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martedì 31 gennaio 2017

Droghe leggere e droghe pesanti: esperienze personali

Sì, la morfina viene da questo bel fiore

Per quel che riguarda le droghe leggere si fa anche in fretta a raccontare: uno spinello e mezzo, nei bei giorni civili in cui lo spinello era depenalizzato. Scrivo "mezzo" ma forse dovrei scrivere "0,20" perché al secondo eravamo in gruppo, un tiro per uno. 
A dirla tutta, l'esperienza mi lasciò piuttosto indifferente: assicura chi era presente che mi si dilatarono le pupille ma, siamo sinceri, non è che la gente fumi spinelli per dilatarsi le pupille, né per farsi venire fame (mi venne anche fame). Allargamento delle percezioni: poca roba davvero - niente che un bicchiere di pinot o anche semplicemente la vista dell'amato bene o l'ascolto di un paio di belle canzoni non potesse regalarmi. Insomma, fui contenta di aver provato lo spinello e parimenti contenta di lasciare tutto ciò a chi ne traeva un qualche frutto superiore al mio. 
Del resto, si sa, la reazione alle droghe è strettamente individuale. 
A meno che non si arrivi a quelle forti, dove i criteri si fanno più oggettivi.

Qualche anno fa in Italia è passata una legge sulla terapia del dolore, e la sanità toscana sembra averla recepita nel migliore dei modi. Sta di fatto che l'operazione subita mi ha dato sì qualche fastidio, ma nulla che somigliasse nemmeno lontanamente alla sofferenza, senza contare che almeno tre volte al giorno medici e infermieri si informavano se soffrissi o avessi sofferto e ogni sera e ogni mattina si premuravano di somministrarmi antidolorifici, ma raccomandandosi che ne chiedessi ancora se non mi bastavano.
Passati i primi quattro giorni erano, appunto, antidolorifici. Ma sul finire del quarto giorno dopo l'operazione il medico passò, mi esaminò e disse "Direi che possiamo toglierle la morfina, tanto ormai le restano solo tre fiale".  Così dicendo sganciò dai miei numerosi pendagli una bottiglietta di plastica trasparente che conteneva al suo interno non già tre fiale ma una specie di stella a lobi.
Così la morfina uscì dalla mia vita, o almeno credevo. 
In realtà ci misi un altra settimana buona ad espellerla completamente, e solo a quel punto realizzai che buona parte dei dialoghi cui avevo partecipato in quei primi giorni e gli argomenti di cui avevo parlato si riferivano a scene e immagini che nascevano dalla mia mente.
E che scene: conversazioni di etica tra dame francesi del XIV secolo, progetti sulla conoscenza delle risorse idriche della regione strutturati su tre livelli di scuola, riunioni di sovversivi anarchici russi di inizio secolo, film mai girati da alcun regista, dialoghi con gli infermieri in realtà mai avvenuti ma che gli infermieri in questione si guardavano bene dallo smentire quando vi facevo riferimento - immagino in virtù dell'esperienza e di quella gran cosa che è la compassione umana.
La graduale scoperta che per non meno di undici giorni avevo vissuto in un universo parallelo, con tanto di salti spaziotemporali, mi ha lasciato piuttosto scossa. Ho sempre avuto una fervida immaginazione, ma mi pregiavo di distinguere sempre, senza particolari esitazioni, ciò che era effettivamente successo da ciò che mi divertivo a sognare. 
Stavolta invece ero completamente priva di filtri critici che mi permettessero di separare la conversazione mattutina col medico dalla conversazione con il circolo di dame di corte francesi di sette secoli. La droga mi aveva tolto il senso critico, una buona fetta di raziocinio e il controllo su quel che dicevo e percepivo.

Se mi han dato la morfina, e in dosi che immagino abbastanza alte stando alle conseguenze, di sicuro c'erano ottimi motivi - e naturalmente non sono in grado di dire se sono risultata particolarmente sensibile agli oppiacei. Questo lo sanno i medici.
Ma, avendo infine avuto esperienza di entrambe le categorie di stupefacenti, mi sento di affermare che chiunque proclami con gran sicurezza che tra le une e le altre non c'è una vera differenza, farnetica proprio come se avesse assunto dosi abbondanti di droghe tutt'altro che leggere.

domenica 29 gennaio 2017

Il Nuovo, Perfido Antibiotico


Almeno, immagino che la colpa del mio nuovo stato di prostrazione sia da attribuirsi a lui.
Esaminiamo prima di tutto gli aspetti positivi del decorso: 
- prostrazione o meno, continuo a leggere con buona concentrazione
- il filetto di orata è un gentile alimento
- le mie caviglie stanno riprendendo forma
- le gatte sono davvero assidue nella loro opera di gattoterapia.
Gli aspetti negativi sono soprattutto due:
- non ho voglia di mangiare quasi niente
- durante il giorno mi viene sonno e mi addormento, talvolta senza nemmeno accorgermene (sempre in posizione comoda, però).
Sono in grado di sostenere una conversazione brillante per il tempo di una telefonata, anche di media lunghezza; poi, però, devo dormire.
In compenso, sembra accertato che questa nuova generazione di antibiotici a rilascio graduale abbia perso il potere di scombinarmi il ritmo sonno-veglia: così mi addormento relativamente presto e mi sveglio a orari decorosamente mattutini.

venerdì 27 gennaio 2017

Il ragazzo della Kaiserhofstrasse - Valentin Senger

Questo è un libro che ho pescato per puro caso alla biblioteca, attratta dalla copertina che prometteva "La storia vera di una famiglia di ebrei russi sopravvissuta alla Germania di Hitler".
Se era sopravvissuta, mi sono detta, è andata a finire bene. Magari è un libro un po' meno drammatico della media su questo pur drammaticissimo argomento? Tanto più che uno dei brani di recensione riportato sul retro della copertina prometteva  un libro "Pregno di colore e di atmosfera, di umorismo e ironia e, al tempo stesso, di angoscia".
Sull'angoscia sono perfettamente d'accordo, il libro ne trabocca. Sull'umorismo e l'ironia, francamente non saprei: il pur leggendario umorismo ebraico qui fa solo poche e occasionali sortite. 
Nel complesso l'ho trovato deprimente, anche se probabilmente per l'autore è stato liberatorio scriverlo. Ed è senza dubbio un bel documento storico, molto valido anche senza considerare il suo valore di testimonianza. A ben guardare, è anche un libro sulle difficoltà di sopravvivere in senso lato, non soltanto alle persecuzioni naziste o ai sensi di colpa dei sopravvissuti, ma in generale alla vita e ai suoi soffocanti legami intrecciati di rancore e di riconoscenza - in pratica, e per smettere di girarci intorno: alla propria madre - altro classico tema ebraico ma su cui gli ebrei non sono certo gli unici ad avere qualcosa da dire.

Valentin Senger è un giornalista tedesco morto nel 1997 che aveva 15 anni quando Hitler diventò cancelliere in Germania.
All'epoca viveva con la famiglia (i due genitori, un fratello e una sorella) in una via interna nel bel mezzo di Francoforte.
A Francoforte i suoi genitori erano arrivati nel 1911, dopo un avventurosa fuga dalla Russia dove il padre di Valentin era stato a lungo perseguitato e ricercato per le sue idee rivoluzionarie.
I Senger (che in origine non si chiamavano affatto Senger) erano russi, ebrei e pure comunisti moderatamente praticanti; non solo, ma continuarono una cauta opera di appoggio ai movimenti antinazisti durante tutta la guerra. Eppure trascorsero in relativa tranquillità tutto il periodo nazista, conducendo una vita normale per quanto era possibile trascorrerla in quegli anni in Germania.
Certo, non erano ebrei praticanti. Certo la madre, con accortezza, aveva coperto le loro tracce e si era procurata un cognome nuovo - ma i due figli maschi erano stati regolarmente circoncisi (una cosa, questa, che procurò un bel po' di grattacapi a Valentin e a suo fratello ad ogni visita medica dopo l'inizio delle persecuzioni),  e per anni la famiglia aveva moderatamente frequentato la sinagoga; non solo, ma aveva apertamente usufruito per molti anni degli aiuti (soprattutto cibo) che l'associazione ebraica elargiva agli ebrei poveri. E molti dei loro vicini sapevano che erano ebrei, anche se parecchi l'avevano almeno in parte dimenticato.

La spiegazione del mistero sta forse lì, in una fortunata serie di combinazioni che permisero alla famiglia Senger di scivolare tra le pieghe della burocrazia, grazie anche all'aiuto di alcuni tedeschi che però agirono sempre di loro iniziativa perché mai nulla gli venne richiesto. Circostanze casuali, passaporti di apolidi, qualche mano che ogni tanto provvedeva a cancellare i dati più spinosi...
E così, mentre il vicolo intorno a loro si spopola e tanti loro vicini vengono deportati (una famiglia di zingari, un travestito, qualche omosessuale, qualche persona del tutto innocua ma dall'equilibrio mentale  fragile) che l'autore ricorda e descrive con cura, la famiglia di ebrei russi comunisti si fece la sua vita e addirittura il passaporto apolide gli risparmiò non solo la deportazione, ma anche la chiamata alle armi fin quasi alla fine della guerra. 
Ma naturalmente niente di tutto questo poté risparmiare loro la paura, continua, ossessiva e logorante. La madre ne ebbe letteralmente il cuore spezzato e non sopravvisse fino alla fine della guerra, e tutta la famiglia trascorse la sua vita apparentemente tranquilla avvolta in un soffocante bozzolo di angoscia. 

L'angoscia è la protagonista principale di questa autobiografia davvero particolare, che descrive molto bene non soltanto la vita quotidiana e i problemi della popolazione negli anni della guerra, ma anche le correnti interne di un mondo dove il pericolo si annidava in ogni piega dell'esistenza, non soltanto per gli ebrei casualmente scampati alle persecuzioni ma proprio per tutti.

Nonostante la depressione che si porta dentro è una lettura che scorre bene, ed è anche molto istruttiva. Mi sento di raccomandarlo, purché non stiate cercando qualcosa di allegro e brillante che vi carichi con una sferzata di vitalità.
Con questo post torno a partecipare, dopo un assenza del tutto indipendente dalla mia volontà, al pregevole Venerdì del Libro di Homemademamma, da sempre un impareggiabile miniera di spunti per le letture.

Annoiandosi con dignità

Colazione alle otto (andrebbe bene anche prima, ma dormivo) con budino di riso. 
Molto buono, ma un intero budino di riso richiede un bel sonnellino per riprendermi da cotanto sforzo.
Alle nove, pasticca di ferro ché sono un po' anemica.
Un po' di lettura, una vaga occhiata all'Ansa.
Alle dieci iniezione, di quelle che si fanno da soli.
Un po' di lettura, ancora. Le gatte mi tengono compagnia sotto le coperte.
Alle undici, ben temprata, raggiungo il computer dove mi aspetta una breve ma intensa sessione di lavoro, ovvero il mio amato giochino della caccia al tesoro.
Sarebbe tempo di pensare al pranzo ma il mio stomaco non è completamente d'accordo.
Così preparo la colazione alle gatte e pulisco la lettiera.
Torno dalle gatte (o meglio loro tornano da me, dopo aver mostrato grande indifferenza per la loro colazione. Mangeranno quando gli gira). 
Ronfiamo sul letto in perfetto accordo. La rassegna stampa incoraggia un piacevole dormiveglia.
Spremuta di arance come aperitivo (molto gradevole) e a seguire qualche bocconcino che spaccio per "pranzo".
Non sono del tutto priva di fame, ma mangiare... ebbene sì, mangiare mi annoia. Una sensazione inconcepibile per me - almeno così avrei giurato fino a qualche settimana fa.
Leggo. Dopo le tre cominciano le telefonate (oggi non molte, probabilmente, perché ci sono i consigli di classe).
Un po' di radio. Uno spuntino alle quattro (forse).
Leggo con più concentrazione.
Una navigatina per la rete, molto pigra.
Pastasciuttina verso le otto, e ne approfitto per lavare tre o quattro piatti.
In mezzo, da qualche parte nel pomeriggio, spesso c'è la visita di qualcuno che controlla che non mi serva niente.
Ma, gente mia, che volete che mi serva se non dormire?
E sia chiaro che di notte non soffro d'insonnia.

Ammettiamolo: ho conosciuto periodi più divertenti.

mercoledì 25 gennaio 2017

Il travaglio della rinascita.


L'anno è iniziato in modo assai originale, offrendo soluzioni a problemi di salute che ignoravo di avere e spazzando via difficoltà che fino a qualche settimana fa sembravano assai degne di considerazione ma che adesso mi appaiono talmente insignificanti da non meritare nemmeno una briciola di attenzione.
Sono in convalescenza, dice. Il peggio sarebbe passato e l'ospedale ha allentato la sua stretta, consegnandomi agli agi domestici, dove vivacchio pigramente, stancandomi con niente e passando da un sonnellino all'altro.
Ogni tanto penso, anche; oh, niente di grandioso, intendiamoci. Piccoli pensieri da uccellino in gabbia, che guarda l'angolino in alto della finestra.
Riesco di nuovo a leggere, anche per due ore, seguendo perfino trame di un certo impegno. 
Mangio piccoli pasti, che qua anche digerire è diventato un lavoro serio.
E' una rinascita, credo. Almeno, mi viene da pensare che una volta passato, questo periodo lascerà comunque una traccia dentro di me, cambiando il modo che ho di percepire le cose.
Il mondo esterno, quello dove ci si muove, si corre, si interviene, si litiga e ci si accorda, mi fa ancora parecchia paura. Non ce la posso fare ad affrontarlo.
Il piccolo mondo dove vivo, fatto di prescrizioni mediche, di telefonate ansiose e di piccole conquiste quotidiane è un tantino claustrofobico, ma al momento riesco a vivere solo lì dentro.
La cattedra è lontana, il paravento è steso in modo da ripararmi da ogni corrente d'aria.
Il sentimento più forte in questi giorni è la gratitudine, per tutti quelli che mi hanno aiutato, sostenuto e confortato, da vicino e da lontano. 
Per capire bene la gratitudine, non c'è niente che valga il trovarsi del tutto alla mercé degli altri.
Grazie a tutti quelli che sono qui, intanto.