Il mio blog preferito

lunedì 31 marzo 2014

Il meglio è nemico del bene


Passano le settimane e i mesi e la biblioteca della scuola media di St. Mary Mead va prendendo forma. Certo, c'è ancora molto da fare: la catalogazione è ancora a metà, l'inventariazione nemmeno cominciata (anche perché dalla Segreteria non si decidono a mandarci il timbro), mancano i cartelli agli scaffali, manca una stampa del catalogo (che è ancora a mezzo) manca questo e manca quello.
"Dobbiamo fare un regolamento. E fissare delle date per il prestito.".
Un regolamento? Ma in fondo non abbiamo niente di particolare da metterci, nel regolamento. Cosa ci dobbiamo scrivere? "Prendete i libri, restituiteceli quando avete finito e non versateci sopra l'aranciata"?
E come facciamo a fissare delle date per il prestito? Nessuna di noi ha ore libere da dedicare regolarmente alla gestione della biblioteca... anzi, è uno dei piccoli e insignificanti particolari su cui abbiamo evitato con cura di soffermarci, finora: non abbiamo bibliotecari, e stante le cose come stanno, non possiamo prevedere di averne, almeno a tempi brevi.

"Potreste fare una vera e propria cerimonia di inaugurazione" ha suggerito qualcuno "Con la Preside e un taglio del nastro".
Io sono perplessa, anche se non oso ribattere. E' solo una piccola biblioteca, fatta a costo zero e con criteri del tutto artigianali. E poi, chi la vede mai la Nostra Preside? Tanto varrebbe invitare un unicorno. Anzi, magari l'unicorno è più facile da reperire, ora che la Nostra Preside è tutta concentrata sulla reggenza del Liceo Prestigioso.

Poi un giorno entriamo, la prof. Quadrella, la prof. Ghirlandai e io, e troviamo un foglietto con scarabocchiati un po' di nomi e un po' di libri presi in prestito dai ragazzi di una prima.
Guardo il foglietto affascinata. Siamo davvero una biblioteca, dunque: diamo perfino dei libri in prestito!
"E' stata la prof. Casini" dice Quadrella seccata "Fa sempre le cose a modo suo, senza avvisare nessuno".
Sì, è vero, convengo, poteva avvisarci. Ma in fondo ha lasciato i nomi dei ragazzi, i titoli e gli autori dei libri... cos'altro ci serve?
Più ci penso, più mi convinco che la prof. Casini ha fatto un ottima cosa: ha creato un precedente. Adesso la biblioteca esiste. Anche se i lavori sono a mezzo - ma per finirli a dovere manca almeno un anno, perché lavoriamo tutte nei ritagli di tempo. Nel frattempo, non c'è motivo perché i libri non debbano fare il loro dovere, che è quello di farsi leggere. Lì fermi negli scaffali non servono a nulla, giusto?
"Facciamo che per ora portiamo i ragazzi a prendere i libri quando possiamo" stabilisco "Più avanti si vedrà. E ricordiamoci di insegnare alle altre colleghe di Lettere come funziona il programma, tanto è facile. Possono usarlo anche i ragazzi direttamente, è lo stesso programma delle elementari e sanno come funziona".

Così, in modo decisamente casalingo, le operazioni di prestito sono partite, senza regolamento, senza cerimonia di inaugurazione e senza unicorni. E i libri han cominciato a girare.
Peccato per l'unicorno, però. Averne uno in visita a scuola ci sarebbe piaciuto.

sabato 29 marzo 2014

Come preparare un volantino a dispetto di tutto e di tutti


Da molti anni alle elementari e materne di St. Mary Mead fanno una Mostra del Libro. Si tratta, in sintesi, di una squadernata di libri forniti da una libreria di Firenze e messi in vendita per qualche giorno nei locali della scuola. Una percentuale del ricavato va alla scuola, che lo usa per comprare libri che verranno forniti dalla libreria in questione. Considerando che a St. Mary Mead non c'è una libreria e che ai ragazzi non dispiace leggere, la cosa ha un suo perché.
L'anno scorso la prof. Quadrella e la prof. Ghirlandai han deciso di fare il Grande Passo anche alla scuola media, appoggiandosi all'organizzazione delle elementari, e anch'io diedi una mano. La biblioteca della scuola ci guadagnò una dozzina di libri nuovi e convenimmo che nel complesso fare la mostra era stata una buona idea, e da ripetere.
Quest'anno però, per una serie di beghe interne, alle elementari non faranno alcuna mostra. Così abbiamo deciso di organizzarci in proprio, non essendoci parso tale compito eccessivo per le nostre pur fragili spalle.
Abbiamo quindi preso contatto con la libreria e fissato le date, poi abbiamo chiesto alla ex-organizzatrice se ci passava i file dei volantini, così avremmo dovuto solo cambiare le date. I  volantini sono effettivamente arrivati via mail, ma in un formato che si poteva solo ammirare ma non modificare - peraltro, a mio personale avviso, non c'era neanche molto da ammirare. Sospettando forte che l'invio del file in versione non modificabile non fosse stato un errore ma una scelta deliberata ne abbiamo concluso, a torto o a ragione, che fosse inutile chiedere di rispedirci i file; così ho deciso di lanciarmi nella mirabile impresa di preparare un volantino tutto nostro - coniugando il verbo "arrangiarmi" perché non solo di grafica non so un accidente, ma nemmeno sono capace di usare Word, che considero a tutti gli effetti uno strumento del demonio.

Una bella mattina mi sono approntata all'opera al computer della Sala Insegnanti. Siccome non so fare un volantino e nemmeno usare Word ma, dopo cinque anni di blog e tre di Facebook, me la cavo abbastanza nella caccia alle immagini carine, per prima cosa ho cercato con le stringhe cat and book e dragon and book. Il binomio gatti-libri mi ha fornito di gran copia di immagini deliziose, quello di draghi-libri molto meno, ma qualcosa ho trovato anche lì.  Dato che il volantino sarebbe stato in bianco e nero, perché qua a scuola l'unica stampante a colori si dice che ce l'abbia il professor Jorge, ma nessuno l'ha vista e probabilmente è una leggenda metropolitana, ho dovuto scartare molte delle immagini più promettenti. Quella che apre il presente post però è in bianco e nero ed è stata molto apprezzata (in verità ho fatto anche qualche tentativo per trovare fanciulli intenti alla lettura,  ma i risultati non sono stati dei più entusiasmanti, perché i fanciulli intenti alla lettura avevano per lo più l'aria di perfetti deficienti. Faceva eccezione la Matilde del romanzo di Dahl, illustrata da Quentin Blake, ma una volta stampata in bianco e nero non è piaciuta, non so perché. Io la trovavo molto carina.)
Va detto però che la stampante (rigorosamente in bianco e nero) della Sala Insegnanti  non è proprio il massimo, e per giunta è sempre a corto di inchiostro.





Compiute queste operazioni preliminari e armata del mio gatto, ho aperto un file di Word per...
Ecco, il computer di Sala Insegnanti è un po' strano, o meglio, sono molto strani i programmi che Jorge ci ha installato. Word, per esempio è presente in due strane versioni, nessuna delle quali è veramente Word. Queste due varianti non sono compatibili tra loro e nessuno di noi ha capito, certamente per demerito nostro, quale delle due varianti apriamo ogni volta e soprattutto come accidenti funzionano. Sta di fatto che, in quel computer, anche scrivere due righe è una vera impresa.

Con gran dispendio di tempo, di energie e di imprecazioni riesco infine a preparare un paio di proposte di volantino, una con Matilde e una con il gatto, mettendo il poco di testo che andava messo (nome della scuola, orari eccetera) e decorando il tutto con una fuga di libri in volo:

(Da notare la finezza del simbolismo: aprire un libro vuol dire proiettarsi in un mondo sconosciuto e pieno di libertà).
Infine stampo. Una Matilde assai grigia e sbiadita, e un gatto grigio chiaro ma con tutte le sue sfumature in bella evidenza fanno dunque mostra di sé. Chi mi sta intorno suggerisce qualche spostamento e qualche ingrandimento e allora il volantino passa la pagina e vanno rimpicciolite le immagini e allora poi vanno ringrandite...
Alla fine le due nuove stampe (sempre più grigie) sono pronte e vado a fotocopiare. 
Il gatto si trasforma in una grossa frittella grigio scuro affrittellata su qualcosa che forse, chissà, potrebbero essere libri. Sfumature, zero.
Proviamo a schiarire le fotocopie, e la sagoma di un gatto spettrale si posa su larve di libri evanescenti. Davvero non è cosa.
Traferisco i volantini sulla chiavetta e aggiorno la seduta, ché la campana intanto è suonata e la Terza Effervescente mi aspetta.

Sul mio computer personale non posso fare conto, perché non contiene nessuna versione di Word e gli aspiranti volantini lì non si aprono né per amore né per forza. 
Finisco per bussare alla porta di amici che possiedono una lussuosa stampante a colori che, strano ma vero, è sempre ben fornita di inchiostro e per giunta è collegata ad un computer che contiene una rispettabile versione di Word che al confronto di quelle con cui ho pasticciato è un dono degli angeli.
Il computer però si rifiuta risolutamente di aprire i miei aspiranti volantini, e mi chiede cos'è quello schifo che gli ho portato.
Non per questo demordo: quel che è stato fatto una volta può essere sempre rifatto, anche da un imbranata come me. Ricompongo il volantino col gatto e la fuga di libri (a Matilde ho ormai rinunciato) e un bellissimo gattone mirabilmente sfumato e con un sorriso sornione fa bella mostra di sé, disteso su un gruppo di libri. Grida di esultanza, brindisi e lancio di stelle filanti. Qualcuno suggerisce di farne anche un poster.
Mi informo sui prezzi dei poster e mi assicurano che se ne fanno per pochi spiccioli. Siccome Quadrella mi ha informato che in cassaforte esiste appunto qualche spicciolo, avanzo di un uscita di qualche settimana fa, mi decido per il grande passo. Cerco con la stringa "magic book" ed ecco quel che trovo:


(Da notare la finezza del simbolismo, ovvero il libro visto come portale incantato per un mondo pieno di meraviglie).
Ricompongo le scritte con gli orari, il nome della scuola, il nome della libreria eccetera, di nuovo pasticcio e impreco e infine gli amici mi portano nella loro copisteria di fiducia, armata di chiavetta e un po' tremante per il Grande Passo che mi accingo a fare.
In copisteria naturalmente aprono i file senza problemi e con dodici euro ottengo un poster 50x70 e dieci fotocopie dieci in formato A3 su carta spessa, tutto a colori.

Stringendo il mio rotolo quasi fosse l'Arca dell'Alleanza torno a scuola il giorno dopo. Custodi, colleghi e VicePreside si congratulano per il mirabile risultato, il poster viene appeso alla vetrata di ingresso, la VicePreside va a portare uno dei preziosi manifesti mignon alla scuola elementare, insieme alla richiesta di una risma di carta e di una cartuccia di inchiostro per il ciclostile che farà le fotocopie dei volantini.
Alle elementari la Nostra Preside apprezza, concede generosamente quanto richiesto e fa appendere il poster mignon alla vetrata di ingresso della scuola. Chiede anche dei volantini per le quarte e le quinte.

E giunge il momento di stamparli, i volantini. La VicePreside ammira il bel gatto sfumato e dice "Adesso dobbiamo ridurre il formato in modo che ce ne stiano due per foglio. Si può fare, no?".
"Certo che si può fare" convengo "Una persona con un minimo di competenza in materia lo fa in cinque secondi. Io però non saprei da che parte cominciare. Tra l'altro sono sicura che il computer che abbiamo in Sala Insegnanti non è in grado di aprire questo file".
"Dovremmo chiedere a Jorge..." mormora la VicePreside pensierosa.
Ci guardiamo in silenzio.
"Vanno benissimo così" conclude la VicePreside, e il micio sfumato viene consegnato alle custodi per le fotocopie al ciclostile.

Un ora dopo, mentre con la Terza Effervescente discutiamo di politiche familiari durante il fascismo, arriva una custode piuttosto perplessa con la prima fotocopia.
Un minaccioso gatto completamente nero sorveglia con aria torva alcuni libri molto scuri. Per una mostra di libri sulle opere di Edgar Allan Poe sarebbe perfetto. Per un volantino il cui scopo in teoria dovrebbe essere quello di attirare dei giovinetti e le loro rispettabili famiglie è come minimo un po'... inquietante.
"Avete provato a mettere l'opzione 'fotografie'?" azzardo. E' un trucco che ho imparato quando lavoravo all'agenzia interinale e stavamo sempre a fotocopiare documenti di identità.
"No, anche perché non sono nemmeno sicura che ci sia, nel ciclostile" ammette la custode "Ora vediamo".
Sprofondo nello sconforto più nero - perché trovare un altra immagine adatta in bianco e nero, non importa se con gatti o senza, non sarà facile.

Ma questa è una storia a lieto fine, almeno per il momento; e quando raggiungo il ciclostile trovo una bella serie di tentativi a base di gatti sbiaditi, gatti spettrali, gatti semitrasparenti e gatti evanescenti, ma anche una bella pila di fotocopie dove un bel gattone su una pila di libri perfettamente visibili fa mostra di sé, in tutte le sue sfumature.
Ringrazio a mani giunte e vado in Sala Insegnanti a mostrare i volantini a colleghi e VicePreside.
Lo champagne virtuale scorre a fiumi.

giovedì 27 marzo 2014

#nonditeloaigrandi

Ho sempre letto molto sin da piccola, senza fare particolari distinzioni
Secondo C. S. Lewis "Un libro non vale la pena di essere letto a dieci anni se non risulta altrettanto degno di essere letto a cinquanta e oltre". Per quel che vale, sono assolutamente d'accordo. Nella mia lunga vita di lettrice ho sempre letto in felice promiscuità libri per ragazzi e per adulti - detto e non concesso che questa distinzione abbia un senso - e i molti che mi sono piaciuti li ho riletti più volte, in varie stagioni della vita. La mia infanzia è stata illuminata da Orgoglio e pregiudizio (e dal Macbeth) e la mia, diciamo, maturità si è molto appassionata alle vicende di Harry Potter. Non è facile per me fare una  distinzione per fasce di età.
Vorrei perciò dedicare questo post ad alcune delle notevoli arrabbiature che mi sono presa da adulta (diciamo dai 16 anni in su) quando mi sono accorta che taluni libri "per ragazzi" che avevo letto nella mia più tenera infanzia erano stati implacabilmente tagliati dagli editori per i più balordi motivi. Per quanto ne so, questo barbaro costume non riguarda solo le edizioni "per l'infanzia" ma in questa occasione sorvolerò sull'uso della Mondadori di sforbiciare i gialli e la fantascienza per farli rientrare, bene o male che fosse, nella lunghezza richiesta dal formato editoriale delle sue collane dedicate, né mi dilungherò minimamente sul rancore che ho provato quando ho scoperto di avere letto per anni la Christie e Heinlein in edizione ridotta, giusto per fare due nomi a caso.
Quindi (come potete vedere) non mi soffermerò minimamente sullo scandalo che sono state le versioni adattate ne Il Giallo Mondadori e in Urania e parlerò di altro.

Quando ero una tenera e ingenua bambina, e si parla ormai di più di quarant'anni fa, le edizioni per ragazzi avrebbero potuto avere come sottotitolo "In guerra e in editoria tutto è lecito". Solo le edizioni Mursia si fregiavano (meritatamente) della scritta "edizione integrale" e segnalavano i rari casi di riduzione.
I miei genitori di solito ci facevano attenzione, ma qualche volta anche la loro vigile sorveglianza venne aggirata. Fu così che mi ritrovai a leggere Piccole donne in edizione ridotta.
Ora, Piccole donne è un romanzo nato per essere letto da bambine e ragazzine ed è un po' lungo. No, non noioso, assolutamente. Solo lungo. La storia era avvincente, i personaggi interessanti, non c'erano interminabili disgressioni filosofiche e il libro andava benissimo così com'era. Però, secondo gli editori era lungo.
Cosa c'è di male in un libro lungo? Quando ti piace un libro sei contenta che sia lungo, così ti ci vuole più tempo per leggerlo e stai di più con quei simpatici personaggi che tanto ti affascinano. La mia edizione comprendeva metà romanzo, né più né meno. Lo lessi e lo rilessi con gran piacere, e solo negli anni dell'università, quando un amica mi citò un episodio che non conoscevo, mi resi conto del torto che mi era stato fatto. A venticinque anni lessi l'edizione integrale, e ne conclusi che gli editori erano stati degli idioti completi: gli episodi che erano stati tagliati non erano forse essenziali alla trama principale - anche perché, siamo seri, in Piccole donne una vera e propria trama principale non c'è: è la storia di quattro ragazze, della loro madre e dei loro vicini di casa nel corso di un anno. Il suo pregio è l'atmosfera, gli episodi "non necessari" fanno parte dell'atmosfera quanto e come quelli "necessari".

Stessa storia per Il giardino segreto. Anzi peggio, perché quello non è nemmeno un romanzo "lungo", e non ci vogliono certo delle settimane per leggerlo. Anche lì avevano scarnificato un po' di polpa per accorciarlo. In questo caso me ne sono accorta quando, frugando in una libreria dell'usato, trovai un'edizione molto vecchia, più vecchia di quelle che avevo letto negli anni 60 nelle biblioteche di classe delle elementari. La copertina era carina, così decisi di comprarmi quel simpatico romanzo che ormai non rileggevo da troppi anni e di colmare una lacuna della mia libreria personale - in effetti a suo tempo avevo amato alla follia Il giardino segreto, e quando mi accorsi che l'originale aveva un buon terzo di storia in più la mia indignazione non conobbe limiti né confini. Perché ne ero stata privata nelle mie prime due o tre letture? Non era affatto giusto!

Nel caso di  David Copperfield intervennero i miei genitori: avevo letto un paio di edizioni non ridotte, bensì maciullate, sempre nelle biblioteche di classe, e quando un giorno mia madre, parlando di Dickens, mi spiegò che "era divertente" avanzai delle riserve, visto che la mia conoscenza di Dickens si riduceva alla lacrimosa storia di David alle prese con il perfido Murdstone. A riprova del fatto che Dickens era divertente mi venne porto il Circolo Pickwick, l'unico Dickens che c'era in casa.
Lo lessi e dovetti ammettere che Dickens era divertente, molto divertente. Così a Natale mi arrivò in regalo una copia completa di David Copperfield - che, com'è noto, non è un romanzo di centocinquanta pagine scritte grandi grandi e intervallate da un infinità di brutte illustrazioni, bensì un poderoso tomo che, con un carattere di scrittura accettabile, passa tranquillamente le mille pagine. Lì non era questione di intaccare l'atmosfera, mancava semplicemente il romanzo. Quasi tutto.
D'accordo, può darsi che per un bambino di otto anni leggersi David Copperfield in integrale sia un problema. Ma, in effetti David Copperfield non è stato scritto per una platea di ottenni. Era un romanzo per tutti. Perché non lasciar crescere il lettore fino a dodici, quindici, vent'anni o quel che gli pareva e fargli leggere il tutto in integrale? Dove sta scritto che per un infanzia ben riuscita è indispensabile leggersi brani scollegati del David Copperfield?

E veniamo alla Piccola Fadette, delizioso romanzo breve o racconto lungo che dir si voglia. Una storia bellissima, molto ben sviluppata e scritta per ragazzi. Ne circolavano diverse versioni, con diversi tagli. Un confronto casuale in vacanza col libro di un amica mi permise di accorgermi che mancava roba. Quale fosse nel complesso la roba che mancava lo scoprii a trent'anni, quando finalmente misi mano (sempre grazie a una libreria dell'usato) alla versione BUR - perché la BUR è sempre stata composta di edizioni integrali, vivaddio. 
Si era ritenuto opportuno togliere l'amore di Sylvinet per la cognata, gli accenni alla madre di Fadette, l'appassionata difesa che la figlia ne faceva e tutta una serie di dettagli "sconvenienti" - almeno, suppongo che venissero considerati tali - e tagliare una bella fetta delle scene d'amore, caso mai i bambini rischiassero di non pensare che ci si sposa per amicizia. Onore al merito, i tagli si rivelavano perfettamente inutili perché la storia d'amore si segue lo stesso e la madre sono comunque costretti a nominarla. Soprattutto, il libro è scritto così bene che i sentimenti traspaiono non soltanto nelle scene canoniche ad essi dedicate, ma da tutto l'insieme. Compreso l'attaccamento di Sylvinet per la cognata.

Il caso più ridicolo è la storia di Cosetta. Ogni collana di classici per ragazzi, quando ero bambina, aveva un volume dedicato a Cosetta. Qualche decina di pagine con la descrizione di un'infanzia infelice e maltrattata e il glorioso salvataggio ad opera dell'ex galeotto Jean Valjean. Poi la bambina cresce bene e entra in scena il piccolo Gavroche, che muore eroicamente sulle barricate.
Sì, sto parlando de I miserabili. Ma solo quando avevo passato abbondantemente la ventina e, in un insano desiderio di acculturamento**, affrontai la lettura del romanzo in questione scoprii da dove venivano la magrissima e infreddolita Cosette e il giovanissimo barricadero, e seppi come mai Cosette era stata affidata a un altra famiglia (della storia di Fantine, che è una parte talmente bella da essere piaciuta perfino a me, ovviamente nella riduzione non c'era traccia. Figurarsi, una ragazza che resta incinta di uno studente fuori corso e muore di tisi per effetto del troppo lavoro e dei mesi invernali passati a battere il marciapiede - nemmeno da pensarci). Cosa sia passato per il cervello del pazzo scriteriato che ha stabilito che dei bambini sotto i dieci anni dovessero per forza mettere mano ai Miserabili non lo so e non lo voglio sapere; penso anzi che scoprirlo potrebbe gravemente nuocere a quel po' di salute mentale che faticosamente sono riuscita a preservare finora.

Immagino che ora, che viviamo in tempi più ragionevoli e sotto migliori costumi, simili obbrobri non si vedano più. Eppure, eppure, eppure...

Qualche anno fa, dopo avere letto con grande entusiasmo la trilogia di Pullman Queste oscure materie*** cercai qualcos'altro di quell'autore così bravo, e trovai in biblioteca Il rubino di fumo, edizione Mondadori di qualche anno prima, primo volume di un altra trilogia.
Era una storia slegata, senza capo né coda, che mi stupì dolorosamente. Di recente l'hanno ristampata (ristampata? O ri-tradotta?) per Salani, e sembra un volume molto più alto. Non l'ho ancora comprato, ma nel frattempo ho letto un altro romanzo di Pullman, sempre edito da Salani, e guarda caso era scritto benissimo e mirabilmente strutturato.
La cosa mi ha vieppiù insospettito...


*in effetti ho letto le sue Cronache di Narnia a quaranta anni e mi ci sono annoiata a morte. Altrettanto, sospetto, mi sarebbe capitato se le avessi lette intorno ai dieci anni, ai quindici o a qualsiasi altra età.
**onestamente, e con tutto il rispetto, Hugo non è pane per i miei denti. Davvero.
***quella che comincia con La bussola d'oro

domenica 23 marzo 2014

Il Vero Insegnante non teme il ridicolo - 2 - Ogni cosa al suo posto, un posto per ogni cosa

E' importante classificare in modo accurato, prima di riporre

Per motivi a me ignoti (ma senz'altro validi) quest'anno alla mensa ci han chiesto di "differenziare" le posate, e a tal scopo ogni tavolo è fornito di due vaschette di plastica, una per le forchette e una per i coltelli, dove vanno appunto deposti forchette e coltelli dopo aver mangiato e prima di riporre i vassoi sulle apposite rastrelliere.
Il primo giorno buona parte degli effervescenti alunni della Terza Effervescente se ne dimenticò, e anch'io ci feci mente locale solo quando, prima di portarli in giardino, contai una mezza dozzina di forchette e altrettanti coltelli (compresi i miei) nelle vaschette in questione.
Ritornata in classe li apostrofai aspramente.
"Prof, ce ne siamo dimenticati!".
"Va bene, ma non dimenticatevene più!"
"Prof, ma non..."
"Attenzione, contare le forchette e i coltelli nelle vaschette non è esattamente la massima aspirazione della mia vita, e sono consapevole che sarebbe piuttosto ridicolo; ma ricordatevi che se il ridicolo mi avesse fatto paura mi sarei scelta un altro mestiere, e comunque in vita mia ho fatto cose anche più ridicole. La prossima volta, se il numero non corrisponde ai presenti, almeno approssimativamente, la ricreazione la faremo in classe".
Mi guardano perplessi, poi Rosvita conviene:
"Ma sì, è vero che contare forchette e coltelli è piuttosto ridicolo, ma in fondo tutti noi abbiamo fatto ben di peggio".
"Parla per te!" insorge Astolfo.

La settimana dopo, alla fine del pasto, forchette e coltelli continuavano ad essere in numero esiguo. Senza parlare ho indicato minacciosamente le due vaschette per poi sedermi nuovamente al mio posto, a braccia conserte.
Un po' ridendo e un po' sbuffando i ragazzi sono andati alla rastrelliera a ripescare le posate dai vassoi per deporle nelle vaschette.
Col tempo mi sono specializzata: chiunque vada a riporre il vassoio viene da me seguito con occhio di falco e guardato malissimo se non ha deposto forchetta e coltello nella vaschetta. Allora, con aria vagamente colpevole, corre a rimediare. Altri, prima di riporre il vassoio, mi chiamano a testimone e proclamano a gran voce che hanno deposto le loro posate. Nel giro di un mese diventa un rituale, ogni volta arricchito da nuovi dettagli mimici, sia miei che loro. E a fine pasto le vaschette sono adeguatamente colme.

Non so cosa succede con le altre classi (ognuna ha i suoi cestini). Ma nel complesso hanno tutti l'aria di divertirsi meno di noi, a mensa.

venerdì 21 marzo 2014

Sull'evidente sessismo della lingua italiana


Ieri sera sono andata ad ascoltare una conferenza sull'argomento e oggi ho deciso di mettere in evidenza un aspetto della questione su cui mi sembra che non si sia mai riflettuto a sufficienza.
Ovvero l'articolo indeterminativo.
Tutti sappiamo che gli articoli indeterminativi sono tre: un, una, uno.
In realtà sono quattro, perchè c'è anche un', ovvero l'articolo indeterminativo eliso.
Per tutti gli anni della mia onorata carriera scolastica ne ho ignorato l'esistenza, convinta com'ero, sulla scorta del più elementare buon senso, che uno si usasse per i sostantivi maschili che iniziavano con certe consonanti (uno stralisco, uno zuccherino, uno gnomo), una si usasse con i sostantivi femminili che iniziavano per consonante (una dissertazione, una zebra, una gatta eccetera) e un per tutti gli altri casi (un flagello, un albero, un aragosta e via scrivendo). Mi sembrava talmente ovvio che non vedevo l'un' eliso quando leggevo, e tanto meno lo scrivevo. L'aspetto interessante della questione era che nella maggior parte dei casi i miei insegnanti non si accorgevano della cosa: Murasaki scriveva un italiano corretto e impeccabile, ergo non faceva errori. Fece eccezione la mia insegnante di Lettere delle medie, che mi spiegò con cura la regola in un commento a (mi pare) un diario. Lessi la regola e non la capii, per cui rimossi prontamente la questione. 
Al terzo anno di università un caro amico (cui scrivevo spesso lunghe lettere rigorosamente prive di un') mi prese da una parte e mi spiegò i fatti della vita e della grammatica. Costui era probabilmente un insegnante nato, anche se poi si è dedicato alla ricerca - insomma, fu talmente chiaro ed esaustivo che non potei ignorare quel che diceva - e così la mia tesi di laurea ebbe tutti gli articoli determinativi scritti correttamente.
Tuttavia conoscere la regola non mi indusse certo ad applicarla sempre e comunque: nella scrittura privata non uso mai un'. Ne disconosco l'esistenza. Lo ignoro. Ci sputo sopra. Mi fa schifo il solo fatto che qualcuno l'abbia inventato. E' un'elisione maschilista, e io non la uso

Diventata insegnante non mi posi il problema: la regola, per maschilista che fosse, esisteva - e andava dunque applicata. Ho sempre corretto tutti gli un e un' sbagliati che trovavo: i miei alunni erano affidati alle mie amorevoli cure, e ci si aspettava che gli insegnassi l'italiano com'era e non come avrebbe dovuto essere in base ai principi della nostra Costituzione che sancisce la parità di genere.
Tuttavia, quando spiego la questione - e ad ogni classe la questione va spiegata, appunto perché va contro il buon senso e dunque gli errori in merito sono assai frequenti - argomento così:
La lingua italiana è maschilista. Esistono tre articoli indeterminativi. Al genere maschile ne sono stati assegnati due, un e uno, e vengono usati secondo logica e criterio. Il genere femminile invece ne ha uno solo, e con quello deve arrangiarsi a fare tutto, elidendolo quando è il caso. Per motivi imperscrutabili è stato stabilito che il nostro caro amico un non può essere usato quando un nome è femminile "perché altrimenti non si capisce di che genere è il nome". In una lingua che dà un sesso anche a tavoli, seggiole e arcobaleni, si ritiene indispensabile segnalare anche attraverso l'articolo indeterminativo il sesso del sostantivo cui si accompagna, caso mai il tavolo o l'aragosta venissero colti da atroci dubbi sulla loro identità sessuale. E' una regola cretina ma esiste e quindi, finché siete a scuola, voi la dovete applicare e io vi devo correggere se sbagliate ad applicarla.
I miei amati alunni mi guardano perplessi e non osano ribattere, di solito (quando lo fanno è per darmi ragione, probabilmente in base al principio che suggerisce che i pazzi non vanno contraddetti) ma di solito, dopo cotale accorata spiegazione, sbagliano molto più raramente.

Il punto è che io ho ragione, e la grammatica ha torto. Di ciò sono fermamente convinta in ogni mia fibra. Ma, devo ammettere a malincuore, c'è una logica interiore profonda in questa regola balorda: forse non è vero che è consuetudine comune chiedere alle donne di fare di più con meno mezzi a disposizione? E' un po' il principio per cui Ginger Rogers faceva tutto quel che faceva Fred Astaire, ma camminando all'indietro e con i tacchi a spillo.
La regola poggia sul solido e indiscusso principio che il maschio fa comunque la prima scelta e prende la parte più abbondante, e le femmine si devono arrangiare con quel che resta.
A modo suo, e considerando il mondo in cui viviamo, è anche una regola educativa.
Ma non per questo è giusta, o logica.

(I fuochi della rivolta covano spesso nei luoghi più impensati).

mercoledì 19 marzo 2014

Come fui dentro, in un bogliente vetro / Gittato mi sarei per rinfrescarmi / Tant'era ivi lo 'ncendio sanza metro.

Questa è attualmente la scuola media di St. Mary Mead. 
Sullo sfondo, una classe si avvia verso l'aula di musica per la lezione.

Quando andavo a scuola, ogni anno a Marzo si alzavano le temperature ma nessuno pensava a spegnere il riscaldamento. Di conseguenza le aule diventavano tanti piccoli forni, si faceva lezione a finestre spalancate e ogni anno, dalla platea studentesca, si alzava il lamento "Proooof, ma non potrebbero chiudere il riscaldamento? Qua fa caaaldooo!". E ogni anno il prof di turno scuoteva la testa, sospirava e spiegava che non dipendeva dalla scuola ma dal Comune.
Da allora sono passati molti anni, alcune crisi petrolifere, una presunta crisi del metano che poi non si concretizzò, e infinite diatribe sul buco nell'ozono e l'effetto serra e la necessità di ridurre gli sprechi energetici. Tuttavia, nelle scuole, niente è cambiato sotto questo aspetto, nonostante i reiterati inviti fatti agli alunni di non sprecare combustibili, e quando sono tornata a scuola in veste di insegnante il Dramma del Riscaldamento in Primavera mi aspettava, immutato: la temperatura improvvisamente si alza e il riscaldamento diventa superfluo MA è stato stabilito che le aule devono essere riscaldate fino a fine Aprile e, in barba a qualsiasi criterio di risparmio energetico, i radiatori bollono fino allo scadere della data stabilita nonostante gli incomodi che ne derivano e le lamentele dei ragazzi.

Quest'anno il caldo è arrivato in anticipo. In grande anticipo.
A tutti gli insegnanti può capitare di trovarsi davanti una classe in magliette a maniche corte e canottiere - ma trovarsela davanti a Febbraio, ecco, questa è un'esperienza nuova. 
Fuori c'è un piacevole tepore, soprattutto nelle ore centrali del giorno, ma dentro alla scuola la temperatura è tropicale. Gli alunni scansano i radiatori arroventati e ogni mattina ci fanno una predica sullo spreco delle risorse energetiche. Qualcuno ha provato ad andare in Comune (che poi è quello che paga la bolletta del gas, e non è un periodo in cui i comuni siano alla ricerca disperata di un aggravio di spesa onde liberarsi di un eccesso di fondi) e gli è stato spiegato che la caldaia è difficile da abbassare perché è vecchia. Ma qui qualcuno mente: la caldaia era vecchia, ma fu poi sostituita da una nuova, che un annetto fa prese fuoco  e venne quindi sostituita con una ancor più nuova.
Dal Comune, una settimana fa, hanno giurato che "domani abbasseranno", ma quando sarà questo non meglio definito "domani" a nessuno è dato sapere, perché da allora ben sette "domani" si sono avvicendati, e nelle classi si continua a bollire come prima e più di prima. A quanto sembra abbassare una caldaia è affare più lungo e complesso dello spegnimento di un reattore nucleare.
Pensare che a casa mia basta un dito.
"Uff, fa un po' caldo" mi dico, magari a metà del paragrafo di un libro che sto leggendo "Adesso abbasso". 
Mi alzo, raggiungo il termostato, abbasso il ditino. Poi torno a leggere. 
Così, senza drammi né tregende.
E ci ho una caldaia di dieci anni.

Mah?

domenica 16 marzo 2014

Noi leggiavamo un giorno per diletto

Paolo e Francesca di Edward Charles Hallé (1846-1914)

Al contrario di Manzoni, che non sempre suscita grandissimi entusiasmi al suo apparire alle medie né nei giovinetti né negli adulti, Dante è atteso con grande entusiasmo, almeno nella provincia di Firenze, a dispetto del fatto di essere molto più difficile.
Nei primi tempi della mia insegnantesca carriera, dopo accorta ponderazione, stabilii anzi che era troppo difficile e non aveva senso farlo in seconda media, e decisi senz'altro di non farlo. Tuttavia non sono mai riuscita non dico a mettere in pratica tale proposito, ma nemmeno ad annunciarlo: le seconde infatti non aspettano Dante in modo passivo, ma addirittura scalpitano per leggerlo e in nessun modo vogliono restare indietro rispetto alle altre seconde: 
"Prof, quando cominciamo Dante?".
"Prof, nelle altre seconde sono già arrivati al Purgatorio".
"Prof, perché non abbiamo ancora cominciato Dante?".
Insomma leggere Dante comporta un certo prestigio sociale, e lo vivono come un loro diritto.
Dunque faccio Dante come tutti i miei colleghi (e provaci, a non farlo).
Su un punto però sono rimasta irremovibile: facciamo Dante ma senza obbligo di impararlo a memoria, e in questo mi distinguo da buona parte dei miei colleghi. Davanti a una domanda esplicita rispondo che chi vuole è liberissimo di impararsi a memoria anche tutta la Commedia al completo, se così gli aggrada, e che sono disponibile a risentire su richiesta qualsiasi brano di Dante decidano di impararsi e anche a mettere un bel voto a premio dell'impegno di chi lo impara bene, ma che nessuno è minimamente obbligato a impararsi a memoria un bel nulla. Le reazioni davanti a questa mia presa di posizione  oscillano tra un certo sollievo e una certa delusione - e mi sembra di ricordare che qualcuno abbia effettivamente mandato a memoria qualcosa e abbia avuto il bel voto promesso, ma ho rimosso il tutto: non sono mai stata una grande sostenitrice dei testi imparati a memoria per obbligo.

E poi ci sono Paolo e Francesca. Sono assolutamente contraria a fare il brano su Paolo e Francesca alle medie: lo trovo troppo complesso, soprattutto per quell'enorme sostrato letterario che si porta dietro. Il prof. Blasio, in una delle sue rare lezioni, ci aveva spiegato in modo dettagliato e assai convincente come per Dante quell'episodio rappresentasse un passato letterario da lui superato ma che aveva appassionatamente amato e di come quindi quell'incontro lo commuovesse in modo particolare, e aveva fissato in modo indimenticabile nella mia mente i motivi per cui Paolo e Francesca erano all'Inferno e lì destinati a restare, e di come per loro quel passato letterario si fosse trasformato in una tragedia senza ritorno. Tutto ciò fu bello e giusto da parte sua e gliene sono grata - ma non è un tipo di insegnamento che si possa trasmettere ai giovinetti implumi di seconda media, del tutto digiuni di ogni strumento critico per seguire un discorso del genere, e anche, vista la loro tenera età, della possibilità direi fisica di seguire un ragionamento di tal fatta: per loro l'episodio di Paolo e Francesca è una bella storia d'amore, e la tragedia si limita al fatto che sono morti per quell'amore; e non si può pretendere che la vedano in altro modo o che si soffermino troppo sul fatto che quei due sono all'inferno e nell'inferno resteranno, e non per un disguido casuale o per colpa dei pregiudizi dell'epoca; anche perché nel frattempo c'è stato il romanticismo, che ha sdoganato l'episodio con un'interpretazione abbastanza diversa da quella che Dante aveva previsto, e dopo ancora ci sono state tutte le stratificazioni successive, compresi i Baci Perugina e Venditti, e una parte di quelle stratificazioni sono arrivate fino a loro per osmosi: quando arrivano a Paolo e Francesca sanno già in parte quel che vogliono sentire.
E detto questo, l'antologia che da cinque anni mi perseguita contiene l'episodio di Paolo e Francesca, e dunque mi tocca farlo (e provaci, anche soltanto ad accennare di sfuggita che non vuoi farlo!).

E allora lo faccio, e mentre lo faccio ho l'impressione di camminare sui vetri.
D'accordo, il sostrato letterario. Ma mica si potrà deludere una classe solo per un miserabile puntiglio letterario, no?
E poi chi sono io, per impedire che i miei alunni interpretino come gli pare quel brano, o un qualsiasi altro brano? Proprio io che sostengo che, una volta scritta, l'opera appartiene al lettore che ne farà l'uso che più troverà opportuno? Forse che i desideri di un'intera classe di giovinetti ansiosi dovranno piegarsi al mio vissuto di studente? Forse che anch'io non tentai di resistere all'interpretazione che il prof. Blasio ci scodellò, con grande dovizia di argomenti, per poi chinare il capo e rassegnarmi perché gli argomenti erano validi? Ma io avevo sedici anni e  adeguate conoscenze per rendermi conto che il prof. Blasio aveva ragione, loro no. E poi non sono al liceo, sono alle medie.

Tutto questo e molto altro mi frulla in testa mentre, in un silenzio irreale che e profondo che c'è solo quando in classe si legge Paolo e Francesca, tento con tutte le mie forze di recuperare quello stadio di innocenza e di Baci Perugina da cui il prof. Blasio mi strappò, e che in seguito è stato ulteriormente devastato  dalle tonnellate di testi medievali sui più svariati argomenti che mi hanno fornito  ulteriori strumenti e conoscenze. 
E quel silenzio non è l'usuale silenzio interessato, punteggiato spesso da domande e richieste di chiarimenti, che accompagna tutte le altre letture compresi gli altri brani di Dante: è il silenzio inquietante di una spugna che beve e di una classe in preda alle prime tempeste d'amore (a metà anno tutte le seconde sono così) e che trova, in quei versi d'amore di una forza tutta particolare, un faro che sembra guidare a un punto d'attracco.

Quest'anno comunque mi sono presa una piccola soddisfazione: prima del brano su Paolo e Francesca gli ho fatto leggere la fonte, ovvero il (lungo) passo del romanzo della Tavola Rotonda (versione Lancelot-Graal) in cui Galeotto fa la sua mediazione e Lancillotto e Ginevra scoprono quant'è bella la compagnia a quattro - così non ho perso tempo a spiegare chi era Galeotto.
E dopo la lettura Wasp ha chiesto: "Ma se loro si sono baciati per la prima volta leggendo la storia di Lancillotto e Ginevra, non è possibile che ci sia stata qualche coppia che si è baciata per la prima volta leggendo la storia di Paolo e Francesca che si baciavano?".
Considerando l'infinita serie di studenti delle superiori che studiano quel brano, e che spesso questi studenti studiano a coppie sì, direi che è senz'altro possibile.
In effetti sarebbe strano se non fosse mai successo.

giovedì 6 marzo 2014

Sui genitori separati dei piccoli paesi (unplugged)

E' iniziata la quaresima: cosa c'è di meglio che cucinarsi e mangiarsi un gustoso sformato di cavoli nostri?
Questo è fatto con broccoletti e cavolfiore.

Al giorno d'oggi capita sovente che le coppie si separino, così come capita che alcune di queste coppie abbiano uno o più figli. Si sa, sono i casi della vita, l'amore finisce, l'importante è cercare di comportarsi da persone civili eccetera eccetera.
Tuttavia nei piccoli paesi questo tipo di eventi presenta lunghissime code e strascichi perché, conoscendosi un po' tutti, tutti hanno la loro opinione in merito (spesso anzi hanno molte opinioni in merito) e desiderano farne partecipe chiunque abbiano intorno. Se poi le persone separate hanno dei figli, e per loro sventura i suddetti figli frequentano una scuola del paese, anche gli insegnanti pendolari più estranei alla vicenda e più rispettosi della privacy altrui  si ritrovano abbondantemente informati su cotali vicende, volenti o nolenti - in verità spesso nolenti, perché ai loro occhi i genitori, separati o meno, sono visti esclusivamente come appendici, più o meno tollerate, degli alunni loro affidati, e del tutto privi di interesse in quanto persone a sé stanti.
E non parliamo, per carità, di quando a separarsi sono dei colleghi insegnanti che vivono in paese e hanno dei figli a scuola: in quel disgraziato caso è davvero del tutto impossibile esimersi dal conoscere i più intimi dettagli delle vicende che han menato la coppia al doloroso passo, anche quando dal passo in questione sono ormai passati diversi anni.

Sotto questo aspetto, il peggio del peggio che ho trovato è stata la separazione di un DS che incautamente aveva scelto di dirigere la scuola del paese dov'era nato e cresciuto e dove aveva insegnato per molti anni; per colmo dei colmi era cattolico integralista e pure sposato con un'insegnante di religione, e venne perciò perculato senza pietà da chi non aveva eccessiva simpatia per i cattolici integralisti - sì, quelli che stan sempre a tranciare giudizi sui peccatori - e criticato senza pietà dagli ex-colleghi integralisti quanto e più di lui. Tutto ciò, per noi precari con incarico annuale che venivamo da Firenze ed eravamo del tutto estranei all'ambiente, fu piuttosto divertente per le prime settimane; giunse però abbastanza presto il momento in cui cominciammo a sentirci assai a disagio nel venire informati senza pietà dei minimi dettagli della vita privata di una persona che, per quanto abbastanza amichevole con gli insegnanti, era per noi un superiore nonché un perfetto estraneo. I cattolici integralisti ci stavano antipatici nel complesso, ma non tanto da non renderci conto che, in somma delle somme, gli errori che venivano imputati a costui erano comunque gli stessi in cui molti mariti e mogli non necessariamente cattolici né integralisti erano rimasti invischiati e che, soprattutto, anche i peccatori avevano diritto a non vedere spiattellati i fatti loro a destra e a manca come se ogni giorno un tribunale da noi costituito dovesse emettere nuova sentenza e come se nessuno di noi avesse migliore e più pertinente argomento di cui parlare o da ascoltare.

Ma torniamo ai genitori separati degli alunni.
Molto spesso l'insegnante non indigeno e fresco di nomina si trova invischiato in conversazioni di questo tipo:
"Sai, il taldeitali, della tua prima, è figlio di genitori separati".
"Ah, vabbe'. Capita".
"Sì, ma il loro è un caso particolare".
"E perché?".
"Eh, se n'è parlato molto in paese".
Di questo l'insegnante non indigeno e fresco di nomina è più che sicuro, per quanto possa essere giovane e inesperto.
"Tanto per cominciare, lui/lei aveva un altra/o. Ma il peggio è che si son fatti beccare insieme".
In realtà, questo non è un caso particolare: a quanto sembra, nei paesi è la norma. E' incredibile la quantità di adulti che abitano in un piccolo paese che si abbandonano all'adulterio senza ritegno né precauzioni di sorta, quasi che le serrature e i luoghi appartati avessero ancora da essere inventati.
"C'è una cosa che non capisco, però" dissi un giorno, verso il quarto o quinto racconto di questo genere "Io, se trovassi mio marito a letto con qualcuno, potrei magari lasciarmi andare a rimostranze di vario tipo, ma non penso che prenderei il megafono e andrei a raccontare in lungo e in largo una scena del genere".
"Ah, ma mica li ha trovati la moglie. Si son fatti beccare da estranei".
Questi estranei, però, ho scoperto, non si sa mai davvero chi siano: si tratta sempre di qualcuno che riferisce che qualcun altro ha beccato i due adulteri -insomma, un classico caso da mio cuggino. Se però ti azzardi a mettere in dubbio la totale e assoluta veridicità della storia, tutti ti guardano malissimo e ti assicurano che no, quello è un caso in cui è successo proprio così.

C'è inoltre un'immane quantità di madri (separate, di solito) di alunni che notoriamente gestiscono il giro di prostitute del paese - il quale giro di prostituzione, verrebbe da pensare, non dovrebbe essere poi così vasto, vuoi per la quantità ridotta di popolazione, vuoi soprattutto perché si suppone che chiunque abiti in un piccolo paese e voglia abbandonarsi a amplessi mercenari dovrebbe, in virtù del più elementare buon senso, cercare questi amplessi in qualche paese un po' più grande, onde garantirsi almeno una parvenza di anonimato. Ma, non scordiamolo, stiamo parlando di un piccolo paese dove tutti gli adulteri si fanno sempre cogliere sul fatto, quindi è probabile che la popolazione media non sia poi dotata di gran discernimento. Oppure, chissà, queste madri dirigono il giro della prostituzione locale ma con clienti che vengono da paesi limitrofi?
Tuttavia il numero di madri di famiglia che dirigono questo fantomatico giro di prostituzione è tale (ricordo che in un paese ne ho contate ben quattro) da far pensare, più che a una singola direzione, ad una cooperativa - che sarebbe anche più intonata allo spirito della provincia in cui insegno, dove le cooperative sono da sempre molto ben viste.

Quando potevo ho sempre evitato questo genere di conversazioni, a rischio di passare per un'insegnante trascurata che rifiuta di informarsi adeguatamente sul contesto familiare dei suoi alunni - ai quali, in effetti, sarei tenuta principalmente ad insegnare italiano, storia, geografia e un po' di istituzioni nazionali, cosa che posso fare anche senza conoscere nei minimi dettagli tutte le brache di famiglia, vere o presunte che siano. Ma, sin dalla mia prima supplenza in un piccolo paese, ho silenziosamente riservato nel mio cuoricino un cantuccio per gli sventurati genitori separati del luogo, i quali, oltre a subire tutte le complicazioni e gli inconvenienti che intralciano solitamente la vita di chi si separa, si ritrovano oggetto delle più improbabili dicerie - per tacere dei loro sventurati figli che girano con attaccato alla coda il barattolo degli infiniti quanto opinabili racconti di cui i loro genitori sono oggetto. E a tutti i genitori che abitano in piccoli paesi vorrei suggerire: se il vostro matrimonio comincia a perdere colpi, invece di imbastire un altro figlio (come va ancora di moda consigliare) trasferitevi tutti in città: lì tutto sarà più semplice se il matrimonio dovesse davvero sfasciarsi: per voi, per i vostri figli, e anche per i loro insegnanti.