

Per Gollum tutto ritorna come in quel maledetto giorno di quasi ottant'anni prima, quando avviò una gara di indovinelli nella speranza di mangiarsi un tenero hobbit, eppure tutto è diverso: c'è una promessa che lo lega e che vuole infrangere, ma infrangere un giuramento fatto sul Tessoro non è così semplice; c'è un Baggins che ha l'Anello, ma non è lo stesso Baggins, e Gollum lo odia perché ha l'Anello e lo ama perché ha l'Anello, immerso in una micidiale sindrome di Stoccolma in cui è coinvolta perfino una parte di sincero affetto e di riconoscenza per la gentilezza che Frodo gli dimostra,  insieme ad un legame ancor più perverso dato da una comune comprensione - perché Frodo è l'unico essere vivente sulla faccia della Terra di Mezzo che può capire cosa prova lui, e viceversa. E come allora c'è una spada elfica che lo minaccia, ed è la stessa spada che, allora come adesso, non lo ferirà mai ma potrebbe  farlo; e infine c'è Sam, che all'epoca non c'era, e che Gollum odia in sommo grado perché è del tutto immune al potere dell'Anello e perché l'altro Baggins, quello buono, lo ama. Perfino Sam finisce invischiato in questi legami perversi, perché oltre a temere Gollum ne è in parte geloso, dato che Gollum è l'unico che conosce quella parte dell'anima di Frodo ormai legata indissolubilmente all'Anello. E insomma, se i nodi del cuore sono duri da sciogliere, i nodi dell'Anello sono peggio che mai.

In queste condizioni il terzetto fa il suo cammino, prima nelle stomachevoli Paludi Morte - con spettri buoni e cattivi incorporati, poi al Cancello Nero che sbarra la strada per la Torre Oscura, fino all'avvelenata valle di Morgul e all'orribile Crocevia che li porterà al peggio del peggio, ovvero Cirith Ungol. E invero, se i luoghi sono spiacevoli, la compagnia di Gollum lo è ancor di più.
Come un raggio di luce che attraversa la tenebra più fitta, la traversata dell'Ithilien porta una pausa di sollievo agli hobbit, ma proprio in questa pausa Frodo si troverà a tradire Gollum per aiutarlo, in una sequenza del tipo "Devi solo entrare nella gabbietta e tutto andrà bene" che ogni umano che porta il micio dal veterinario conosce molto bene (Gollum però non ha niente di micioso, proprio no, tesssoro mio). E c'è poi il tradimento più nero che incombe dietro l'angolo: la povera creatura derelitta che guida Sam e Frodo crede di seguire il suo amatissimo Tessoro e non sa che lo sta portando verso la distruzione. Oppure non vuole saperlo, o non può nemmeno riuscire a immaginarlo - resta il fatto che Frodo l'ha fatto giurare su qualcosa che ha la ferma intenzione di distruggere.

C'era un'altro modo per entrare a Mordor? Oh no, Tessoro, non c'era. Gandalf ed Elrond e Glorfindel hanno discusso e programmato e pianificato, ma per loro il problema era passare le montagne. Di come entrare a Mordor nessuno di loro aveva idea, di come raggiungere il Monte Fato men che meno. Nessuno dà istruzioni agli hobbit su come fare arrivati al dunque, perché nessuno ha la minima idea di come potrebbero fare. E' vero, come ricorda Frodo sulla torre di Cirith Ungol, che senza Sam non avrebbe combinato granché. Ma, e questo Frodo preferisce non dirlo, o non pensarlo, senza Gollum non avrebbero combinato niente del tutto.

I nodi dell'Anello sono davvero impossibili da districare.

mercoledì 4 dicembre 2013

Idiota di un Tuc, questa non è una passeggiata hobbit!


Pipino è l'unico tra i protagonisti del romanzo davvero giovane: solo 29 anni, nemmeno maggiorenne, insomma un adolescente. Partecipa alla Missione perché l'ha scelto, più volte e in assoluta libertà, mosso soltanto dall'affetto per Frodo. Nella Compagnia è implicito che è il più indifeso e sprovveduto, e infatti tutti cercano di proteggerlo o (come Elrond e Frodo) di tenerlo lontano dal pericolo impedendogli di partire. Ma il tenero e indifeso hobbit, oltre che sprovveduto, è pure ostinato come un mulo e di tenerlo a casa proprio non c'è verso. Anche se è inadeguato (e tutti lo sanno, e lo sa anche lui e non cerca mai di negarlo) partirà lo stesso, punto e basta.

E' un Took, e dunque fa parte del ramo hobbit che ha una certa propensione per le avventure. Attenzione, però: amare le avventure non vuol dire necessariamente essere coraggiosi (come già ampiamente dimostrato da Bilbo Baggins a suo tempo). Nelle oltre mille e duecento pagine del romanzo Pipino non mostra né pretende di avere un particolare coraggio, anzi spesso si dichiara spaventatissimo dalle circostanze - di solito con motivi più che validi. Da bravo Took ha invece un ramo di pazzia latente che lo spinge a fare con grande spensieratezza cose decisamente azzardate. Oh, guarda, un buco vuoto, buttiamoci dentro una pietra. Una sfera di vetro misteriosa che Gandalf cova come un uovo, diamoci un'occhiata. Un Sovrintendente irascibile, irragionevole e intrattabile, prestiamogli giuramento di fedeltà. Tutte le volte Gandalf gli ricorda che è un idiota (e Pipino non nega) ma tutte le volte la mattana ha un esito tutto sommato positivo: l'hobbit sprovveduto che guarda nel palantir evita a Gandalf e Aragorn un passo falso e gli consente di usarla come specchietto da allodole con Sauron*, la presenza di Pipino nelle guardie reali permette a Faramir di sopravvivere al suo amorevole padre. Quanto alla pietra buttata negli abissi di Moria, non ho mai capito che parte abbia negli avvenimenti successivi ma se davvero fosse stata quella a svegliare Mr. Balrog, allora quella pietra è stata forse l'intervento più utile del giovane hobbit, perché ha consentito a Gandalf una morte eroica che a sua volta gli ha permesso di ritornare in forma assai meno schermata ad aiutare la causa dei popoli liberi della Terra di Mezzo.

Al di là di questi interventi, diciamo così, casuali, Pipino ha anche un momento, anzi un capitolo, interamente dedicato, quando è prigioniero degli Uruk-hai.
Il giovane hobbit è abituato a farsi proteggere dagli altri, ma in quella disgraziatissima situazione non c'è nessuno che possa proteggerlo: anche Merry è in stato di incoscienza per una ferita, e dopo avelo curato gli orchetti lo tengono comunque  separato da lui. Così, da bravo hobbit, come Bilbo tanto tempo prima quando si trovò in una caverna a quattr'occhi con Gollum e più avanti ad affrontare da solo taluni ragnacci assai aggressivi, decide di arrangiarsi da solo, con successo.
Diventato improvvisamente prudentissimo e attento a tutto quel che ha intorno riesce a sfruttare le minime occasioni - un coltello per tagliare le corde, uno spiraglio nella sorveglianza degli orchetti per lasciare tracce ad eventuali inseguitori - che ci sono - e perfino le trame interne tra orchetti di Isengard e di Mordor per farsi portare fuori dalla battaglia. In questo modo non soltanto salva sé stesso ma anche Merry, e i due arrivano a Fangorn.
Il coraggio hobbit è qualcosa che si risveglia soprattutto quando qualsiasi possibilità di affidarsi ad altri è preclusa e non c'è altro da fare che affidarsi a sé stessi medesimi - o, per dirla altrimenti, quando gli hobbit si ritrovano con le spalle al muro; ma quando si risveglia, i risultati arrivano sempre.

*(se pur è corretto definire Sauron un'allodola - ma le allodole potrebbero non apprezzare il paragone)

sabato 30 novembre 2013

Gimli e Galadriel


Gimli il Nano si dimostra fin dall'inizio persona ragionevole e senza troppi pregiudizi verso gli Elfi. La convivenza con Legolas nella Compagnia è piuttosto tranquilla, con solo un paio di frecciatine reciproche di assaggio. Ma quando arriva a Lothlorien di pregiudizi ne trova, eccome:  saputo che nella Compagnia c'è un nano gli elfi guardiani fanno un sacco di storie, nonostante Frodo assicuri che è un nano rispettabilissimo scelto per la Compagnia da Elrond in persona e Legolas si faccia garante per lui. I regolamenti del Bosco d'Oro sono implacabili, e per traversarlo Gimli deve essere bendato.
Il trattamento, oltre che ingiusto, è anche piuttosto sciocco: perché, preoccupatissimi di sorvegliare il pericoloso nano sovversivo, le sentinelle di Lothlorien si lasciano scivolare tra le mani Gollum, che va e viene come più gli comoda per il Bosco d'Oro, mentre Gimli non si sogna nemmeno di far qualcosa di men che ortodossoComprendiamo così che l'ostilità tra nani ed elfi deriva principalmente dal fatto che gli elfi hanno sempre trattato i nani come appestati, cosa del resto già ampiamente dimostrata ne Lo Hobbit.

Davanti alle comprensibili rimostranze di Gimli, Aragorn decide che tutta la Compagnia avanzerà bendata, dopo una breve osservazione sul fatto che, forse, magari, gli avversari del Nemico potrebbero fare qualcosa di meglio che darsi addosso l'un l'altro. Le lamentele di Legolas arrivano al cielo, ma insomma alla fine la Compagnia si muove.
Per fortuna Galadriel manda subito l'ordine di sbendarli tutti, nano compreso, e quando i viaggiatori arrivano davanti ai reali consorti Gimli si è un po' addolcito.

Accolto con grande (e doverosa) cortesia, a parte uno scivolone subito rimangiato di Celeborn, il nano guarda Galadriel negli occhi e gli parve di penetrare nel cuore di un nemico all'improvviso, e di trovarvi amore e comprensione
Il cuore di Gimli cambia all'improvviso, e quella che era una ragionevole disponibilità in nome di interessi comuni diventa un grande affetto. Da quel momento lui e Legolas saranno amici inseparabili, e Galadriel regnerà per sempre nel suo cuore.
L'affetto tra il prode nano e la regina degli elfi è reciproco e profondo, e Galadriel decide di portarlo alla luce. Sa che Gimli desidera da lei qualcosa che lei non può offrire, ma che può accettare di concedere se richiesta; così non gli prepara un regalo d'addio (non sarebbe stato difficile: un qualsiasi manufatto ben eseguito sarebbe stato perfetto per l'occasione. I doni per Merry, Pipino e Boromir rientrano in questa categoria) ma gli chiede di chiederle cosa vuole da lei. Gimli risponde con la più medievale delle cortesie che non desidera alcun regalo, e per lui è sufficiente aver veduto la Signora dei Galathrim e udito le sue dolci parole
Galadriel insiste: "Sono certa che tu desideri qualcosa ch'io sono in grado di darti". E alla fine Gimli ammette di desiderare uno dei suoi capelli che eclissano l'oro della terra come le stelle eclissano le gemme delle miniere - ma ha cura di precisare che non lo sta chiedendo, sta solo obbedendo alla richiesta che lei gli ha fatto di esprimere un suo desiderio.
Sentito il desiderio gli elfi fanno tanto d'occhi, mentre il regal consorte Celeborn  osserva un dignitosissimo silenzio - pur pensando probabilmente molte cose in cuor suo; e Galadriel scioglie una delle sue lunghe trecce e consegna a Gimli non uno ma tre dei suoi capelli d'oro che eclissano eccetera eccetera, aggiungendo al dono la previsione che nelle mani di Gimli l'oro scorrerà a flutti, ma non avrà mai su di lui nessun potere - che, più che una previsione o una profezia, sembra a quel punto una constatazione.
Il vero regalo naturalmente non sono i capelli, è l'opportunità che Galadriel gli ha offerto di conoscere ed essere quello che lui realmente è, ed è un regalo senza prezzo di cui giustamente Gimli le sarà riconoscente per tutto il resto dei suoi giorni. I tre capelli d'oro sono a loro volta testimonianza di quel che avrebbe potuto essere tra elfi e nani e non è mai stato, se non in qualche occasione ormai lontana nel tempo, e che ormai è troppo tardi per realizzare compiutamente a livello di razza - ma non tra singoli individui che sanno riconoscersi.

Questa bella scena è stata per me il primo incontro con quel modo particolarissimo di parlarsi che hanno i personaggi di tanta letteratura medievale, che viene genericamente etichettata come "cortesia". Solo un medievista poteva scriverla.

venerdì 29 novembre 2013

Nord e Sud - Elizabeth Gaskell


In Inghilterra, ci dicono, Elizabeth Gaskell (1810-1865) è molto conosciuta. Non credo che si possa dire altrettanto in Italia, dove è stata tradotta una goccia per volta, ogni volta con un editore diverso, e quasi sempre di editori di nicchia.
Quando, con comodo e senza fretta, qualcuno si è finalmente degnato di considerare la possibilità di tradurre Nord e Sud, uno dei suoi romanzi più famosi, a farlo è stata una casa editrice veramente di nicchia, praticamente un fantasma: l'Agenzia Letteraria Jo March (rintracciabile anche su Facebook, volendo).
Proprio da Facebook sono arrivata a loro, ma per vie assai tortuose, prima tra tutte un casuale "mi piace" messo da un'amica (nemmeno molto appassionata di letteratura vittoriana, e probabilmente solo incuriosita dal nome) che mi ha portato sulla loro bacheca un annetto fa. Ho così scoperto che costoro, ormai da un anno, avevano pubblicato in italiano North and South, romanzo di cui avevo sempre sentito dire grandi meraviglie ma di cui conoscevo solo, e molto vagamente, la trama.
Non fu facile per il mio libraio procurarmelo, ma nel frattempo ho scoperto che comprare in rete dall'Agenzia è relativamente facile e rapido, e così la seconda copia, destinata ad un'amica*, è arrivata nelle mie mani nel tempo record di nemmeno due settimane. Adesso poi il libro è perfino sul catalogo delle librerie Feltrinelli (sugli scaffali no, certo, ma nessuno sperava di arrivare a tanto, con un libro fantasma).

In realtà proprio fantasma il libro non è, anzi nella sua massiccia concretezza consta di ben 455 pagine più indice e copertina leggera (con una bella illustrazione assai pertinente al contenuto, cosa molto  rara al giorno d'oggi) per il prezzo tutto sommato modico di 15 euro, che ho sborsato senza rimpianti .

Si tratta di un classico romanzo vittoriano, scritto da una classica romanziera vittoriana e che racconta la formazione di una classica ragazza vittoriana che si conclude con il di lei matrimonio - dove naturalmente "classico" non sta per "banale": le romanziere vittoriane erano tutte tipi piuttosto originali e scrivevano romanzi decisamente insoliti e con protagoniste (e protagonisti, talvolta) tutt'altro che scontati. 

Nel caso in questione la giovane e bella protagonista, Margaret, trascorre per esempio non poche pagine interessandosi di economia e di condizione operaia, oltre che della madre ammalata e del padre addolorato. Economia e questione operaia (che Elizabeth Gaskell conosceva piuttosto bene) sono parte integrante della trama molto ben intrecciata e il romanzo si lascia leggere con gran piacere e partecipazione emotiva; ed è proprio la parte economica che risulta attuale in modo sorprendente.
Siamo a metà Ottocento (il libro uscì nel 1855), nel pieno della rivoluzione industriale. Per vari motivi la protagonista si trova sbalzata da un idilliaco e pacioso (ma non troppo benestante) angoletto dell'Inghilterra del Sud all'industializzatissima città di Milton, dove le ciminiere fumano senza posa, i telai sfornano tonnellate su tonnellate di tessuti e indumenti di cotone e dove torme di operai sfruttati e spesso sottopagati cercano di conquistarsi condizioni decenti di lavoro attraverso le lotte sindacali, mentre folti manipoli di imprenditori dell'industria tessile si ingegnano di tenerli al loro posto, con alterni risultati.

Gli operai, scopre la spaesata Margaret, non sono come i contadini: sono più agguerriti, più combattivi e più complicati. E gli imprenditori non sono come la gentry della buona società che è abituata a frequentare, sono... la prima impressione che viene trasmessa al lettore attraverso gli occhi della protagonista è che si tratta di una notevole manica di stronzi - anche se, naturalmente, una brava eroina dell'età vittoriana non si esprime in termini sì crudi. E proprio con uno di questi imprenditori, lo spinoso e spigoloso Mr. Thornton, dopo un'iniziale e assai spiccata diffidenza, Margaret finirà per scoprire notevoli affinità, così come con uno dei più agguerriti operai, Higgins. No, non c'è alcun tipo di triangolo e il finale sarà esattamente quello... non diciamo prevedibile, ma auspicato dal lettore.

Quel che più sorprende l'inesperta ma sensata Margaret è che operai e imprenditori non cerchino di dialogare tra loro pur avendo in comune così tanti interessi, primo tra tutti la sopravvivenza in quel tempestoso mare che è il Mercato.
E proprio sulle leggi del Mercato, totem tuttora assai venerato da molti economisti che sembrano capirne di economia anche meno di una fanciulla vittoriana cresciuta a studi umanistici, dal libro arrivano frasi di sorprendente attualità per i lettori del terzo millennio.
"Gli Americani stanno conquistando il mercato generale dei filati" spiega Mr. Thornton "e l'unica possibilità che abbiamo è quella di produrre i nostri a un prezzo più basso. Se non ci riusciamo, tanto vale che chiudiamo bottega,  e che padroni e operai vadano tutti a mendicare. Ora questi idioti ritornano ai prezzi di tre anni fa... (...) E' un peccato scoprire che degli stolti - uomini ignoranti e capricciosi come questi - soltanto unendo le loro stupide, deboli testoline, stiano a dettar legge sulle fortune di coloro che possiedono tutta la saggezza che la conoscenza e l'esperienza possono dare, non senza pensieri e amare preoccupazioni. Il prossimo passo - davvero, siamo tutti proprio arrivati a questo, adesso - sarà che dovremo andare a chiedere - a chiedere umilmente, col cappello in mano - al segretario del Sindacato dei Filatori di essere così gentile da fornirci la manodopera al loro prezzo. Questo è quello che vogliono loro, che non hanno il buonsenso di vedere che, se qui in Inghilterra non otteniamo una giusta parte dei profitti che ci compensa per il nostro logoramento, potremmo cominciare a trasferirci in un altro paese."
Gli idioti, stolti, ignoranti e capricciosi sono gli operai sindacalisti, che hanno la curiosa e stravagante pretesa di continuare a mangiare tutti i giorni, americani o non americani, e che su questa pretesa si impuntano scioperando.
"Noi industriali di Milton abbiamo comunicato oggi la nostra decisione. Non sborseremo un penny di più. Diremo loro che potremmo ridurre i salari, ma non possiamo permetterci di aumentarli. Eccloci qui, dunque, ad aspettare la loro prossima mossa."
"E quale sarà?" chiese il signor Hale.
"Presumo uno sciopero immediato. Immagino che vedrete Milton senza fumo tra qualche giorno, signorina Hale."
"Ma per quale ragione non potete spiegare che avete buoni motivi di prevedere che il commercio andrà male?"
"Date spiegazioni ai vostri domestici sulle vostre spese, o su come gestite il vostro denaro? Noi, che possediamo il capitale, abbiamo diritto di scegliere cosa farne."

Lo sciopero - una sorta di catastrofe dai contorni ben diversi dei rituali scioperi contemporanei - viene sul momento arginato da Mr. Thornton ricorrendo a manodopera straniera, ovvero stracciatissimi immigrati irlandesi; che si rivelano però lavoratori più sottomessi ma assai più inesperti dei lavoratori di Milton, con conseguenze disastrose sulla produzione delle fabbriche, per tacere di una vera sommossa che l'arrivo dei poveretti scatena.
Sia sciopero che sommossa si rivelano sul momento un gioco da cui entrambe le parti in causa usciranno perdenti, e che non finiranno in un disastro completo solo perché Thornton accetta la supplica di Margaret di parlare con gli scioperanti. Margaret è infatti convinta, conoscendo entrambe le parti in causa (a livello personale, si noti bene) che imprenditori e lavoratori debbano prima di tutto parlare tra loro. Proposta decisamente strampalata, e che sono un uomo altrettanto strampalato come Mr. Thornton (e, dall'altra parte della barricata, come Higgins) può prendere in considerazione. I fatti finiranno per darle ragione, dopo un cammino abbastanza tortuoso.

Da questo romanzo è stata tratta qualche anno fa una miniserie televisiva dove il ruolo dello spinoso Mr. Thornton è affidato (con ottimi risultati, pare) a Richard Armitage. Sì, proprio Thorin Scudodiquercia.



Con questo post partecipo ai Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro un felice fine settimana pieno di sentimento non disgiunto da un'adeguata presa di coscienza politica dei problemi sociali contemporanei.

*si sa che regalare libri è sempre un po' azzardato, ma stavolta mi presenterò col pacchetto assai fiduciosa di NON regalare un doppione

mercoledì 27 novembre 2013

La Compagnia dell'Anello

Foto di gruppo della Compagnia prima della partenza

Al momento di formare la Compagnia dell'Anello, Tolkien avvisa Elrond che questo è un sequel de Lo hobbit, col risultato che gli unici personaggi veramente nuovi rispetto al romanzo precedente sono i due uomini.
La Compagnia è multirazziale (sì, con Tolkien possiamo parlare di razze senza essere scientificamente scorretti, anche se probabilmente lui ci spiegherebbe che sono comunque tutte nate da Iluvatar e che farne una scala gerarchica non avrebbe senso perché ogni razza ha i suoi pregi e i suoi difetti) e in teoria dovrebbe comprendere rappresentanti di tutti i popoli liberi della Terra di Mezzo, ma scopriremo poi che non è così; del resto, invitare anche un Ent sarebbe stato un problema, viste le distanze e i problemi di comunicazione con le zone al di là delle montagne, anche se probabilmente Legolas avrebbe assai gradito. 

Abbiamo dunque quattro hobbit, due dei quali imparentati con Bilbo che tutti hanno conosciuto di persona (Pipino meno degli altri, essendo ancora un bambino quando Bilbo lasciò la Contea), e tutti e quattro conoscono la Cerca di Erebor come se l'avessero fatta loro.
Poi c'è lo stregone, Galdalf, che la Cerca di Erebor l'ha fatta per davvero e addirittura in buona parte organizzata e diretta. Al fianco porta la spada elfica Glamdring, trovata per l'appunto durante la Cerca e "compagna della spada Orcrist che giaceva ora sul petto di Thorin sotto la Montagna Solitaria" - una frase cupa, che sembra anticipare le cupe ombre di Moria e i suoi ancor più cupi abissi di fuoco, e che ci ricorda Thorin - che della Cerca di Erebor era stato uno dei principali protagonisti ma che a questa particolarissima impresa, che consiste nel perdere irreversibilmente un tesoro invece di ritrovarlo, contribuisce solo con la cotta che ha regalato a Bilbo.
Poi ci sono il Nano e l'Elfo. Nel vasto assortimento di Elfi di cui dispone Gran Burrone, tutti di altissimo lignaggio e di grandi poteri ma che per la Compagnia  sarebbero utili quanto la tradizionale bicicletta per un pesce, viene scelto l'unico che ha un qualche vago legame con la Cerca, anche se nel romanzo precedente non è mai comparso (probabilmente perché l'autore non aveva ancora pensato a crearlo): Legolas, il figlio di re Thranduil di Bosco Atro, che non tarda a dimostrarsi ben più gentile e simpatico del padre, e assai più aperto di vedute.
Infine Gimli il Nano, anche lui collegato alla Cerca. E' il figlio di Gloin, uno dei tredici nani della spedizione che però, in tutto il romanzo precedente, non ha fatto o detto niente di particolare e che cominciamo a conoscere solo quando si presenta a Frodo durante il banchetto.
Certo, anche Gloin è un discendente di Durin e parente di Thorin Scudodiquercia (ramo laterale); ma ci si sarebbe forse aspettati di vedere un figlio o nipote di Balin, il nano più amico di Bilbo nel romanzo. Gloin, chi se lo ricorda? E cosa ha fatto durante la Cerca per farsi ricordare?
Comunque sia, Gimli al momento è l'unico nano di età abbordabile per partecipare alla missione (l'assortimento dei nani di Gran Burrone è molto ridotto, e in verità solo l'accortezza del romanziere permette che ce ne sia almeno uno candidabile per la Compagnia). Non sappiamo se ha chiesto di partecipare o se gli è stato offerto, in ogni caso accetta con consapevolezza e si dimostrerà fedele e leale, oltre a rivelarsi un eccellente amico per tutti. Forse perché non è un nano sperso in un gruppo di tredici nani, nessun lettore ha mai la minima difficoltà a ricordarsi di lui.
Per me, che ho letto Il Signore degli Anelli prima de Lo Hobbit, è stato il primo nano - e dopo aver conosciuto lui, devo ammettere che i nani della Cerca di Erebor sono stati una delusione: Gimli ha certamente più costanza, più forza d'animo, più lungimiranza e maggior sensibilità di tutti loro messi insieme, e certo non deve arrivare al letto di morte per farsi venire il sospetto che, forse, gli amici hanno un valore non inferiore all'oro e alle gemme; anzi, dà l'impressione di saperlo già prima della partenza.
Come capirà subito Galadriel.